Rubrica settimanale di Gabriele Perretta di critica mediale: osservatorio, libri, personaggi, ri-letture, percorsi, bilanci, racconti.

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L’etica trash e l’ultimo ingombro … + la Lettera a Carla Lonzi [quarta parte]

Con questa quarta parte si conclude la narrazione dedicata all’«etica trash» e ci salutiamo per una pausa estiva. Ci ritroveremo a settembre con nuove proposte critiche e narrative e rinnovato entusiasmo sulla ricerca della verità. E come dice Angelo Shlomo Tirreno: “La verità brucia! Il solito incendio doloso.” 

Così, il sesso non è più nel sesso, il politico non è più nel politico: l’uno e l’altro infettano tutti i campi, l’economia, l’arte, la scienza, la dietetica, lo sport dell’occulto e tant’altro. Per questo oggi solo i fenomeni trash attirano quel poco di attenzione che ancora resta: il covid-19 e il portamento virale di Glap. Ognuno di essi, quale precipitato clinico della contaminazione trash, delle fake news, della politica fascista, dell’economia liberista, salda delle conseguenze e tutti si toccano e si contaminano, mentre l’app gode. Data la loro costante presenza nella storia sociale, gli eroi del trash sono andati progressivamente moltiplicandosi e oggi, all’interno della cultura delle società neoliberiste, sono particolarmente numerosi.

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L’etica trash e il nuovo inciampo liberal … ovvero la scoperta del Vampiro 19 [terza parte]

Dopo l’orgia del Trash, momento esplosivo dell’ipermodernità di Glap, della finta liberalizzazione in tutti i campi… verrebbe, dunque, il trans-trash, il tran-sessuale, il trans-estetico, il trans-economico e il trans-assassinio del trans stesso («ammazza, e quanto sei ambigua, ahó!»). Ma, nel vedere con quale frenesia Glap, con un senso cinico della formula, descrive il crollo di tutti i codici, ci si rende subito conto che questo trans non è un aldilà, né un superamento, né la fase ulteriore di uno sviluppo femminile, ma la morte stessa della poesia, la morte per mano di un omicida. Definirebbe piuttosto la contaminazione del design, la contaminazione reciproca di tutte le categorie dell’arte, la confusione dei campi, la sostituzione da una sfera all’altra, ma purtroppo sostituisce solo l’atto di assassinio con un altro atto di assassinio.

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L’etica trash e la nuova faciloneria liberal in viaggio … ovvero la scoperta del Vampiro 19 [seconda parte]

Se la tragedia neo-liberista è sicuramente una delle forme culturali più elevate nella storia del nuovo Das Kapital, il suo significato autentico resta però ancora uno dei più enigmatici. Che cosa rappresentano, in ultima istanza, le drammatiche peripezie e il crollo finale dell’eroe proto-trash? Che senso ha la nuova tragedia, come genere pop ed in che cosa le sue differenti espressioni trovano una ragione unificante ed un pricipio di menzogna comune? In una parola, qual è l’essenza della fuffa parodica trash? Qui deve essere riconosciuto il centro nevralgico del sacrificio schermatico del trash, il cui contenuto riflettente e mortifero si spande sulla commedia tutta come un’ineliminabile atmosfera di senso politico.

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L’etica trash e il nuovo pressappochismo liberal in viaggio … ovvero la scoperta del Vampiro 19 [prima parte]

Tremila anni prima, le forze del Buio erano emerse dagli abissi della terra per distruggere l’Umanità. Ed ora erano nuovamente apparse, uccidendo tutti quelli che avevano la sventura di trovarsi sul loro cammino. Solo poche migliaia di persone, dopo una strage inenarrabile alla quale era possibile opporsi con vaccini e mascherine, erano riuscite a trovare rifugio nell’antichissima fortezza del proprio Io, del proprio Narcisismo Politico, denominata The Tower of Neo-liberal Certainty. E qui il mago di Microsoft, aveva offerto a questo esiguo gruppo di sopravvissuti una speranza seppur tenue, con la sua Mouse-Magia.

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Chi ha ucciso la critica? Quando la critica è arte da occultare (4a parte)

L’Istituto dell’Occulto, vero capolavoro di Slavinia, era formato, al centro, da un nucleo di fotografi dilettanti ed agenti di carriera, mentre, tutt’intorno, vi era una vastissima rete di informatori privati, per le sorti dell’Opening People e della Reprimenda anti-critica. I funzionari erano 80 e gli agenti circa 600. Con l’Istituto dell’Occulto collaboravano, “in condizione di dipendenza”, tutti gli anarchici trash-spot, gli Uffici Politici Investigativi dei vari comandi di Legione della Milizia Fotografica Dilettante e, se richiesti, tutti gli altri servizi politici e militari dello Stato dei Media Occulti.

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Chi ha ucciso la critica? Quando la critica è arte da occultare (terza parte)

Da alcune ore, indagando tra fasci di carte, si adoperava a costruire una relazione che, documento di tutta l’attività degli ultimi anni dei MetaOppressiveTime, avesse il valore di una difesa, una vana difesa. Questa complessa analisi è la base per quella pratica che ci chiama a ripercorrere in senso totale, lo slittamento dell’atteggiamento critico, l’atteggiamento dell’Aufklärung, nel progetto della critica intesa come la possibilità della conoscenza di farsi una giusta idea di se stessa. Critica che si chiama nel nome stesso.

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Chi ha ucciso la critica? Quando la critica è arte da occultare (Seconda parte)

L’assassino non ha nome e nulla “dovremmo sapere” del suo volto, della sua età, dei motivi per cui ha ucciso. Assassini con un volto riconoscibilissimo, megere che hanno un nome e un postribolo dove gestiscono le sorti dell’Istituto dell’Occulto Fotografico Taurinense, istituzione aggressiva e disumanamente votata alla repressione della critica. Fantasmi che ritornano vivi, le cui azioni sono manovrate da ombre in Bianco e Nero, che ostentano lastre (concettuali) ammiccanti e fasulle, eredi di baluginamenti atavici, cui non è consentito di morire ma solo di uccidere. Il racconto ha tutti gli ingredienti di una leggenda premonitrice, di una narrazione-codice sulla decadenza dell’operato trash e sulla nemesi, di cui esplorare il cifrario.

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Sulla vera invenzione del testo foto-poetico Ancora su Vito, due o tre cose da raccontare.

Attraverso una riflessione storica dei temi fondamentali delle corrispondenze, le pagine di Perretta documentano gli approcci per pensare alla continuità del fototesto negli anni duemila. Proponendo una nuova interpretazione filologica di Coule, una plaquette ad opera del poeta Vito Riviello e del fotografo Mario Albergati, ci sottolinea come il fototesto dovrebbe raccontarsi per non cadere prigionieri di retoriche sublimi, o di euforiche emancipazioni nella fiera del nulla. Perretta prospetta una lettura basata sulla prassi dell’immagine poetica, per comprendere il legame problematico tra il testuale e il viaggio nella «microvisione», di un poeta e di un costruttore di figurazioni parallele.