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Dettaglio di incunabolo, autore anonimo, XV secolo, Attis

L’assassinio di Edipo (I parte)

Si è preso così coscienza che il “voler bene” e l’amore di Edipo non sono scelte di una volontà incondizionata, attuate in assoluta libertà, ma presuppongono una maturità psicoaffettiva, conseguenza di un affinamento delle potenzialità interiori, soprattutto di quelle pulsioni affettive che sono parte integrante della vita e che la ragione non può ignorare e tantomeno reprimere. Questa è solo la presentazione, come a teatro, un teatro della morte e del suicidio, quando vengono annunciati i personaggi e poi consumati. Con una sola differenza: anche qui c’è un soggetto, un soggetto che tutti quelli come Anti- … non possono vedere, ma “Egli” passa per la testa: anche qui ci sono i personaggi, ma li vedrete sfilare solo leggendo tutte le parti di questa articolata scrittura slanguage. 

“Tu non sei Confalonieri!”. La sindrome del Beato: il delirio del sosia.

In un primo momento, l’assassinio di Beato Confalonieri parve aver trasferito in Italia un caso del tipo “uccisione di Edipo”, una esecuzione su commissione del genere “murder association”. Beato Edipo Confalonieri stava in macchina, in una strada oscura, con la sua amante. Un’altra macchina gli si è avvicinata silenziosamente alle spalle, con fari abbaglianti per impedire che gli occupanti potessero essere ravvisati: poi si è accostata, una mano ha aperto il finestrino di destra, con un comando digitale di alta precisione, ha puntato una pistola e ha sparato. Il vetro del finestrino di Confalonieri – che era alzato – è andato in frantumi. La pallottola ha colpito l’Edipo (Il Sosia Padre) disgraziato vicino alla bocca, il proiettile è passato tra le ossa zigomatiche, è uscito dall’orbitale, fracassandogli il volto angelico, da padre post-punk ventitreenne e da osannato ribelle. Il giovane, l’Edipo Re antiedipico, è caduto sul volante, è morto il giorno dopo all’ospedale. La vettura dei giovani assassini (due per forza di cose: uno che guidava e uno che, seduto alla destra, ha aperto il finestrino ed ha sparato) è scomparsa, senza nemmeno accelerare troppo. È stata ritrovata il giorno successivo, abbandonata nei paraggi del quartiere. Era stata rubata la sera del delitto. Dal contachilometri, è risultato che non aveva percorso altra strada che quella necessaria ad andare in Via Carlo Giuseppe Bertero, dove Confalonieri è stato ucciso, e in via Levanna, il punto in cui è stata rinvenuta.

“Colpi” di questo genere, finora, erano la specialità di Barbarella e dei suoi gangsters dell’ “Anonima antiedipica” (AAAZ00). Ma questi sono episodi di scuola francese post-strutturalista o post-psicoanalitica. In Italia, se eliminazioni a comando qualche volta sono avvenute, sono sempre state più antiedipiche di quelle Gallico-Gallonate; più teatrali, più punk a bestia, più intransigenti, più clamorose, più manieristiche, più maranza: il caso Confalonieri – così scientifico, così gelido, così doppio e contemporaneamente emblematico, diremmo quasi simmetrico all’auto-inganno – sarebbe stato il primo di una “Anonima Antiedipica” italiana (e specificamente romana, AAIR), e pertanto ha ancora più profondamente colpito e impressionato. Ora, a una decina di giorni dai fatti e a seguito dello sviluppo dell’inchiesta, pare che si possa escludere un sospetto del genere e che l’uccisione di Edipo Confalonieri sia imputabile ad altro: giustizieri dell’autonomia “woke” che si specchiavano nello stesso Confalonieri, liberatori dall’oppressione della figura paterna, ideologi del nuovo movimento di liberazione dalla figura di Edipo: sia esso autoritario o autorevole che sia, fatalità nel partire del proiettile da un’arma di facile grilletto (come la P38) manovrata da mani forse guastate e forse impacciate. Si è inclini, cioè a dare all’assassinio una interpretazione elementare, un motivo da quattro soldi, e forse si è nel giusto: ovvero l’eliminazione del patriarcato, tramite la soppressione della figura paterna dell’intellettuale ex-autonomia operaia: Beato Edipo Confalonieri. 

Cratere a calice con Edipo e la Sfinge, Museo archeologico nazionale delle Marche

La strada dove Confalonieri era in sosta è una delle più oscure e marginali di Roma, vi si fermano in genere le macchine delle coppiette. Gli assassini avranno pensato di poter rapinare facilmente dal portafoglio gli occupanti di quella utilitaria digitale davanti a loro. Spesso i giovani consegnano il denaro senza discutere e senza sporgere denuncia, per non avere grane e per evitare pubblicità. La pistola era stata puntata, presumibilmente, solo per spaventare. Ma, malauguratamente, il colpo è partito come il desiderio della droga ed ha centrato lo stesso Confalonieri. Vedendolo reclinarsi sul volante, i punkabbestia se la sono squagliata, abbandonando poco dopo l’automobile, rubata solamente poche ore prima. La tesi fila liscia. Però, perché sia vera bisogna dimostrarla: e, almeno fino a questo momento, essa ha tante ragioni per essere valida, quante ne ha quella di chi pensa (anche senza spiegarsi il perché) ad un assassinio organizzato, per vendetta o per altro, senza complicazioni di rapine e simili. Insomma un colpo alla Capgras: identificativo e suicidario, pronto a scambiare l’immagine nel figlio e del figlio nel padre! “Un colpo alla Capgras” non è un’espressione comune, ma potrebbe essere un riferimento informale alla sindrome di Capgras, un disturbo psichiatrico raro, in cui una persona è convinta che qualcuno vicino a lei, come un familiare o un amico, sia stato sostituito da un sosia identico, un “impostore”. Il termine potrebbe indicare l’impatto o il “colpo” che questo disturbo provoca sulla vita della persona affetta e sui suoi cari. È un tipo di sindrome delirante in cui la percezione visiva di una persona o di un oggetto rimane intatta, ma l’identità di quella persona o oggetto viene erroneamente attribuita a un impostore.

Un giovanotto agitato e ribelle: ricapitoliamo i fatti. Va detto intanto, subito, che Beato Confalonieri non aveva nemici, se non il suo sosia, se non se stesso, snaturato, in una famiglia “poco disfunzionale”(si fa per dire). Era ormai nella maturità dei ventitre anni. Aveva il capello post-punk ed era agile e forte, come chi ha praticato sport ed ha vissuto tra una manifestazione antagonista e l’altra, e si è sempre impegnato negli allenamenti. Anni prima aveva militato nel gruppo della trap romana e si è sempre tenuto in esercizio, sia con gli allucinogeni che con la marjuana. La pratica dello stoicismo ci insegna a controllare le nostre reazioni interiori alle cose del mondo esterno su cui non abbiamo alcun controllo, ma la maggior parte delle volte, il nostro ego si mette in mezzo. Potresti (parlando per esperienza personale) invidiare il successo di qualcun altro (anche se quella persona ti è vicina), o cercare di elevarti più in alto agli occhi degli altri ostentando certezze o umiliando qualcun altro, ecc. e tutto questo deriva dal nostro ego, soprattutto quando il nostro ego è un ego gemello, è un ego sosia, è un ego padre e figlio insieme, controfigura e extrafigura nello stesso istante rovesciato. 

Recentemente, Beato aveva iniziato a chiedersi se sia reale uccidere il proprio «io» e avere una perfetta armonia interiore, come i monaci dei film. La morte dell’ego, per i punkabbestia, è diventata una cosa di moda. La maggior parte delle persone che hanno avuto una morte dell’ego IN REALTÀ NON NE HANNO MAI AVUTA UNA. “Ne ho avuta una per circa 15 minuti,recitava Beato, una volta e non sono ancora convinto che sia quello che ho avuto. L’unico motivo per cui credo di averne avuta una è perché ho ascoltato persone molto più eloquenti di me che le spiegano (Terrance McKenna, Alan Watts, Ram Dass e alcuni altri guru meno noti). Quando l’ho avuta (forse?…), ho letteralmente cessato di esistere. La mia identità è scomparsa. Le mie paure, le mie passioni, le mie idee, le mie opinioni. Ogni senso delle parole che usi per descriverti smette di esistere. Non c’è “io” durante una morte dell’ego. Se come “noi” quella cosa a cui  ci riferiamo interpreta questi piccoli personaggi conosciuti, come “io” è annientata. Tutti i 

miei sogni, tutte le mie ambizioni, tutto svanito. Se vai su TikTok, Google, o YouTube vedrai persone che affermano di averle e spiegano cose che non hanno nulla a che fare con questo. Ad esempio, ne ho appena visto uno che diceva “Se ti senti depresso e ritirato dagli amici, potresti stare vivendo una morte dell’ego”: tipo, cosa? Sono solo problemi di salute mentale. Tuttavia, se avessi una morte permanente del senso di sé e dell’ego, NON SOPRAVVIVERESTI nemmeno in una società mite. Verresti divorato vivo ovunque. Abbiamo bisogno del nostro “io” per muoverci nella società e nei suoi sistemi. Inoltre, francamente, penso che sarebbe un’esistenza miserabile. Amo il senso di “io”, è il modo in cui navighiamo in questa realtà e, soprattutto, come interveniamo sui muri dove scriviamo con le bombolette: Beato 1 e Beato 2, “padre e figlio” e “figlio e padre”, in un continuo rovesciamento. È il motivo per cui siamo in grado di navigare in questa realtà fisica. Quando ho avuto quello che pensavo fosse il mio, ero solo un guscio vuoto. È come se fossi direttamente una forma di vita fluida che faceva semplicemente parte del quadro più ampio. Non era in un buon modo però. Mi sentivo solo un grande niente. Quello che VOGLIAMO è avere meno ego che ci controlla, anche quando l’altro, come nel mio caso, si chiama Beato o Beato 2. Forse l’altro vogliamo tenerlo sotto controllo e addestrarlo. Vogliamo che ci permetta di navigare nel nostro regno, ma non essere bloccati ad esso con esso che definisce ogni nostra convinzione. Spero che abbia senso.

La peste di Tebe, Charles Francois Jalabert, 1842

Questa è la mia prima volta che, “pur non essendo Beato, scrivo su questo argomento e l’ho trovato più difficile del previsto”. Beato Confalonieri si occupava della filosofia di Gilles Deleuze & Felix Guattari, nello studio di Roma che aveva ereditato alla morte del padre, un padre qualsiasi ma con il suo stesso nome e cognome, ricordato ancora come Beato Edipo Confalonieri feat Anti- … . Uno studio di Filosofia per counseling ben avviato e frequentato da una clientela sicura e ricca di toniche emozioni. Aveva una sorella con la quale aveva litigato a morte, tutta bella e sistemata con un piccolo imprenditore (del napoletano) nostalgico e fascista e con la quale era in perfetto disaccordo. Viveva da solo nelle foresterie dei Centri Sociali Romani; una compagna femminista andava spesso a fare pulizie allo spazio e a preparargli la colazione di mezzogiorno, così come la preparava per altri rifugiati politici e scappati di casa. Alla sera, cenava fuori, a San Lorenzo, con i radunati della Fontanella di via dei Volsci. Una vita sicura, comoda, da romano di città, fornito di quello che occorre per non avere pensieri. Conoscenze femminili gliene attribuivano parecchie, naturalmente. Un bel ragazzo, sportivo, benestante, sarebbe stato strano se non ne avesse avute. Ma relazioni, niente. Solo, una vecchia amicizia che durava da diversi anni, con una compagna, Bruna Seviziato (ha 35 anni), che a sua volta abitava in un Centro Sociale di San Lorenzo. Questa amicizia, ultimamente, si era trasformata in amore e i due avevano deciso di andare a vivere insieme in primavera: ora stavano appunto preparando la foresteria del Centro Sociale per piazzarsi meglio; si incontravano ogni sera in casa di lei, facevano progetti per la Spagna o per il Portogallo. Come si vede, nulla che possa, nel passato di Beato, suscitare sospetti di odii insinuatisi nel cuore di qualcuno, indurre a pensare a vendette passionali, considerare l’esistenza di nemici creatisi nel campo dello spaccio delle droghe e spietati fino al punto di deciderne l’eliminazione.

D’altra parte la vita privata di una coppia di gemelli, di una coppia una nell’altra che quando si dividevano si chiamavano Edipo e Anti-…, è sempre un mistero; e anche alla polizia occorre del tempo e un vero e proprio meccanismo sosiografico per indagarla in tutte le pieghe o sembianze. Beato nacque, insieme al fratello gemello a Roma. Edipo, insomma uno dei due, dichiarò nella sua precoce autobiografia che in realtà non era mai riuscito a vivere come un punkabbestia. Egli non pensò mai di essere “l’altro Beato, ovvero l’Anti- …”. Visse invece tutte le angherie ed i soprusi che subiscono i “bambini beati” senza “essere l’altro”, quelli che non sono accettati dal gruppo. Neanche gli estrogeni, che gli furono massicciamente somministrati per fargli crescere il seno e il petto villoso, né le forzature psicologiche per modificarne il comportamento in senso plurisessuale, riuscirono ad influenzare lo sviluppo della sua personalità maschile. All’età di 13 anni Anti- … iniziò a pensare di togliersi la vita ed espresse il desiderio di non vedere più il dottore che lo teneva in cura. Il cambiamento di genere si era rivelato un fallimento, sia sul piano teorico sia su quello pratico. Finalmente, nel 2016 i suoi genitori gli dissero la verità: seguendo il consiglio dello psichiatra di Beato Confalonieri major, gli parlarono della “riassegnazione di genere” alla quale era stato sottoposto. A 14 anni Anti-… decise di assumere la sua originaria identità maschile cambiando il suo nome in Beato Anti-Edipo Confalonieri jr.. Fu sottoposto a un lungo ciclo di trattamenti chirurgici (doppia mastectomia e due interventi di falloplastica) e ormonali (iniezioni di testosterone). Il 22 settembre 2018 Beato si fidanzò con una ragazza di San Lorenzo.

La sua storia salì all’attenzione internazionale nel 2019, quando una ricostruzione del suo caso fu pubblicata dal sessuologo Mag Diamond. Successivamente Beato Confalonieri, nell’identità unica di Edipo e Anti- … , decise di rendere pubblico il suo vissuto, raccontandosi al giornalista e scrittore John Colapietro. Ne uscì un vivido ritratto, pubblicato nel dicembre dello stesso anno sulla rivista a larga diffusione «Rol Stone». Colapietro scrisse anche un libro, As Nature Made Him: The Boy Who Was Raised as a Double. Il libro, uscito nel 2000, smascherò i tentativi di scissione della matrice Beata (edipica) e rivelò al mondo il fallimento del suo metodo. Nel 2024 Beato perse il fratello gemello, morto suicida. Il 2 maggio 2024 la compagna gli annunciò l’intenzione di separarsi e due giorni dopo Anti-Edipo si recò in via Levanna e per suicidarsi si sparò con un colpo di P38, dopo aver inseguito l’utilitaria di Edipo Re, detto anche l’Edipo a Colono. Aveva 23 anni ed era identico al Beato Anti-Beato Edipico. La sera del delitto era di domenica Anti-… aveva trascorso il pomeriggio con gli amici, al Tempio del Bramante, per assistere in televisione all’incontro di calcio Roma-Portogallo. Risulta che poi abbia giocato un poco al biliardo, quindi che abbia impiegato un paio d’ore a battersi a scopa con gli amici. Verso le 20,30 fu visto telefonare e poi uscire. Probabilmente aveva avvisato Bruna delle sue decisioni per la sera. E infatti i due si incontrarono, salirono a bordo dell’utilitaria di Beato (appena comperata), parcheggiarono nella strada buia delle coppiette. Assistettero al film che si vedeva sul tablet di Anti- … . E poi si diressero verso la casa della giovane punkabbestia. Arrivati poco lontani, e cioè in via Levanna, decisero di fermarsi un momento, forse per fumare uno spinello e darsi il bacio della buonanotte. È stato accertato che dovevano essere circa le 23:30: lo spettacolo cinematografico sul piccolo schermo, infatti, era terminato verso le 23:00.

Il colpo fatale: Quello che sia avvenuto dopo, lo si è potuto ricostruire solamente dal racconto di Bruna. “Eravamo là da qualche minuto. Cercando di andare al nocciolo del problema, potremmo senz’altro accettare la definizione secondo la quale: “identità personale è riconoscersi ed essere riconosciuti”. Riconoscersi, com’è ovvio, non significa solamente guardare lo specchio e sapere senza ombra di dubbio che quel volto ci appartiene, ma anche rivolgersi in ogni momento a se stessi prevedendo, con buona approssimazione, la possibile risposta. Risposte di comportamento e di prestazioni fisiche, ad esempio: conoscersi è sapere il limite delle proprie forze, quanto è alto e largo un ostacolo che siamo in grado di superare, quali sapori riconosciamo come buoni o cattivi per noi, quali odori emana il nostro corpo, quali rumori, quanto spazio occupa, che peso impone alla porzione di spazio fisico sulla quale poggia ecc”. “Eravamo là da qualche minuto”, ripetè Bruna, “quando dietro di noi si è fermata un’altra macchina, con i fari abbaglianti accesi. Ha sostato un po’, poi si è mossa avanzando lentamente. “Vediamo cosa fa questo”, ha esclamato Beato. In quell’istante, la vettura si è accostata alla nostra, Beato si è voltato per guardare. “M’è parso che avesse un’espressione di terrore in volto, per un attimo, e nello stesso tempo ho udito un colpo, ho visto il mio amato reclinare il capo sul volante, perdendo sangue in abbondanza. Intanto, l’auto degli assassini scompariva, non ho fatto in tempo a prenderne la targa, ero sconvolta, paralizzata dallo spavento e dallo choc”.

Frame dal film Killing dad (1989), Regia Michael Austin

È facile rendersi conto della situazione di questa punkabbestia, che aveva assistito – senza nemmeno comprendere cosa accadesse – all’assassinio del suo futuro compagno. Bruna ha tentato prima di portar soccorso. La strada era deserta, nessuno l’ha udita. Ha dovuto scendere, cominciare a correre con le gambe che nemmeno le reggevano, in cerca di un telefono: chiamare la polizia, chiamare la Croce Verde. Poco dopo, arrivarono gli agenti e l’autolettiga. Beato era trasportato d’urgenza all’ospedale. Morirà il mattino successivo, verso le 10, senza avere mai ripreso conoscenza. Non si saprà, pertanto, a che cosa fosse dovuta quell’espressione di terrore che Bruna credette di intuire sul suo volto, nell’attimo in cui s’era accostata la macchina misteriosa: se alla pura e naturale paura per la pistola puntata, oppure al fatto di aver riconosciuto colui che stava per assassinarlo. La macchina dei banditi è stata ritrovata lo stesso mattino di lunedì. Era una utilitaria digitale chiara, nuova, rubata la sera avanti al dirigente di un partito della sinistra italiana, che aspira ad andare al governo raggiungendo l’10 per cento. L’utilitaria era stata quindi abbandonata in una strada oscura di Montesacro, una stradetta non molto lontana dalle carceri di Regina Coeli. 

Tuttavia, era stato rilevato un elemento di estrema importanza. Sulla vettura era stato scoperto il bossolo del proiettile che aveva ucciso il povero Beato, capitando sulla copertina di un libro di Deleuze e Guattari, che si intitola L’anti-edipo. Capitalismo e schizofrenia. Il bossolo, non si sa per quale combinazione si era infilato a pagina 82, lì dove gli autori scrivevano: “Quando Edipo si insinua nelle sintesi disgiuntive della registrazione desiderante, impone loro l’ideale di un certo uso, limitativo o esclusivo, che si confonde con la forma della triangolazione – essere papà, mamma o bambino. È il regno dell’oppure nella funzione differenziante della proibizione dell’incesto: qui è la mamma che comincia, qui è papà, e qui sei tu. Resta al tuo posto. Il guaio di Edipo è appunto di non sapere più ove chi cominci, né chi sia chi. E “essere genitore o bambino” va di pari passo anche con due altre differenziazioni sugli angoli del triangolo, “Essere uomo o donna”, “essere morto o vivo”. Edipo non deve sapere se sia vivo o morto, uomo o donna, così come non deve sapere se sia genitore o bambino. Incesto, sarai zombi ed ermafrodito. In questo senso appunto le tre grandi nevrosi dette familiari sembrano corrispondere a cedimenti edipici della funzione differenziante o della sintesi disgiuntiva: il fobico non può più sapere se sia genitore o bambino; l’ossesso se sia vivo o morto; l’isterico se sia uomo o donna. Insomma, la triangolazione familiare rappresenta il minimo di condizioni perché un “io” riceva le coordinate che lo differenziano nello stesso tempo quanto alla generazione, quanto al sesso e quanto allo stato” (L’antiedipo, intr. e tr. di Alessandro Fontana, II edizione, Einaudi, Torino, 1975).

Questa, per il momento, è la situazione, lo stato delle indagini. Se la perizia riuscisse a provare che si è trattato di un vero e proprio suicidio, o addirittura parricidio, il delitto ripiomberebbe nell’oscurità, ridiventerebbe misterioso. Bisognerebbe, forse, lasciar da parte le tesi dei ladri di macchine, dei rapinatori di periferia, dei colpi partiti per sbaglio e pensare a qualcosa di più serio: alla vendetta, all’odio, all’eliminazione deliberata di un figlio-fratello del padre o viceversa, insomma al suicidio di un sosia di Edipo. Ritornerebbe in ballo, per converso, l’ipotesi del crimine alla Barbarella, alla Anonima Assassini, quella che una mente normale si rifiuta di ammettere. Roma è rimasta sotto l’incubo di questo assassinio folle e spietato. Edipo lo conoscevano tutti, era esuberante, sano, pieno di vita. Riesce difficile immaginarlo spento da un sicario che è il sosia di se stesso, della profondità della sua patrilinearità gemellare (il disgiuntivo dell’oppure), con un unico colpo a tradimento, mentre siede accanto alla donna che sta per unirsi a lui. Bisogna che quest’incubo venga dissipato. E la risposta, per ora, può darla solo una canna di rivoltella, o al massimo il diario di famiglia, che i periti stanno esaminando, per scoprirvi la corsa di un proiettile mortale. Il groviglio della tragedia, il rovesciamento del nome e dell’ identità è dunque in tutto e per tutto paragonabile ad una controseduta psicoanalitica o all’organizzazione di un rave: sollevando il velo che nasconde a Edipo il suo volto di parricida e di incestuoso, essa ci rivela a noi stessi. 

Dettaglio di Edipo e la Sfinge (1808) di François-Xavier Fabre

Due ore essenziali: A questo punto, il caso comincia a giocare nella vicenda un ruolo di primaria importanza. Il martedì successivo a tarda sera, 48 ore esatte dopo il delitto, un giovane che guidava uno scooter-furgoncino andava a sbattere in via Salaria 691, davanti alla stazione della Zecca di Stato, contro un’auto ferma. Lo scooter sbandava, poi si rovesciava. Il giovanotto rimaneva a terra, gravemente ferito. Per caso, per fatalità, proprio davanti alla Zecca. Per caso, per fatalità, il primo ad accorrere in suo soccorso era il maresciallo dell’Arma, Finzini. Per caso, per fatalità, il militare – prima ancora del sangue scorgeva una pistola P38 che – per caso, per fatalità – era uscita di tasca al ferito. Infine, sempre per caso, per fatalità, dopo aver raccolto quell’arma, e nel tentativo di rialzare il giovane, il maresciallo sentiva nelle tasche dell’altro qualcosa di metallico. Erano due altre rivoltelle, a canna lunga, calibro nove. Tre armi da guerra insomma, con relativi proiettili, addosso ad un tizio sui ventitré anni, che girava disordinatamente per la città in scooter-furgoncino. Il giovanotto capitombolato in mano ai carabinieri si trova in arresto in ospedale, con un trauma cranico. Si chiama Beato Anti- … Confalonieri, ha 23 anni, abita a Montesacro, una stradina a nemmeno cinquecento metri dalla dimora di Ennio Flaiano. È risultato che si tratta di un post-punk-rapper-graffitaro, abituato a compagnie anarco-aut-op, disoccupato volontario, incurante della madre, del padre, del “regno dell’oppure” e di qualsiasi altra “disgiunzione”. Pur privo di denaro Anti- … possiede una motocicletta e, soprattutto, pare accertato che siano sue le armi che gli sono state trovate addosso la sera del capitombolo. O meglio, che le possieda in società con altri giovinastri, accompagnati da casse di libri che possono riempire una biblioteca: per farne che cosa (?), spostare il senso dell’oppure, sollecitare l’incesto, lo zombi e l’ermafrodito. Anche non volendo pensarlo, è facile immaginare: progettare il suicidio come parricidio (in fondo: “il fobico non può più sapere se sia genitore o bambino, l’ossesso se sia vivo o morto”)! 

Quando un individuo, dotato di una coscienza cinestetica sufficientemente strutturata, solleva un libro, ne valuta istintivamente il peso, usando come parametro le proprie forze che già conosce. Se poi è esperto di zavorre convenzionali (ad esempio perché per mestiere usa la bilancia), avrà imparato a tarare il proprio sforzo muscolare sui valori culturalmente codificati del peso e saprà dire con buona approssimazione (magari aiutandosi con la vista) quanti etti e chili pesa una certa dose di “oppure”. Incontro con se stessi significa anzitutto incontro con la propria ombra. L’ombra era in verità, quell’Ente che per Beato si chiamava “Beato” e per Edipo si chiamava l’Anti-…, come una gola montana, una porta angusta, la cui stretta non è risparmiata a chiunque discenda alla profonda sorgente del proprio nome! La personalità dell’ombra è, per la massima parte, il risultato delle esperienze affettive avvenute nel suo passato e anche il suo comportamento affettivo è relativo a questo vissuto che ne condiziona l’evoluzione verso il traguardo dell’immaturità.

Come una parte del corpo umano, colpita durante la crescita da un processo morboso, può arrestare il suo sviluppo, così anche una parte dell’ombra, la sfera affettiva, per cause ambientali e soprattutto familiari, può essere disturbata nel suo iter evolutivo, per fissarsi cioè a un livello immaturo, a dispetto del rimanente psichismo che cresce, spesso anche più della norma, per compensazione. E la conseguenza di ciò si evidenzia nel non potere, quasi sempre senza volerlo e senza saperlo, realizzare rapporti di fratellanza matura. Il mancato sviluppo della sfera affettiva di Beato si definisce immaturità psicoaffettiva e suicida. Immatura, in questo senso, è la protagonista paziente di questo caso clinico che ci offre, attraverso l’esperienza di annientamento del padre, una documentazione delle caratteristiche generali e dei meccanismi psicologici, consci ed inconsci, che sono presenti nell’immaturità di Anti- …. Ebbene è stato accertato che la P38 calibro 9 di Anti- … aveva sparato un paio di giorni avanti. Bisogna ricordare che Edipo fu ucciso con un colpo di P38 calibro 9. Allora, dove si trovava la sera di domenica Anti- … ? A San Lorenzo no. Lo hanno dichiarato quelli di via dei Volsci. Verso le 19 si era recato verso la Biblioteca Hertziana, presso un suo amico intimo, con la sua motocicletta. Quando è rincasato? Alle 22, un altro compagno lo ha visto – sempre in moto – davanti ad un’osteria del quartiere San Lorenzo. E poi? E poi la madre ha assicurato di averlo udito rientrare verso la mezzanotte e andare a dormire nel letto del padre, anche se non è sicura dell’ora. Restano scoperte le due ore essenziali, quelle in cui è avvenuto il furto della macchina del colonnello Tezenis e l’assasinio di Edipo. È facile dimostrare che una persona che si trovi a San Lorenzo alle 22, può essere a Montesacro massimo alle 22,15, calcolando anche la difficoltà del traffico domenicale in centro. L’auto del colonnello – si badi – è stata prelevata alle 22.30. Gli orari coincidono con comodità. Anti-edipo ha situazioni e indizi contro di sé; avrà bisogno di un alibi di ferro per uscirne. Purtroppo, per lui, pare che non ne disponga. Finora ha fatto, a sua difesa, solo nomi di compagni dell’autonomia, di gente sospetta per tentativo di insurrezione armata: e costoro, per di più, lo hanno smentito in quasi tutte le sue affermazioni.

Naturalmente, continua a negare. Ma il tempo lavora contro di lui. Infatti, la polizia ha affidato la sua P38 calibro 9, quella che aveva sparato due giorni avanti, al perito balistico, il quale ha già in mano il proiettile di P38 calibro 9 estratto dal cranio del povero Edipo e il bossolo di P. 38 calibro 9 trovato nella macchina abbandonata dall’assassino, alla pagina 82-83 del celebre libro di Deleuze & Guattari. Il perito dovrà dire se il colpo è partito dall’arma di Anti- … . Per stabilirlo, gli ci vorrà circa un mese, durante il quale il giovanissimo avrà modo di meditare se gli convenga (ammesso che sia innocente) resistere disperatamente nella difensiva e cercar prove a suo sgravio, oppure (se colpevole) confessare tutto prima che arrivi la soluzione matematica del sucidio, dico suicidio al posto di delitto.

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