Art Basel Paris
Arrigo Musti
Arrigo Musti, “Poliedrica (a Tribute to Topazia Alliata)”, 2024, tecnica mista a smalti e vernici su alluminio, 399x325x7 cm (proprietà Duca di Salaparuta S.p.A., gruppo ILLVA Saronno). L’immagine dell’opera monumentale, dedicata alla figura di Topazia Alliata, è stata proiettata nel giugno 2026 al Museum of Modern Art (MoMA) di New York.

Arrigo Musti. Il sacro come resistenza

Tra memoria, sacro e impegno civile, la ricerca di Arrigo Musti utilizza la seduzione della pittura per interrogare alcune delle fratture del presente. Dalla Biennale di Venezia al MoMA di New York, fino allo Steri di Palermo, tre recenti occasioni espositive mostrano la coerenza di una poetica che l’artista definisce ImPop, «impopolare»: una bellezza immediata e accattivante diventa così il veicolo di una riflessione sulla perdita del sacro, sulla comunicazione tra gli individui e sulla tutela dei diritti umani.

C’è un gesto ricorrente nella pittura di Arrigo Musti, palermitano classe 1969, che ha lasciato la carriera legale a ventotto anni per dedicarsi alla pittura e all’anatomia umana con la radicalità di chi brucia le navi: quello di costruire una superficie seducente — lucida, cromaticamente immediata, quasi commerciale nella sua accattivanza — per nascondervi, sotto, un pensiero che rifiuta di compiacere. È questo il cuore della poetica che Musti ha battezzato ImPop, acronimo di impopolare: non il rifiuto della bellezza, ma il suo utilizzo come vettore di un contenuto scomodo, che scivola dentro attraverso la seduzione prima che lo spettatore abbia alzato le difese. Tre appuntamenti recenti — alla 61ª Biennale di Venezia, in un evento al MoMA di New York, e nello spazio carico di memorie storiche di Palazzo Chiaramonte Steri a Palermo — definiscono con precisione la traiettoria e la tenuta di questa ricerca.

Venezia: ponti interrotti e il sacro perduto

Al Padiglione Grenada (The Poetics of Correspondence, a cura di Daniele Radini Tedeschi, commissario Susan Mains, Spazio Berlendis, Cannaregio), Musti è stato presente dal 24 al 26 luglio 2026, con la sinossi dell’opera il 24: Conversation with the artist Arrigo Musti, con Broken Bridges (2025), trittico in tecnica mista con cemento e smalti su lamiera di ferro, tre pannelli da 50×50×6 cm che riprendono la figura della Venere di Milo declinata su tre fondali monocromi – dorato, bianco e verde –, ciascuno portatore di un diverso stadio di disgregazione. La scelta della Venere non è casuale né decorativa. Nel comunicato stampa che accompagna l’opera, Musti articola una lettura precisa. Il primo pannello evoca il chrüseon ghénos esiodeo, l’età dell’oro in cui la scultura era agalma, oggetto sacro che rendeva presente il divino, e il confine tra umano e sacro era poroso: «in quel poro abitava l’unione, non il ponte, ma l’unicità prima della separazione», come scrive l’artista nel comunicato. Il secondo pannello, su fondo bianco, raffigura la Venere spezzata dalla modernità calcolabile: quando tutto diventa quantificabile, nulla è irripetibile, e ciò che non è irripetibile non può essere sacro; i ponti interrotti del titolo non sono dunque assenza di strutture comunicative (è semmai il loro eccesso a produrre il silenzio), ma assenza di riconoscimento del sacro nell’altro. Il terzo pannello, su un fondo verde acceso, non restituisce la ricomposizione: la Venere, riversa di spalle, si specchia in un solipsismo che Musti legge come rischio nichilista del post-human; il confronto con Delacroix (che, nella Libertà che guida il popolo, aveva fatto della Venere non un frammento ma un corpo che unisce) e con Dalí (che ne aveva aperto l’interno all’inconscio senza spezzarlo) non è nostalgia, ma diagnosi: abbiamo distrutto, non solo dimenticato, quella capacità di epifania.

La conversazione con l’artista tenuta il 24 luglio ha reso esplicito ciò che le opere dichiarano per immagini: la comunicazione autentica presuppone il riconoscimento del mistero nell’altro. È un’idea antica formulata in pittura contemporanea, con una superficie che attrae prima che il pensiero abbia il tempo di resistere.

New York: Poliedrica e il ritratto di Topazia Alliata

Il 19 giugno 2026, nell’auditorium del MoMA di New York, in occasione di una presentazione dell’Atlante dell’Arte Contemporanea n. 74, è stata proiettata Poliedrica (a Tribute to Topazia Alliata) (2024), tecnica mista a smalti e vernici su alluminio, 399×325×7 cm, proprietà della Duca di Salaparuta S.p.A. (gruppo ILLVA Saronno). L’opera, commissionata per il bicentenario della storica casa vinicola siciliana, rende omaggio alla figura di Topazia Alliata, ultima proprietaria della famiglia, madre di Dacia Maraini e moglie di Fosco Maraini, gallerista e intellettuale dalla biografia eclettica e coraggiosa. Musti la traduce in tre figure mitologiche: la Baccante, Demetra e Artemide, attraverso un dripping verticale e smalti dai toni pieni, rosso, verde, blu, su pannelli di grandi dimensioni che già si erano visti durante la Milano Design Week al Flavio Lucchini Art Museum. La collocazione permanente dell’opera è nella Sala Topazia Alliata della cantina storica di Casteldaccia. Il passaggio per il MoMA, nella forma di proiezione durante l’evento di presentazione dell’Atlante, è il segnale chiaro di un’attenzione internazionale alla produzione italiana contemporanea che non passa esclusivamente per i circuiti del mercato.

Palermo: lo Steri e la giustizia come igiene del mondo

Il terzo approdo è quello palermitano. Lo spazio è quello della Sala delle Filippine di Palazzo Chiaramonte Steri, spazio gotico del XIV secolo con volte a crociera, affreschi medievali e la memoria ancora viva dei secoli in cui quelle stesse mura ospitarono le carceri dell’Inquisizione. Qui Musti ha allestito la mostra per il 65° anniversario di Amnesty International (1961–2026), aperta dal 27 maggio al 30 ottobre 2026. Le opere esposte sono Passepartout for Freedom, quadro e poster celebrativo realizzati per la campagna “Oltre l’Abisso”.

La scelta iconografica è immediata e stratificata: una serratura, nella sua forma archetipica, contiene l’immagine di mani legate da una corda, con una fiamma tra esse e un globo terrestre al di sopra. I colori sono quelli di Amnesty, giallo e blu, applicati con la stessa potenza piatta e immediata delle superfici ImPop. La didascalia che l’artista inserisce nell’opera, «Protection of human rights as the only hygiene of the world», rovescia consciamente la retorica futurista del 1909: dove Marinetti esaltava la velocità e la guerra come igiene del mondo, Musti sostituisce la tutela della fragilità umana. Non è una citazione casuale: è un ribaltamento programmatico, e lo Steri, luogo in cui per secoli la violenza istituzionale si è esercitata su corpi reali, ne amplifica la risonanza con una precisione che nessuno spazio neutro avrebbe potuto garantire.

Il dialogo tra gli affreschi medievali del soffitto e il giallo di Amnesty alle pareti produce un cortocircuito temporale che non è scenografico ma strutturalmente pertinente: la questione dei diritti umani non è moderna, è antica quanto il potere, e Musti, con la consapevolezza ImPop di chi usa la seduzione visiva per veicolare un pensiero scomodo, sceglie di dichiararlo in un luogo dove quella storia è ancora leggibile nelle pietre.

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