ArteFiera
Parco Lambro -Festa del proletariato giovanile - Immagine da "Re Nudo", n° 44-45, 1976

Sonny: l’anti-edipo insolito (I parte)

Esemplare è il “romanzo di una biografia” o una “biografia chitarristica (chitarrografica) di un romanzo” scritta da Mauro Pagani (o passata attraverso la scrittura di Pagani): Foto di gruppo con chitarrista, pubblicata da Rizzoli nel 2009. Questo romanzo di Pagani, da cui la mia recensione che qui riproponiamo, tocca le questioni più centrali e controverse della storia e del mondo degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, a partire dai problemi del ‘68 e del tecno-mediale (Posted in Libri rubrica di Segno.eu, 13 Ottobre 2009: Mauro Pagani, Foto di gruppo con chitarrista, Rizzoli romanzo, aprile 2009) .

Nota introduttiva: La pratica del tardo modernismo è ingombra di gerghi, di neologismi, di reminiscenze, di citazioni, di ritornelli, di canzoni, di ribelli e di giullari. Gli scrittori, e soprattutto i non scrittori (ovvero quegli autori provenienti da altre forme artigiane), si divertono a stimolare il loro pantagruelico appetito, assaggiando parole ed espressioni dalle più diverse discipline, storie, cantilene, motivi, refrain e altre aree del sapere: la fisica, la matematica, il melodramma, la politica, la letteratura, la poesia di tutti i tempi, la chimica, la pubblicità. 

Il racconto svolto su moltissimi piani, è ambientato nel cuore dell’Europa (ovvero dell’Italia) degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, un periodo cruciale per la mia generazione. La sua vicenda, ovvero la vicenda di Mauro Pagani, e di un pubblico artisticamente emancipato e performatico, come quello di chi in questo momento scrive, è una continua resa agli stimoli esterni, fino a che non ci è toccato di svanire completamente, come se non fossimo mai esistiti. La dissoluzione fisica del protagonista è un effetto della miscellanea in cui si afferma l’anti-edipico, il postumo, spesso e volentieri metaforizzato in “cronache settantasettine” conflittualmente scatologiche. Paradigmatica la scena in cui gli indiani metropolitani, sorti a Parco Lambro, si tuffano nell’appropriazionismo autonomo per recuperare la loro identità e nuotano tra gli avvenimenti storici che portano agli Anni di Piombo. Il presente è il tempo di un vuoto sempre più allargato e distruttivo, all’interno del quale, invano, l’occhio e la mano del chitarrista e di ogni giovane della mia generazione cerca di stabilire nessi tra le cose, di riportare gli effetti, inspiegabili di una storia comune (una storia “nel” e “del” bene comune), un vero e proprio labirinto di rimandi e di rivoluzioni.

L’immagine poetica è il campo principale della ricerca: di essa si indaga la natura e si afferma l’assoluta unicità, ovvero la totale indipendenza dalla realtà comune. Nell’immagine poetica non si riflette più l’antico patto tra segni e cose, ma si dissolve nella retorica dell’avanguardia addomesticata, anzi viene al mondo un oggetto di postremità che non è altro che la sua stessa situazionalità. Di qui il potenziale rivoluzionario dell’immagine situazionale rispetto a quella “banalmente desiderante”, costituita da una sui generis realtà collettiva e dei valori a lungo condivisi, promessa di significati inediti.  È  proprio dentro questo stesso conflitto (situazionale e desiderante) che non si trova un codice che freni questa metamorfosi storica, mentale e fisica! I fatti e gli oggetti d’arte si allontanano irrimediabilmente gli uni dagli altri, in una deriva di luce passatista, come ad un certo punto della narrazione certe orme di stile notazionali, che riempite di nuovi umori politici, si staccano incredibilmente dalla biografia e si lasciano portare al largo delle onde dello spettacolo. 

Foto di gruppo con chitarrista (I parte)

Non capita spesso che un libro importante nasca da scritti e da esperienze che avevano altre intenzioni, altre destinazioni. Eppure, la felice invenzione di un volume, come Foto di gruppo con chitarrista di Mauro Pagani, è svelata per intero a chi, leggendo l’esperimento del poli-artista, sia convinto che solo le occasioni dell’attualità valgono e solo le opportunità del tempo presente salvano. E Pagani, “mentre si finge un giornalista e uno scrittore senza illusioni”, uno sperduto “avvertitore di ore che vengono e sono”, vuole più o meno trovare le vibrazioni armoniche, che forse per un momento, sanno trasmettere la forza risanatrice di una vita vissuta intensamente, tra consapevolezze politiche, civili ed artistiche degli anni Settanta. Pagani – si sa – è un libertario (diciamo così perché ormai – grazie al lavoro della sinistra istituzionale – con i tempi che corrono qualsiasi altra definizione politica è assolutamente sputtanata) del tempo passato, un apodittico più che apocalittico di vecchia data, inquadrato ma critico nei confronti dell’integrazione e dei suoi compagni di strada e di generazione, che in questi anni troppo spesso hanno usato il successo artistico come strumento di potere e di imposizione di nuovi dogmi spettacolari. Deduciamo dalla lettura del libro, che la vita per Pagani risulta più che un tragico paradosso, fuori dagli schemi dottrinali e fuori dalle utopie falsificate dai razionalisti severi o dagli irrazionalisti troppo fantasiosi della generazione del ’68!

L’inafferrabile vita di quegli anni, di quella parte più gioiosa, creativa e propositiva del “movimento”, che non è solo visibile, ma che in tempi non sospetti da Nanni Balestrini venne denominata anche “invisibile”, non sta in “certe filosofate senza filo né sofia”, in “arroganti imposture che la mettono in due tre formule”, ma sicuramente in una dimensione di esistenza vissuta concretamente e con passione, lacerata in “una generazione che ha dissipato i suoi poeti” (tanto per citare Roman Jakobson, che commentò Majakovskij e gli altri poeti della rivoluzione d’ottobre). Non a caso la scrittura di Pagani richiama immediatamente la sua esperienza artistica, che risale ad una tipica formazione degli anni 60-70.

La carriera musicale di Pagani inizia nel 1970 insieme ad altri quattro musicisti dell’area milanese: fonda la PFM con cui lavora fino al 1977. Quattro LP, innumerevoli esibizioni in Italia, cinque tournée europee, quattro americane e una in Giappone, al termine della quale la critica giapponese vota Pagani tra i dieci migliori musicisti al mondo. La scrittura di Pagani è assolutamente interdisciplinare, come tutta la cultura degli anni ‘70, che quasi sempre fu priva di uno statuto unificante. Per dirla alla Deleuze e Guattari, fu assolutamente arborescente. La potenza di questa pratica “scritturale” si associa a quella musicale (mi riferisco all’ambito del progressive!), essa attraversa varie forme di sperimentazione e non si fa incasellare in una specificità, cerca di sottrarsi all’identificazione della forza-lavoro concreta, come lavoro produttivo e pianificazione dell’industria della coscienza.

Naturalmente, nel lavoro di Pagani, questa intuizione è soltanto accennata, mentre rimane una caratteristica specifica per molti autori di quegli anni, che hanno avuto a che fare con la dimensione estetico-politica delle neo-avanguardie. Penso in particolar modo a D. Stratos ed a quello che mi suggeriva Gianni Sassi di quella storia, di quella personalità e poliedricità, così come il mio pensiero va ad un altro amico di Sassi, Gian Emilio Simonetti. Gli anni Settanta hanno prodotto una riflessione strutturale sulla decostruzione dell’identità dell’artista appartenente ad un ambito: ovvero il musicista per il musicista, inteso nel senso di chitarrista, lo scrittore per lo scrittore inteso nel senso di romanziere, il pittore per il pittore inteso nel senso di pictor maximus alla Giorgio De Chirico! Mauro Pagani nel 1979 dà vita al suo primo album solista, al quale partecipano gli Area, Il Canzoniere del Lazio, Teresa De Sio, ed a questo gruppo di lavoro nel 1980 si uniscono i migliori jazzisti dell’area romana. Nasce così il progetto Carnascialia, seguito da un disco e due tour. Nel 1981, dopo aver conosciuto Gabriele Salvatores, Pagani compone le musiche di Sogno di una notte di mezza estate, seguendo anche l’omonimo film, e non disdegna il lavoro di insegnante. Questo vale anche per esperienze come quella di Brian Eno, che dopo aver esordito nei Roxy Music, e dopo aver studiato Arti Visive, diviene un ricercatore di musica concettuale e oggi addirittura un tecnico e un produttore musicale. In sostanza, bisognerebbe chiedersi se questa neo-avanguardia non ha una specificità, o ha piuttosto sempre rifuggito la specificità. Da qui è chiaro che nel romanzo di Pagani il chiaroscuro violento dei modi di vivere sfugge alla cultura sintonizzata sulle scienze umane e non umane più accreditate, così come sfugge ai finti radicalismi, o ai sofferti revisionismi dei filosofi della sinistra moderata e radicale, che combattevano e combattono per affermarsi fra la banda dei reduci e la comunità degli inconfessabili (qui mi riferisco in maniera critica a M. Blanchot). Di qui il rivolgersi di Pagani alle culture più risalenti, non per una civetteria da “militante interno” ma per interrogare gli antichi umori, le primitive passioni, gli originari sentimenti che hanno mosso quella storia a partire dal 1969. Un anno di cui, nel nostro difficile “istante”, ricorrono i quarant’anni e su cui, in questa asfissiante crisi del capitalismo globale, sia la sinistra di tradizione istituzionale che quella di tradizione extraistituzionale, quasi parallelamente alle sorti di Wall Street, vive un disfacimento improvviso e estremo, che forse è quasi più forte del crollo che corre nella difficile situazione del paese. I problemi della vita, oggi più di ieri, sono ingenti e intricati ed il modo peggiore di affrontarli è proprio quello della malavita laureata, indottrinata e disumanizzata, che spesso si affida ad un razionalismo intangibile, presuntuoso e, come attestano i risultati, dannosissimo. Infatti, vorrei sottolineare che Pagani parlando della sua formazione e dei suoi studi al Conservatorio, ricorda che la madre non gli ha mai perdonato di non averli conclusi, così come tanti altri di quel periodo non li avevano portati a termine. Ad esempio, Demetrio Stratos che era iscritto alla Facoltà di Architettura ben presto abbondò l’iter didattico della “scienza delle costruzioni” e dell’estetica della composizione, per scoprire attraverso la sua voce altri edifici interiori. Contro quel razionalismo astratto, che imponeva le regole di quello che veniva chiamato One-Dimensional Man (The Ideology of Advanced Industrial Society), emerse la sapienza degli antichi mischiata alle esperienze iniziate con quella storia del movimento libertario che  ebbe a battesimo tutto un nuovo mondo; una sapienza che per lo più non fu antropocentrica e certamente non ridusse l’uomo alla sola dimensione di un razionalismo cesellatore, vago e figlio di un liberismo usurpatore e aggressivo. 

Mauro Pagani con Demetrio Stratos, 1975 – fonte web

Foto di gruppo con chitarrista è sensibile a quel chiaroscuro dell’estetica della “chambre claire”, a quelle sfumature della vita di tutti i giorni di un manipolo di giovani che, a partire dagli anni Sessanta, avevano fatto i conti con una trasformazione definitiva (per qualcuno della sinistra istituzionale: estremista) del proprio reale e del proprio vivere, che gli attuali ricercatori post-moderni, di qualsiasi arte, volentieri mettono tra parentesi con miope semplicismo. A tal proposito, visto che il romanzo di Pagani si chiude con l’evocazione della morte di D. Stratos, è il caso di ricordare la performance in Rai del 1977 Luglio Agosto e Settembre (Nero) e La mela di Odessa. Ebbene quella figura cristica di Demetrio, come l’ha recentemente definita Adriano Sofri, rivela l’ambizione del Progetto Area: “Abolire la differenza tra musica e vita”. In effetti, quella performance resta ben chiara per spiegare la partenza che gli Area, il BMS e la PFM hanno rivestito, una provenienza comune a tutte le neoavanguardie del secondo dopoguerra: i primi vagiti artistici del moderno 900.

Detto ciò, il discorso di Pagani – a suo modo insegnante di musica, organizzatore, direttore artistico di Festival radicato nella più sana esperienza della world music, teorico dell’estetica e delle sonorità di ricerca, polistrumentista – è sempre in bilico fra attualità e inattualità, costantemente rivolto alla provocazione, ma contemporaneamente all’osservazione e all’analisi di nuovi fenomeni. Guardando al riadattamento di Domani (2003) per il terremoto in Abruzzo, si avverte il bisogno continuo di passare dall’alto al basso, dal più colto al meno colto! Quando Pagani si è occupato di “progressive”, di fusion, di world music, etc… l’ha fatto non per svolgere il compitino da segretario dell’opinione dominante. Egli parte da lontano, così come nel romanzo, sembra voler divagare, ma dopo tre anni di duro lavoro, con Foto di gruppo con chitarrista tira fuori qualcosa di più di un’istantanea o di una vecchia polaroid. Fulmineamente, va al nocciolo della situazione non per giudicare, sentenziare, concludere sulla vita e l’opera vera del movimento, un movimento che a volte va ammirato per la sua pratica anonima e non convenzionale della ricerca della libertà, ma per provare a proporre un’autoanalisi, fare anatomie e magari rischiare pure autopsie esperte, umanissime, atte a sollevare le contraddizioni, le ambiguità, i paradossi del vivere quell’esperienza collettiva, che secondo la sua datazione comincia nel ’69.

Per chi scrive, e si è formato da attivista e da sperimentatore in quegli anni, viene quasi spontaneo chiedersi: “Cosa effettivamente sono stati gli anni Settanta e cosa è stata la cultura giovanile di quel periodo?”. Leggendo il libro di Pagani, ancora una volta viene da sventare un sospetto: “Chi ha raccontato che è stato il decennio dei cattivi maestri e delle svolte oscure e drammatiche della Repubblica Italiana è un delatore, reo confesso o semplicemente un non artista che non sa dire, come ha affermato il sensibilissimo Sofri, che forse di quegli anni rimarranno più canzoni che slogan politici. In effetti Sofri – indirettamente – ha fatto un’altra confessione: l’arte degli anni Settanta è ciò che rimarrà più di tutto, al di là del vicolo cieco della storia. Per ragioni che non riguardano il perseguimento di un progetto politico radicale, ma piuttosto un progetto deviante, lontano da qualsiasi forma di movimento e da qualsiasi forma di espressione libertaria, quella storia, che inizia molto prima del grido “ribellarsi è giusto”, ha trasportato tra le mani dei gendarmi, della questura politica, della strategia della tensione e della guerra tra bande i “desideri” del movimento studentesco e dei lavoratori.

Copertina di FOTO-DI-GRUPPO-CON-CHITARRISTA – Mauro Pagani

Durante lo scorso anno, visto che ricorrevano i quarant’anni dal ’68, abbiamo già detto di tutto e di più su quel movimento (pardon su quei ”movimenti”), così come abbiamo già riconosciuto che fu lo stesso Sessantottismo che dall’America e dai Paesi del Nord Europa si spostò nel Sud dell’Europa e in particolar modo in Italia, assumendo, nella nostra penisola, una storia ed una svolta del tutto insolita, sia per quanto riguarda l’evoluzione e le vicende che accompagnarono il movimento dei lavoratori e sia per quanto riguarda le sorti del movimento studentesco e della sinistra più radicale. La complessità assunta attualmente dalla questione giovanile, nei suoi diversi risvolti, ma soprattutto come potenziale area di parcheggio della flessibilità totale e post-fordista, pone tutti di fronte all’esigenza di un ripensamento in profondità di una serie di aspetti che hanno investito e continuano ad investire, sin dagli anni Sessanta, il rapporto dell’uomo contemporaneo con il sociale. Sembra, infatti, che venga rivelandosi sempre più la diversità tra la ricerca del senso, che nasce a livello etico, e le istanze di tipo pragmatico, che trovano espressione a livello del sistema sociale globale. In questa prospettiva il libro di Pagani costituisce una preziosa guida che non può lasciare indifferenti, all’interno di una realtà culturale come quella Italiana, che ha avuto sempre grandi difficoltà nell’espansione nel sistema Occidentale.

Evitando la banalizzazione in cui molto spesso incorrono l’analisi sul giovanilismo, il merito di Pagani è di aver cominciato a mostrare attraverso un racconto di vite, di esistenze (che va dal 1969 al 1979), le molteplici sfaccettature di una fatica che allora come adesso è dura ad essere premiata. Anche a rischio di un certo appesantimento argomentativo, peraltro qui superato dalla chiarezza espositiva, secondo Pagani vale la pena tentare il vero e proprio tour de force di uno sguardo d’insieme, su una situazione che giustamente viene posta sotto il segno dell’ambiguo rapporto tra identità e differenza. Ecco che si fa avanti la storia di Sonny e di Mauro (protagonista ed alter ego), una storia attaccata intorno alla versatilità di una chitarra, che ben presto si deve rassegnare a divenire strumento di esecuzione del successo degli altri, più che del proprio. In Italia, la contestazione studentesca si rivolse dapprima contro l’autoritarismo dell’istituzione universitaria, la natura elitaria e anacronistica del sapere che vi era impartito e la sua sottomissione agli interessi delle grandi imprese private. Il movimento si rese noto con l’occupazione della facoltà di architettura di Milano e della sede delle facoltà classiche dell’Università di Torino, verso la fine del 1967. Si estese quindi a macchia d’olio con occupazioni e manifestazioni nelle quattro università milanesi, a Pisa, a Trento e infine a Roma, dove ebbero spazio saldi conflitti con la polizia a Valle Giulia (facoltà di architettura, 1° marzo 1968). In principio il movimento, riponendo l’accento sullo scontro anti-autoritario e anti-burocratico con le istituzioni, respinse il meccanismo delle deleghe a favore di una democrazia assembleare. Ma presto tentò di trovare, nel rapporto con la classe operaia e con la tradizione del movimento operaio internazionale, i profili per dare criterio e contesto alle sue mozioni e congiungere le opportunità collettive con una forte sottolineatura dei diritti sociali e dell’egualitarismo. Questa congiunzione parve trovare compimento nel periodo di forti agitazioni sindacali del cosiddetto “autunno caldo” (1969), ma fu stroncata dall’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, in piazza Fontana, nel quale il 12 dicembre perirono 16 persone e ne caddero ferite 87: l’evento segnò l’inizio della “strategia della tensione”, caratterizzata da azioni terroristiche di matrice nera e fomentata da settori deviati dei servizi segreti. Allora, la storia o le storie raccontate dalla penna di Pagani partono da quel dicembre nero ed oscuro, che in un attimo divorò l’immagine “resistenziale” e “comunitaristica” dell’Italia. L’altro avvenimento, che Pagani ricorda per creare la suspense di quel periodo, è la morte improvvisa del prestigioso rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli. Giangiacomo aveva iniziato rilevando la collana Universale economica della COLIP (Cooperativa del libro popolare, 1949-1954), che, potenziata e migliorata, sarebbe diventata una delle strutture portanti della casa editrice Feltrinelli (fondata nel 1955). Il successo mondiale venne con la pubblicazione del Dottor Zivago (1957), avversata dall’URSS e da quello che era allora il suo braccio secolare in Italia, il PCI, e de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958). Se questi titoli accompagnarono sulla scena internazionale il nome della casa editrice e del suo fondatore, altri, stampati in quegli anni, diffondevano attenta e anticonformistica sensibilità per il nuovo. Dopo l’allontanamento decisivo dal PCI, Feltrinelli si approssimò sempre più all’estrema sinistra, fino a imboccare la pratica clandestina. Cessò di vivere nel 1972, mentre predisponeva un attentato, ma non tutti ritengono veramente chiarite le circostanze della sua fine. Nel frattempo in Piazza della Scala volano uova imbottite di vernice rossa. In Galleria e nei night le note si fanno più dure. La musica sta velocemente cambiando, il movimento hippy fa più fatica ad espandersi. I libertari vengono sostituiti da gruppi più politicizzati che partono da un progetto impegnato a concentrarsi su maggiori diramazioni di rivendicazione politica, sociale ed economica. La prima grande crisi del lavoro, crea una condizione di critica del futuro stesso delle forme di occupazione offerte dal boom economico, la crisi petrolifera definitiva è alle porte e con essa anche la crisi globale del capitalismo. Artisti come Pagani, o il suo alter ego Sonny, vanno a Londra o negli Stati Uniti e sentono una divergenza di vissuto con gli esponenti di quel movimento e di quelle realtà metropolitane più mature. 

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