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Hidetoshi Nagasawa nel "Pensatoio". Settembre 1993. Courtesy Fondazione Pino Pascali

Una giornata per Hidetoshi Nagasawa

Alla Masseria Secolario di Palmariggi nasce la Fondazione dedicata all’artista giapponese

Una giornata particolare, carica di emozione e di memoria, si è svolta venerdì 7 novembre alla Masseria Secolario di Palmariggi, nel cuore del Salento. Un luogo di pietra e ulivi che ha accolto artisti, curatori e critici per celebrare Hidetoshi Nagasawa e presentare la nascente Fondazione a lui dedicata.
L’incontro, curato da Adriana Polveroni e introdotto da Paride De Masi, presidente dell’Associazione Amici di Hidetoshi, e da Luigi De Luca, direttore del Museo Castromediano di Lecce, è stato un vero rito di passaggio: dall’eredità affettiva e spirituale all’organizzazione di una memoria viva e condivisa.

Ad aprire l’incontro sono stati i padroni di casa, Giorgia e Raffaele Cazzetta, che hanno raccontato la storia della Masseria, nata dalle cave della famiglia di lei e dagli ulivi di lui.
«Hidetoshi qui ci ha messo l’anima — ha ricordato Giorgia —. Era affascinato da questo luogo e dal suo silenzio. Sono felice di festeggiarlo qui, dove tutto è cominciato».
Una premessa che restituisce il senso profondo di questa giornata: non solo commemorazione, ma inizio di un nuovo percorso collettivo.

Paride De Masi ha aperto con un ricordo personale, intimo: «Ti ho conosciuto 35 anni fa: io con la mia frenesia, tu con la tua calma serafica. Io seguivo le scie degli aerei, tu quelle delle lumache. Da quando non ci sei, l’ansia mi accompagna. Ci hai lasciato la chiave per interpretare la vita: l’equilibrio».
Una testimonianza che è anche un atto di fedeltà: De Masi ha accettato di guidare la Fondazione proprio in nome di questa eredità spirituale.

Il direttore del Museo Castromediano di Lecce, Luigi De Luca, ha intrecciato la figura di Nagasawa con la storia e il paesaggio del Salento. Ha ricordato la mostra Profumi, in cui l’artista aveva raccolto “lo spirito di questa terra” in un’opera che è al tempo stesso approdo e speranza: una barca di ferro che racchiude la doppia identità del Mediterraneo, sospeso tra luce e tragedia.
«L’arte — ha detto De Luca — costruisce un dialogo tra il noi e l’eternità. È questo, in fondo, il dono che Nagasawa ci ha lasciato».

Da Ryoma Nagasawa, emozionato e riconoscente per “l’ambiente familiare trovato qui”, a Adriana Polveroni, che ha ricordato il documentario dedicato all’artista a Mantova, si è composto un mosaico di testimonianze.
Anna Cirignola ha ricordato l’intensità e la passione che Nagasawa riversò nella scultura Le ali: opera che il gruppo Italgest acquistò e donò all’amministrazione comunale affinché fosse collocata in uno spazio pubblico, a memoria delle vittime dell’attentato terroristico di Sharm el Sheikh. Un gesto concreto di arte civile che ha trasformato un’opera in luogo della memoria collettiva.
Giorgio Verzotti ha ripercorso il suo incontro con Nagasawa: «Un artista che ha trasformato la scultura in relazione, svuotandola di peso e materia per restituirle solo la struttura, l’essenza».
Dalla Spagna, Pablo J. Rico ha evocato la sua “folgorazione” davanti all’opera di Nagasawa a Venezia nel 1982 e la lunga amicizia che li unì: «Era un maestro di umanità. Mi è sembrato di incontrare un gemello».
Silvia Fabro ha riportato la memoria alla Milano degli anni Sessanta, quando nacque l’amicizia fra Hidetoshi e suo padre Luciano Fabro: «Ci chiamavano “i due stupidi” — racconta —, e siamo rimasti tali per quarant’anni, nel senso più bello e disarmante dell’arte e della vita».
Fernando De Filippi ha ricordato i tempi pionieristici degli spazi autogestiti milanesi, mentre Stefano Boccalini (assistente di Nagasawa alla cattedra di scultura alla NABA per 10 anni), Aldo Iori (docente ABA Roma), Fabio Cavallucci (storico dell’arte) e tanti altri hanno intrecciato memorie e riflessioni.
Paolo Gori ha riassunto Hidetoshi in 3 parole: Semplicità, Complessità, Concettuale ricordando il tempo passata in Toscana quando l’artista venne invitato a Celle a metà degli anni Novanta per ideare un’opera site specific. In una piccola radura vicino al lago nasce il desiderio di costruire un “giardino di marmo” che possa richiamare la poetica naturale dello Zen.
Antonio Presti ha raccontato la genesi della celebre Stanza della barca d’oro nella Fiumara d’Arte, “opera invisibile” destinata a essere riaperta — forse — nel 2026: «Volevamo far vedere l’invisibile. Hidetoshi ci ha insegnato a educare alla bellezza».

Molti interventi hanno ruotato attorno all’idea della soglia, del MA — l’intervallo tra le cose —, concetti che tornano in molte opere di Nagasawa e che Caterina Niccolini ha approfondito anche nella sua ricerca: «Ho letto la Bibbia per intero per capire la sua idea di confine tra il mondo terreno e quello spirituale». Ha sottolineato quindi come la sua ricerca si avvicina a quella di Nagasawa. Sempre impressionata dalla sua fiducia nell’equilibrio delle sue opere.
Le testimonianze di Caterina Riva (direttrice del MACTE di Termoli), Michele Guido (artista), Sara Zanin (Galleria Sara Zanin a Roma), Giacomo Zaza (curatore), Paolo Icaro (artista), Alice Cattaneo (artista) e Andrea Aliprandi (fondatore e direttore della galleria Il Ponte di Firenze) hanno restituito un ritratto plurale di un artista che ha attraversato generazioni e geografie, lasciando ovunque un segno discreto ma profondo.
Pietro Marino (storica penna della Gazzetta del Mezzogiorno) ha ricordato i suo incontri con Nagasawa e ha voluto riportare l’attenzione su un’opera oggi perduta: Il pensatoio, installata nel 1997 a Cala Paura di Polignano a Mare. Un lavoro silenzioso, immerso nel paesaggio, che invitava alla contemplazione. «Era un’opera di grande sobrietà e profondità, capace di dialogare con il mare e con la pietra, in perfetta sintonia con lo spirito di Hidetoshi. Il suo destino di scomparsa, in qualche modo, ne amplifica oggi il senso».

Toti Semerano, restauratore delle opere di Nagasawa e progettista del suo studio a Mezzana, chiese a Hidetoshi cos’è un giardino zen. La risposta fu disarmante: “Noi nelle pareti facciamo un piccolo buco e prendiamo in prestito il paesaggio”.

La giornata si è conclusa con la consapevolezza che la Fondazione Nagasawa non sarà solo un luogo di memoria, ma uno spazio di ricerca e di formazione, nel segno dell’equilibrio e della leggerezza.
Come ha detto De Masi, «Hidetoshi non era terreno, era spirito — e lo spirito non ci ha mai lasciato».

Roberto Sala

Editore, graphic designer e fotografo d’arte, dal 2012 è docente di Metodi e tecniche dell'arte-terapia presso l'Accademia di Brera nel corso di laurea specialistica di Teorie e pratiche della terapeutica artistica. Direttore della casa editrice Sala Editori specializzata in pubblicazioni d’arte e architettura, affianca alla professione di editore quella di grafico, seguendo in tempi recenti l’immagine coordinata delle più importanti manifestazioni culturali della città di Pescara fra le quali si segnalano: Funambolika e Pescara Jazz. Dal 1992 è Art Director della Rivista Segno per la quale dal 1976 ha ricoperto diversi ruoli e incarichi. Dal 2019 è Direttore Editoriale di Segnonline per il quale traccia la linea politica e di sviluppo del periodico. roberto@segnonline.it

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