Cesare Catania
Cesare Catania, The Cage - Fronte Full

Cesare Catania, guardando il futuro

Cesare Catania è una sorta di polistrumentista della figurazione. La sua arte – dalla pittura, alla scultura, alle contaminazioni digitali – è una macchina in continua evoluzione. Abbiamo parlato a lungo con l’artista del suo lavoro, indagandone la tensione al futuro.

Parliamo un po’ delle tue origini, a cominciare dalla tua città natale.

Sono nato a Milano, una città che sicuramente ha segnato il mio percorso artistico, se non altro nella propensione a “guardare il futuro”. Ma anche la Sicilia mi ha profondamente segnato: una terra dove ho trascorso gran parte delle mie estati fin da quando ero bambino, una terra piena di contraddizioni che ti manca quando non la vivi e ti assorbe quando ci sei dentro. Una terra dove i colori si amplificano e dove anche un semplice vaso di cemento, fotografato o dipinto con lo sfondo di un mare e di un cielo blu intensi, diventa un’opera d’arte.
Sicuramente anche la musica classica ha caratterizzato la mia formazione artistica; musica studiata al pianoforte in età adolescenziale che mi ha insegnato l’amore per l’armonia acustica e il rigore degli arpeggi e delle scale. La musica classica infatti rappresenta per me una delle più alte forme di arte considerata a tutto tondo, sia per quanto riguarda il risultato armonico che per quanto riguarda la tecnica artistica che vi sta dietro.

Quando e come hai iniziato a dedicarti all’arte?

Disegno da quando ero bambino, ho sempre avuto una passione sfrenata per i colori e per il tratto in generale. Ho iniziato a dipingere in maniera “professionista” quasi per caso, più che altro per un iniziale bisogno di comunicare con me stesso. Finita quella che io definisco la prima e acerba fase introspettiva, ho iniziato in maniera cosciente a rivolgere l’attenzione della mia produzione artistica verso l’esterno. In questa fase, caratterizzata principalmente da forme espressive informali e cubiste, ho capito che gli studi fatti in ingegneria stavano influenzando in modo massiccio la mia produzione. Una produzione in quel momento prevalentemente bidimensionale e che in qualche modo stava iniziando a starmi stretta. Mi sono così rivolto all’espressione tridimensionale, prima attraverso quadri 3d e poi attraverso la scultura.

L’artista è sempre un uomo che guarda. E che invita a guardare. Ci sono state immagini che hanno cambiato radicalmente la tua visione del mondo?

Beh, sicuramente l’immagine dell’Abbraccio tra due persone in qualche modo mi trasmette ancora oggi emozioni e sentimenti. Se non altro perché si tratta di una visione che parla da sola. Non servono altre parole per descrivere un abbraccio. Due persone che si abbracciano comunicano sempre gli stessi concetti: vicinanza emotiva, amore, affetto. Per questo motivo quello che inizialmente era un quadro si è trasformato in un insieme di opere e poi in una collezione. Tutt’oggi realizzo abbracci e sicuramente continuerò per molto tempo… Sempre all’insegna della sperimentazione ovviamente. Ho iniziato da Abbracci bidimensionali (tele e disegni) per passare poi alla scultura, attraversando la modellazione in arte digitale e per approdare adesso alla Biennale di Venezia con una versione di arte cinetica e di scultura phygital.

E tra gli artisti? Chi sono i tuoi riferimenti?

Sicuramente gli storicizzati più noti, come Picasso, Monet, Caravaggio e molti altri, destano in me notevole attenzione. Non tanto per il fatto che sono noti e conosciuti ma più che altro perché trovo coerenza tra il mondo che li circondava e il loro essere artisti. Si erano creati, ognuno a modo suo, un proprio mondo e lo rappresentavano guardandolo con i loro occhi. L’artista, oltre ad essere sensibile e poliedrico, deve essere la “macchina fotografica” dell’epoca in cui vive, e sicuramente molti degli artisti storicizzati che conosciamo lo sono stati.

Tracciare la poetica di un’artista spetta alla critica, ma questa domanda voglio fartela lo stesso. Come definiresti la tua ricerca?

Mi permetto di dissentire… la poetica di un artista la traccia prima di tutto l’artista stesso. Un artista compiuto definisce in maniera inconsapevole prima di tutto i sentimenti e le ispirazioni che lo attraggono, poi seleziona in maniera consapevole quelle che sono le immagini che vuole rappresentare. Probabilmente l’arte astratta può essere un’arte in cui l’artista è il “demiurgo inconscio” del proprio creato. E anche su questo tema ci sarebbe da argomentare…. Ma per tutte le altre espressioni, l’artista è quella persona che tra gli infiniti modi di rappresentare il mondo che lo circonda sceglie quello che in quel momento meglio soddisfa il proprio gusto estetico e meglio trasmette a se stesso i sentimenti che in quel momento sta provando. Alla base della creazione artistica c’è quindi un processo di “scelta”, che rende la poetica dell’artista un processo consapevole. 
Detto ciò, mi piace l’arte perché è una continua ricerca dentro di me. E anche quando mi concentro sul mondo esterno, in realtà sto semplicemente riflettendo, come se fossi uno specchio, e interiorizzando il contenuto del creato. In tal senso si potrebbe dire che la mia è una ricerca volta ad appagare il mio gusto estetico tanto quanto quello intellettuale. Entrambi devono sentirsi soddisfatti nel momento della chiusura di un’opera. Altrimenti la stessa rimane incompiuta.

Vero. E tuttavia questa poetica è implicita nell’opera e soggetta a interpretazioni. In questo senso l’artista che “legge” il suo lavoro lo fa da fruitore, non da artista. E la sua posizione, per quanto imprescindibile in quanto ben informata, va presa col beneficio di inventario: essendo infatti l’artista parte in causa, potrebbe essere interessato a mettere in luce sensi impliciti nell’opera a discapito di altri. 

Parli come se l’opera d’arte nascesse in maniera autonoma dall’artista. Come se questa vivesse di vita propria e l’artista fosse lo scopritore di qualcosa che già esiste in natura. L’opera d’arte esiste solo in funzione di ciò che prova l’artista. L’artista è uno specchio filtrante della realtà che lo circonda e mette in luce nella sua produzione solo gli aspetti che lo attraggono maggiormente. Quindi la natura esiste indipendentemente dall’artista, ma l’opera d’arte è solo funzione di ciò che l’artista “decide” di evidenziare. Eh sì… Il processo creativo è di per sé un processo che presuppone un continuo cambio di punto di vista. Il creatore necessariamente deve essere produttore e spettatore allo stesso tempo. È impossibile modellare la materia o dipingere la tela e contemporaneamente non giudicare il proprio operato. Forse l’unico modo sarebbe quello di approcciarsi all’arte “bendati”, con ovvie conseguenze di insoddisfazione quando si aprono gli occhi…
Detto ciò, prendere la posizione dell’artista con “il beneficio di inventario” è come non considerare autorevole, rispetto alla propria produzione, la posizione e il punto di vista di uno scrittore in riferimento al proprio libro, o non voler considerare la spiegazione di un cantautore nei confronti della propria musica poiché troppo coinvolto o interessato “a mettere in luce sensi impliciti nell’opera a discapito di altri”. Quello che fa la differenza tra l’arte figurativa e le altre forme di arte è probabilmente il fatto che la prima lascia molto spazio alle interpretazioni fino a che l’artista non si esprime chiaramente su quali fossero le sue intenzioni. Il resto sono solo fantasie…

Fermo restando, ovviamente, che un senso attribuito dall’artista al suo lavoro che non sia desumibile dall’opera indipendentemente dalle sue considerazioni (che non sono l’opera) è di sicuro una fantasia, ma dell’artista stesso! Ma andiamo oltre. Hai scritto che ti piace “pensare all’arte come a quel momento in cui l’artista comunica con la sua tela utilizzando la tecnica di un adulto e la fantasia di un bambino”. Intendi forse dire che l’arte è un dialogo in primo luogo con se stessi?

L’arte è assolutamente un dialogo con se stessi. L’artista che non dialoga con se stesso non sta producendo arte ma semplicemente opere di design. L’artista è obbligato a parlare con se stesso nel momento in cui si trova davanti ad una tela bianca. In quel momento si sente piccolo e timido davanti all’opera non ancora realizzata. Il sentimento di timidezza che pian piano si trasforma in soddisfazione davanti all’opera terminata è alla base del dialogo con se stessi. Ed in questo dialogo la fantasia e la tecnica devono compenetrarsi l’una con l’altra. Non credo possa esistere un artista vero dotato di sola tecnica e senza la fantasia di un bambino; allo stesso modo, un artista dotato solo di fantasia ma senza tecnica non sarebbe in grado di produrre opere d’arte degne di tale appellativo.

(segue)