Il critico d’arte e curatore Giuseppe Carli riflette sul ruolo della Sicilia nel sistema artistico contemporaneo, sulla necessità di costruire una rete culturale stabile, sulla responsabilità delle gallerie private e sull’esigenza di una grande Biennale capace di mettere l’isola in dialogo con il mondo.
La Sicilia possiede una storia artistica straordinaria, un patrimonio culturale riconosciuto a livello internazionale e una produzione contemporanea attraversata da esperienze differenti, eppure continua spesso a essere raccontata come un territorio periferico rispetto ai grandi centri dell’arte europea. Secondo Giuseppe Carli, critico d’arte, curatore e direttore della galleria “Il Casino delle Muse” di Palermo, occorre rovesciare questa prospettiva e tornare a interpretare l’isola per ciò che è sempre stata: un porto, un luogo di incontri, contaminazioni, arrivi e partenze dal quale non soltanto accogliere l’arte internazionale, ma anche esportare artisti, idee e progetti.
Abbiamo avuto l’occasione di incontrarlo e porgergli qualche domanda.
Quale ruolo può avere oggi la Sicilia nella geografia dell’arte contemporanea?
«La Sicilia può avere un ruolo molto più importante di quello che generalmente le viene riconosciuto, ma per comprenderlo dobbiamo innanzitutto smettere di considerarla una periferia dell’Europa. La sua posizione geografica non è un limite, è una prospettiva, perché la Sicilia si trova al centro del Mediterraneo ed è stata per secoli un luogo di passaggio, di incontro e di trasformazione delle culture.
Preferisco quindi pensare alla Sicilia come a un porto. Un porto non è soltanto il luogo nel quale qualcosa arriva, è anche il punto dal quale qualcosa parte. Fino a oggi abbiamo spesso immaginato l’internazionalizzazione come la capacità di invitare nell’isola artisti provenienti da altri Paesi, operazione certamente necessaria, ma non sufficiente. Dobbiamo essere capaci anche di fare export di arte contemporanea siciliana, esportando artisti, progetti espositivi, ricerca critica e modelli culturali.
La Sicilia non deve attendere passivamente di essere scoperta dai grandi centri europei, deve costruire gli strumenti necessari per entrare nel dialogo internazionale con una voce autonoma, riconoscibile e consapevole della propria complessità.»
La grande eredità storico-artistica della Sicilia rappresenta una risorsa oppure rischia di diventare un peso per la produzione contemporanea?
«La storia è una risorsa straordinaria quando viene interrogata, mentre può trasformarsi in un peso quando viene utilizzata soltanto come un’immagine rassicurante da contemplare. La Sicilia ha dato alla storia dell’arte figure che hanno modificato profondamente i linguaggi del proprio tempo: Antonello da Messina ha contribuito al rinnovamento della pittura italiana e veneziana, Giacomo Serpotta ha elevato la tecnica dello stucco a un linguaggio plastico di valore europeo, mentre nel Novecento Renato Guttuso, Carla Accardi, Pietro Consagra e Antonio Sanfilippo hanno partecipato da protagonisti alla costruzione dell’arte italiana moderna e contemporanea.
Questa eredità dimostra che la Sicilia non è mai stata estranea ai grandi processi della storia dell’arte. Il problema nasce quando la memoria viene trasformata in una formula, in una sicilianità decorativa costruita per soddisfare le aspettative del pubblico o del mercato.
Un artista siciliano contemporaneo non è obbligato a rappresentare il mare, il barocco, i simboli religiosi o le tradizioni popolari per affermare la propria appartenenza. L’identità autentica non consiste nella ripetizione di alcuni elementi riconoscibili, ma nel modo in cui la storia, la lingua, il paesaggio e le contraddizioni di questa terra continuano ad agire, anche inconsapevolmente, sullo sguardo dell’artista.»
Quali sono oggi i punti di forza e le principali fragilità del sistema dell’arte contemporanea in Sicilia?
«Il principale punto di forza è la presenza di una grande energia creativa. In Sicilia esistono curatori, musei, fondazioni, accademie, gallerie private e realtà indipendenti che lavorano con competenza, spesso affrontando difficoltà che in altri territori sarebbero compensate da sistemi culturali più organizzati.
La fragilità non riguarda quindi la mancanza di talenti o di idee, ma la discontinuità. Abbiamo numerose iniziative di qualità che, tuttavia, non sempre riescono a trasformarsi in percorsi duraturi, a dialogare tra loro o a lasciare una struttura sulla quale costruire il progetto successivo. Il Museo Riso svolge un ruolo istituzionale importante e il riconoscimento di Gibellina come Capitale italiana dell’Arte contemporanea 2026 dimostra che la Sicilia possiede luoghi e storie capaci di tornare al centro dell’attenzione nazionale. Queste esperienze devono però diventare occasioni per costruire relazioni permanenti e non episodi destinati a esaurirsi con la conclusione del programma.
Il mio non è uno sguardo pessimista. Al contrario, ritengo che quasi tutte queste fragilità siano migliorabili, purché si abbandoni la logica dell’evento isolato e si inizi a ragionare in termini di sistema, continuità, programmazione e collaborazione.»
Lei ha parlato dell’esigenza di una Biennale siciliana. Che tipo di manifestazione immagina?
«La Sicilia avrebbe bisogno di una grande Biennale d’arte contemporanea, ma non di una manifestazione costruita soltanto per aggiungere un nuovo nome al calendario degli eventi. Dovrebbe essere un progetto stabile, riconoscibile e scientificamente autorevole, capace di tornare con regolarità e di sviluppare, edizione dopo edizione, una propria identità curatoriale.
Non immagino una rassegna destinata esclusivamente agli artisti siciliani, perché rischierebbe di trasformarsi in una ricognizione regionale e quindi di confermare proprio quella condizione periferica che vogliamo superare. Immagino una Biennale internazionale realizzata in Sicilia, nella quale artisti siciliani, italiani e stranieri possano confrontarsi intorno alle questioni del nostro tempo.
Potrebbe avere Palermo come uno dei suoi centri principali, ma svilupparsi attraverso una geografia diffusa che coinvolga Gibellina, Catania, Messina, Siracusa e altri luoghi dell’isola. La Sicilia possiede città, paesaggi, architetture e spazi industriali dismessi capaci di offrire all’arte contemporanea contesti straordinari.
Una Biennale credibile richiederebbe però una direzione indipendente, un comitato scientifico qualificato, risorse certe, programmazione pluriennale e una vera collaborazione tra istituzioni pubbliche, musei, università, fondazioni, gallerie e realtà private. Non dovrebbe essere un evento autoreferenziale, ma una porta aperta sul Mediterraneo e sull’Europa.»
In questo sistema quale responsabilità spetta oggi al critico d’arte?
«Il critico non dovrebbe limitarsi a descrivere ciò che vede e nemmeno trasformarsi nell’ufficio promozionale dell’artista. Il suo compito è interpretare, contestualizzare, riconoscere la qualità, formulare domande e, quando necessario, esercitare il giudizio.
Viviamo in un momento nel quale critica, comunicazione e promozione tendono spesso a confondersi. Tutto viene presentato come nuovo, straordinario e imprescindibile, mentre il linguaggio critico perde precisione e diventa una successione di formule celebrative. Credo invece che la critica debba recuperare la propria responsabilità, che non consiste nel demolire il lavoro altrui, ma nemmeno nell’approvare indistintamente ogni proposta.
Essere critico in Sicilia significa anche osservare ciò che accade nel territorio senza rinunciare al confronto nazionale e internazionale. Non dobbiamo utilizzare parametri più indulgenti perché un artista opera lontano dai grandi centri. Sarebbe una forma di provincialismo rovesciato. Un artista siciliano deve essere letto e valutato attraverso gli stessi strumenti con i quali analizzeremmo un artista attivo a Milano, Berlino, Parigi o New York.
Il compito del critico è costruire connessioni, individuare le ricerche più autentiche e offrire loro parole capaci di accompagnarle nel tempo, senza sostituirsi all’opera e senza trasformarla in un semplice prodotto.»
Quale ruolo possono svolgere le gallerie private e come si inserisce in questo scenario Il Casino delle Muse?
«Le gallerie private possono intervenire negli spazi lasciati scoperti dalla discontinuità del sistema, ma non devono pretendere di sostituirsi alle istituzioni pubbliche, il cui ruolo rimane indispensabile. Possono però garantire continuità, selezione, confronto, rapporto con il collezionismo e presenza quotidiana, elementi che spesso mancano nelle programmazioni fondate soltanto sui grandi eventi.
Una galleria seria non è semplicemente uno spazio nel quale vengono esposte e vendute delle opere. È un laboratorio nel quale si osservano gli artisti, si costruiscono percorsi, si producono testi, si organizzano mostre, si educa il pubblico e si accompagna il collezionista verso scelte più consapevoli.
È ciò che cerco di fare con Il Casino delle Muse, creando a Palermo un luogo capace di mettere in relazione il territorio con esperienze artistiche nazionali e internazionali. La galleria presenta artisti italiani e stranieri selezionati attraverso una linea curatoriale fondata sulla qualità, sulla coerenza della ricerca e sulla capacità dell’opera di mantenere il proprio significato nel tempo.
La mostra dedicata ad Hannu Palosuo, artista finlandese giunto nel 2026 alla sua quinta partecipazione alla Biennale di Venezia, è un esempio di questa volontà: portare a Palermo una ricerca riconosciuta internazionalmente e presentarla al pubblico attraverso un progetto critico, non semplicemente commerciale. Accanto a lui, la presenza di un’artista come Franca Pisani, con il suo percorso legato al segno, alla scrittura e alle esperienze della Poesia Visiva, dimostra che una galleria siciliana può costruire una programmazione capace di mettere in dialogo generazioni, provenienze e linguaggi differenti.
Non dobbiamo limitarci a importare nomi prestigiosi. Il passaggio successivo è costruire relazioni che permettano anche agli artisti selezionati in Sicilia di muoversi verso l’esterno, perché il porto deve funzionare in entrambe le direzioni.»
Che cosa dovrebbe cambiare perché la Sicilia possa assumere un ruolo più riconoscibile nel sistema nazionale e internazionale dell’arte?
«Dovremmo innanzitutto sostituire l’episodicità con la continuità. Servono progetti capaci di durare, archivi accessibili, pubblicazioni, residenze, scambi internazionali, una critica più presente, un collezionismo maggiormente consapevole e una collaborazione meno occasionale tra pubblico e privato.
Occorre inoltre imparare a comunicare ciò che avviene in Sicilia senza trasformarlo in folclore e senza attendere che sia sempre uno sguardo esterno a legittimarlo. L’internazionalizzazione non consiste nell’aggiungere qualche nome straniero a una mostra, ma nel costruire relazioni paritarie, nelle quali la Sicilia possa offrire contenuti, artisti e prospettive.
Sono fiducioso perché vedo un territorio vivo, nel quale esistono professionalità, energie e nuove generazioni che non accettano più di considerare l’isola come un luogo dal quale sia necessario partire per poter esistere. Bisogna però trasformare questa energia in struttura. Il futuro dell’arte contemporanea siciliana non dipenderà soltanto dalla capacità di produrre buone opere, che già esistono, ma dalla nostra capacità di riconoscerle, sostenerle, raccontarle e farle viaggiare. La Sicilia non deve chiedere di essere ammessa nella geografia dell’arte contemporanea: deve avere la consapevolezza di esserne già parte e cominciare ad agire di conseguenza.»
