Rosa Mundi

Il giardino delle Vergini

Terzo e ultimo appuntamento con il racconto, a cura di Andrea Guastella, dell’antologica di Rosa Mundi Il giardino delle Vergini, conclusasi il 10 marzo scorso a Palermo presso Palazzo Branciforte: un allestimento scenografico dove oggetti d’uso quotidiano, come nel film di Sofia Coppola Il giardino delle vergini suicide, riacquistano, tra l’incanto delle Esperidi e il roseto del Canto dei Cantici, la “verginità” perduta.

Ci siamo lasciati al secondo livello della mostra. Rimane ancora da percorrere per intero la “soffitta” della casa, uno dei luoghi più belli e struggenti di Palermo, quel Banco dei pegni per oggetti di rame e bronzo e, successivamente, di non preziosi, seterie e biancherie, in cui per anni la povera gente ha lasciato una camicia, un lenzuolo, una coperta, in cambio di quel po’ di denaro che servisse a pagare il medico, l’affitto, il panettiere, il biglietto di una nave in partenza per l’altrove. Coi suoi scaffali in perenne penombra, coi suoi palchetti, scale e ballatoi alla Piranesi, il Monte di Pietà – così erano soliti chiamarlo in città – è come il guscio di una conchiglia abbandonata. Non ci resta che accostarlo all’orecchio per udire, col canto delle sirene, il rumore del mare.

Se ascoltiamo oltre le melodie di Alberto Bof, Carlo Condarelli e Jacopo Lo Bue, sentiremo, in mille strani accenti, sillabare una parola. Una parola in mezzo al mare è appunto il titolo dell’installazione che ci accoglie nel secondo piano, realizzata nel 2009 a Salemi per creare un collegamento tra il Museo del Risorgimento e il Museo della Mafia. Qui è collocata, opportunamente, in mezzo alla collezione Giacomo Cuticchio di pupi siciliani di Palazzo Branciforte. Risulta composta da un cruciverba a forma di Sicilia in cui campeggiano le parole “maffia”, “noi”, “don”, “na”, con l’ultimo bisillabo a impersonare Napoli e in generale la camorra, e da un tavolo carico di libri – appartenenti a epoche diverse – spalancati su pagine in cui si parla di “mafia”. L’opera ha carattere enciclopedico: vuole tracciare, anche attraverso il lettering delle frasi, l’evoluzione storica di questo concetto. Quanto alle definizioni, alcune sono a dir poco esilaranti, come quella per cui “mafia” sarebbe una voce …piemontese. Le parole sono ipotesi per incorniciare il vuoto? A giudicare da Acqua in bocca, installazione di una stanza vicina in cui ci si interroga sul potere della stampa, sembrerebbe di sì. Al centro, lo scheletro di un vecchio televisore con dei libri chiusi e foderati di ingannevoli giornali e, al loro fianco, una vasca di vetro con dentro un pesciolino, anch’esso vitreo. Nessuna verità, solo morte e ovvietà. O il falso spacciato per vero come in Lupara al borotalco, dove alcuni bambini vestiti da pastori contemplano un microscopico fucile a canne mozze su una spiaggia di “neve”. Le origini di tutto si perdono nel mare. Un mare che un tempo occupava la terra e che, nel Giardino delle Vergini, riprende il sopravvento. I saloni del secondo piano sono infatti popolati di meduse e cavallucci marini, creature sovente ermafrodite che identificano gli opposti e sono dunque cariche di vita potenziale. Quando la nostra civiltà sarà scomparsa, come è accaduto a Palmira e ai grandi regni del passato, cui è dedicata un’intera serie di Box, di Tamburi e di Sfere armillari, le caratteristiche strutture traslucide create dall’artista e poggiate sugli scaffali come offerte votive, meduse e cavallucci continueranno a danzare al suono delle chitarre, dei cembali e degli archi della penultima stanza del percorso.

Cos’è del resto l’umanità se non un popolo di formiche, lo suggeriva Leopardi, annientato da un pomo caduto da un ramo? Basta un piccolo scossone perché il nostro nido si riduca – come è accaduto a Gibellina, cui è riservato un altro ambiente – a una finestra rotta con una sedia di cielo e il paese in cui siamo cresciuti a un deserto, una rovina. E tuttavia la speranza rimane, incarnata in un cavallo, in una bambina, in un ulivo frondoso, in una tenda per accogliere i viandanti nella notte o in una foresta di nomi da recitare attorno a un fuoco. Alla fine del viaggio, l’avventura dell’uomo è una parure di valigie disposte a spirale. Valigie rigorosamente vuote. Venuta da lontano, da un maniero normanno, Rosalia, come il suo Buco nero – una macchia a forma di rosa – che si apre, nella Cavallerizza del palazzo, su una minuscola sfera, porterà infine via con sé la fame, la peste, i disastri della guerra? Riuscirà Rosa Mundi a restituirci, tra l’incanto delle Esperidi e il roseto del Canto dei Cantici, la verginità perduta? Le domande rimangono senza risposta. Resta solo il rimpianto di chi, come chi scrive, e come accade ai protagonisti del film di Sofia Coppola, non riesce a risolvere del tutto l’enigma delle Vergini: “Scoprimmo che le ragazze sapevano tutto di noi e che noi non potevamo capirle affatto. Cercammo di dimenticarle, ma ovviamente era impossibile”.