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Da che arte stai? Luca Beatrice

Il politicamente corretto vi deprime? Nostalgia di posizioni nette e battute spigolose? Niente paura: i libri di Luca Beatrice (l’ultimo Da che arte stai? è appena uscito per Rizzoli) o, se preferite, quattro chiacchiere con lui su Segnonline, sono la giusta soluzione.

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Una disubbidienza attiva: Giuseppe Stampone

A chi lo interroga sulla natura del suo lavoro, Giuseppe Stampone risponde di solito di essere una “fotocopiatrice intelligente”: le sue immagini, infatti, sono tratte da Internet, o appartengono al patrimonio dell’arte universale. E tuttavia, in ragione del porsi come copie “meditate”, procedono a un simbolico ribaltamento del reale. Disegnate con una biro, il cui inchiostro ha la stessa densità della pittura ad olio, riscattano, attraverso la lentezza esecutiva, la dipendenza dalla fonte, rivendicando una “disubbidienza attiva” rispetto ai tempi brevi della globalizzazione. I temi? L’alienazione, il colonialismo, la spettacolarizzazione dei rapporti, il dramma dell’emigrazione. O, come nel nostro ultimo colloquio, le conseguenze della pandemia.

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La sete

“Ho così tanta sete che è come se dentro la mia bocca ci fosse una città d’estate”, ha detto mio figlio dopo il giro in bicicletta nel cortile di casa con cui abbiamo terminato la giornata. Anch’io ho sete: di arte. E, nell’attesa che i musei rientrino a regime, sono diventato un lettore compulsivo.

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Fuori dal tunnel: Andrea Concas

Fondatore e CEO della startup dell’arte Art Backers e di Art Rights, piattaforma per la gestione e certificazione delle opere d’arte e di ArtCollateral, primo escrow agent per l’Art Lending, autore di libri, docente e speaker – ogni giorno parla e scrive di Arte & Innovazione come divulgatore e tramite ProfessioneARTE, community online per i professionisti del mondo dell’arte – Andrea Concas lavora incessantemente per allargare il pubblico dell’arte e per offrire ad artisti, collezionisti, professionisti dell’arte il supporto necessario: colmando, il più delle volte, un vuoto preoccupante.

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Aste mercato e pandemia: Filippo Lotti

Direttore generale di Sotheby’s Italia dal 2000, Filippo Lotti è un filosofo prestato al mercato, intimamente persuaso che “di Arte, intesa solo marginalmente in senso commerciale, ma piuttosto come valorizzazione del nostro patrimonio culturale, un paese straordinariamente ricco come il nostro dovrebbe e potrebbe vivere”. Abbiamo discusso con lui intorno al presente e al futuro del mondo delle aste e ai cambiamenti strutturali che, anche in ragione del Covid, lo stanno radicalmente trasformando.

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Aste mercato e pandemia: Sonia Farsetti

Se son rose fioriranno. Ma per le aste è sempre primavera. I primi risultati dalle aste italiane e d’Oltreoceano, a dispetto del Covid, sembrerebbero incoraggianti. E tuttavia il dato va considerato in un quadro complessivo. Da un lato, il mondo delle aste ha iniziato a confrontarsi con l’online ben prima di fiere e gallerie. Dall’altro, le opere all’asta, quasi interamente provenienti dal mercato secondario, rappresentano un valore aggiunto in un momento di crisi, in cui è inevitabile si guardi con più favore al certo che all’incerto, al passato che al futuro. Ne abbiamo discusso con Sonia Farsetti della Farsettiarte, presidente dell’Associazione Nazionale delle Case d’Aste italiane (ANCA). In calce, le immagini di un top lot della scorsa asta Farsetti di Moderno e contemporaneo e di un’importante opera che sarà presente in una prossima asta di Dipinti e sculture del XIX e XX secolo.

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Satira, potere e pandemia: Momò Calascibetta

Se dovessimo stilare il bilancio degli ultimi mesi di pandemia, alle lamentele, giustificate, dovrebbe aggiungersi la considerazione delle conseguenze non dico positive – sarebbe come asserire che uno tsunami che si abbatta su una città mal costruita, piena di case abusive, è l’occasione giusta per fare pulizia – ma altrimenti interessanti, dalla fine delle mostre Blockbuster all’alfabetizzazione informatica diffusa. Uno di questi effetti, particolarmente caro agli assetati di giustizia, è la “detenzione forzata” cui sono stati costretti i protagonisti di un sistema dell’arte sempre più simile a un circo, o a uno show televisivo.

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Sportivamente: Oscar Damiani

Calciatore, procuratore, opinionista sportivo: Oscar Damiani è personaggio noto. Non tutti sanno, però, della sua grande passione per l’arte, che lo ha indotto a raccogliere una straordinaria collezione, recentemente presentata nei sette capitoli – lo stesso numero della sua maglia di giocatore – di un volume autobiografico (Oscar Damiani, L’arte nel pallone, a cura di Angela Faravelli, Chimera Editore, Milano, 2020) da cui emerge il profilo, confermato in toto dal nostro colloquio, di un gentlemen vecchio stampo: una rarità in generale, a maggior ragione in un mondo, come quello del calcio, che soffre persino più del club artistico la lima delle chiacchiere e l’abbaglio dei riflettori.

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Il Paradiso può attendere

L’Abete di Penone a Firenze? Per Sgarbi è peggio di ‘Spelacchio’, per l’artista uno specchio dei tempi. Non ci resta che acquistare, se davvero vogliamo goderci un po’ d’arte in santa pace, il Legendary Ticket: un biglietto d’ingresso per il Maxxi valido i prossimi cent’anni.

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Un’arte “a lunga conservazione”: Sveva d’Antonio

La pandemia ha, di fatto, esacerbato la crisi in cui il sistema dell’arte si dibatte da anni, dovuta in larga parte alla polarizzazione tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri: una disuguaglianza strutturale che, come dimostrano i prezzi stellari raggiunti da autori usa e getta i quali, subito dopo aver toccato il cielo, altrettanto rapidamente guadagnano l’oblio, premia il capriccio, o la rendita istantanea, anziché valori (non solo economici) che per legge di natura sedimentano nel tempo, attraverso lo studio e la ricerca. Collezionista tra le più attente del panorama contemporaneo – e sino all’aprile 2020 titolare lei stessa di una galleria “impegnata” – Sveva d’Antonio ha sempre perseguito il confronto diretto con quegli artisti “senza i quali il sistema cesserebbe di esistere”: non mucche da mungere, ma compagni di strada, con cui crescere insieme. Il risultato è un’arte – una collezione – “a lunga conservazione”, su cui il dialogo seguente apre un sintetico spiraglio.

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Meglio choc che chic

Vi ricordate i gommoni di Ai Weiwei, quelli appesi sulle facciate di palazzo Strozzi come sul fianco di una nave, magari in procinto di affondare (ogni riferimento alle barche dei migranti o alla Costa Concordia è puramente casuale)? L’opera realizzata nello stesso sito da JR, uno squarcio da cui si intravedono statue, cortili, biblioteche, non è da meno.

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Un “artista complementare”: Gino Di Maggio

L’anno scorso la Francia lo ha festeggiato con una grande mostra, in cui opere di “suoi” artisti venivano per la prima volta presentate in modo sistematico. In Italia, tuttavia, è poco noto. Classe 1940, siciliano d’origine e milanese d’adozione, Gino Di Maggio occupa un ruolo di primo piano sulla scena artistica internazionale. Il nostro colloquio reca una dimostrazione sintetica dei percorsi in cui Gino si è addentrato. Con uno spirito, indomito, di “artista complementare”.

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Mostre, musei e pandemia – Vincenzo Trione

Il Black Out delle mostre “di ogni ordine e grado”, dalle esposizioni di quartiere alle grandi rassegne dei musei generalisti, ha avuto persino effetti positivi, come la cancellazione, si spera finale, di eventi solo di cassetta, economicamente, culturalmente e socialmente insostenibili. Ha altresì incoraggiato, anche attraverso l’impegno di tutti gli operatori del settore nel trovare canali alternativi, l’istaurarsi di una relazione più meditata e complessa con il pubblico. Che non può tuttavia prescindere, essendo le opere dei “corpi”, dalla fisicità del contatto. Ne abbiamo discusso, tra provocazioni mie e proposte operative del mio interlocutore, con Vincenzo Trione, storico dell’arte, critico (tra i suoi libri Effetto città. Arte cinema modernità, 2014; Contro le mostre, con Tomaso Montanari, 2017 e l’ultimoL’opera interminabile: arte e XXI secolo, 2019), firma assai nota del “Corriere della Sera” e curatore di mostre di prima grandezza come il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015, Codice Italia, e ancora ordinario presso lo IULM di Milano, dove ricopre anche il ruolo di Coordinatore del Dottorato di ricerca in Visual and Media Studies e la carica di Preside della Facoltà di Arti e Turismo, nonché, dal settembre 2020, Presidente della Scuola del Patrimonio della Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali: responsabilità che lo lega a doppio filo alle difficoltà e alle esigenze dei professionisti della cultura.

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Viva le donne

Il 2 ottobre scorso entrambi i miei figli hanno celebrato la festa dei nonni: le rispettive maestre, molto attente a queste ricorrenze, hanno fatto preparare loro poesie e disegni per…