1. Al bordo dell’abisso scorrazza un’altra bestia da stile.
Marco Buzzi Maresca dà appuntamento ai suoi ipotetici lettori in un locus mestifero, agitoso, inabbracciabile, portando con sé un fascio memorabile di appunti, il segreto altobasso e disforme di un testo in progress, composto di schiume primordiali e di esalazioni dai macchinari sociali più recenti e malmostosi.
Prolegomeni per un massacro manifesta senza mezzi termini la volontà di generare uno spazio poetico alterato, psicotico, tra continue deformazioni e sovrapposizioni di contenuti.
La struttura poematica dell’opera fluttua come un diagramma geologico, in cui ogni livello porta tracce di altre epoche, di codici strambi, di gerghi inusitati, di memorie oscure come la torba.
I lessici utilizzati figurano in forma violentemente manipolata tra sarcasmi taglienti e significanti affastellati: termini disturbanti (multifecale, merdosità liquamica, sfinterio cacatorio, stronzologicamente), termini agglutinati (angosceiaculanti, alluciviolenza, megadiluviante, angiocostrittive, areocerebro) e termini astratti (noesi, logos, sconforto dei vilipesi) vengono incuneati nei più disparati registri espressivi (sessuale, sociologico, antropologico, filosofico, politico, metaletterario) per creare un effetto di straniamento semantico, rispetto al quale ogni parola si trasforma in punto di tensione tra il senso perduto delle cose e un non senso faticosamente affrontato, il che equivale a un confronto/scontro tra un nichilismo solo distruttivo e un nichilismo paradossalmente costruttivo.
Il titolo, Prolegomeni per un massacro, indica la preparazione concettuale a un evento estremo.
Ogni pagina appare come un indefettibile campo di battaglia, poiché strati di senso coesistono senza gerarchia alcuna e confliggono tra di loro: i singoli testi diventano paesaggi visivi, inconcusse spaziature, mappe di una catastrofe incipiente in un Occidente culturale che ormai piega la testa passivo sul bordo tagliente dell’abisso.
L’allocuzione — “Vieni lettore, come gli uccelli, moveremo il capo a scatti” — diventa invito e ammonimento, affinché chi legge si senta realmente partecipe del rito/non rito della scrittura che, se non salva, almeno prova a svegliare le coscienze catatoniche.
Prolegomeni per un massacro induce un’esperienza di sperimentazione mai fine a se stessa: ogni scelta grafica, sintattica e lessicale diventa un atto di conoscenza e di sfida
(“L’elicottero era rampante e insistente… La mano sul pube produceva le giuste onde di smemorazione, la peristalsi sfantasiando percorsi di risaputo orgasmo in qui minore. Masculo peristaltico, peristalsi cocciuta che tenta la protrazione. Ecco il tempo che sta per colare nell’irrevocabile poi, sul sancito tramonto del tramonto. Il tramonto sta per tramontare. Tramonta la luce. L’impulso è smorente. Affiora la notte relazionale. Ma l’elicottero pulsa, riscrive lo spazio. Tutto si riapre. Tutto, per chiudersi chissà dove.”).
Qui il linguaggio non cammina, corre a scatti, si ferisce da solo, tuttavia non si piega, anzi chiama il lettore a seguirlo, a gran voce, tra collages di memoria e detriti culturali.
I Prolegomeni vanno intesi nel loro significato etimologico di promessa, di inizio, attraversando e interpretando ogni possibile preludio della catastrofe.
La sintassi è sul punto di disfarsi, le fratture seguono linee verticali, i concetti solidi della modernità non possono che precipitare al suolo con tanto di rumore e di ironia polifonica e ribelle.
Tutto reclama libertà, tutto pulsa nello stesso istante, per questo non serve la poesia-mercato che descrive, ma la poesia-poesia che espone, che sbatte contro le paratie acuminate del nulla per sondare la residua potenza della scrittura.
Tra spruzzi di insano lirismo e deliri innaffiati di barbiturici, Prolegomeni per un massacro ci costringe a un gioco di specchi: leggiamo, ma ci leggiamo; scriviamo, ma siamo scritti. Massacro dopo massacro, parola dopo parola, tra ghigni al nero e splendori abbacinanti, spuntano nuove possibilità di senso (“e fitta fitta si fa la selva contro il petrolio/tiger tiger burning bright e in tight il funerale/ è una festa di gala del risorgimento/ e i lutti il fiume del tutto la vita/ un gigantesco rutto del sublime/ una mise en abime in rima/ una tragicommedia opima//deraglia la parola e raglia l’intelletto/ e l’eidetico imperfetto/ si fa tatto compatto processuale/ oceanico bestiame”).

2. Due ipotesi di massacro: Prolegomeni per un massacro di Marco Buzzi Maresca e Bagatelle pour un massacre di Louis-Ferdinand Céline.
Céline – Bagatelle pour un massacre (1937): testo sardonico e polemico, ambientato nel clima di antisemitismo e di tensioni politiche prebelliche. La finalità è provocatoria e distruttrice dei luoghi comuni, mirando a scandalizzare, a denunciare con toni infiammati e scomodi la società europea del tempo.
Céline ricorre all’umorismo ingrommato di disperazione come pure alla parodia estrema.
La lingua è scurrile, lo stile diretto con frequenti attacchi frontali, le parole usate come severa arma ideologica.
Céline: satira nera, ironia corrosiva, sarcasmo che strappa la pelle dalla faccia.
Parole come coltelli, frasi come fionde: senza filtri, senza remore, senza quel tanto di mellifluo che accarezza e stordisce il lettore.
Il mondo è brutale? Va gridato. Il mondo è ridicolo nel suo conformismo? Va ridicolizzato.
Buzzi Maresca – Prolegomeni per un massacro: testo sperimentale, citazionista e stratificato. La finalità sembra principalmente estetico-concettuale: esplorare la frammentazione in atto della comunicazione verbale, l’intertestualità, l’alienazione, la violenza e la metamorfosi come tratti distintivi della contemporaneità. Il linguaggio si presenta come un dispositivo complesso, ipotipico, multiplo, con una eccentrica tendenza a moltiplicare i suoi registri.
Perciò, massacro di senso, di espressività, di percezione: colibrì e Brigitte Bardot, odori, pelle, iene, cieli cobalto e immensità artiche bianche, ma anche Eliot che ammicca, William Blake che ruggisce, la Bibbia sbattuta come una peristalsi tra un verso e l’altro.
Marco Buzzi Maresca colpisce con un pugno e, nello stesso tempo, invoca il lettore, lo trascina. Il massacro è estetico, concettuale, sensoriale.
Prolegomeni per un massacro sospende, stratifica, accavalla: l’Ermione di D’Annunzio e l’Andromaca di Racine, gli angeli che cadono dal cielo e i ragni sulle sedie a rotelle, i confetti e il big bang. Tout se tient, tutto nello stesso respiro: poesia anticerimoniale, irritualità della parola, intertestualità esplosiva, plurisemanticità che confonde e nello stesso tempo illumina.
Céline: lineare, trafiggente, ossessivamente polemico.
Buzzi Maresca: frammentario, martellante, totalizzante.
Entrambi dissacrano, entrambi provocano. Il primo mostra il mondo come farsa crudele,
il secondo la poiesis come campo di battaglia.
Per entrambi la realtà collima con un massacro, ma da punti di vista differenti.
Céline: fendente diretto, verve espressionistica e rabbia.
Buzzi Maresca: mosaico irricomponibile, senso disperso e frantumazione dell’io.
E il lettore? Partecipa a entrambi, ferito e affascinato, sospeso tra il coltello verbale di Céline e il caleidoscopio velenoso di Buzzi Maresca, tra provocazione ideologica e esperimenti estetici, tra corpo e odore, tra sangue e frantumi di una civiltà che si inabissa.
Due massacri. Due libri, due detonazioni.
3. I punti cardinali del poema. Prolegomeni per un massacro a quale latitudine si
trova? In quale landa kingleariana conduce il malcapitato/affascinato lettore?
Dalla forma apparente direi che si può definire un quadrilatero, non inteso come recinto, ma come campo magnetico, zona di pressione, di attrito, di vertigine: territorio instabile, sismico, dove il linguaggio non è dato, ma in stato di processo, materia incandescente che a ogni verso collassa o esplode.
Trattasi di una regione del mondo iperletterario in cui il nord e il sud della tradizione non rappresentano più orientamenti affidabili e, per questo, la bussola impazzisce.
Trattasi di una latitudine della notte, per restare nel lessico del poema, dove chi scrive, lo fa anche per illuminare, ma soprattutto per resistere al buio senza cedere al silenzio
(“… ma non finisce qui non finisce lì/ la malasorte/ nulla finisce nel fine confine/ tra arido ed acqua/vasta waste land mentre/il tutto impazza arrazza/e semino capelli e dita nel ventre che arai/frattali diseguali del germinante arredo/di ciò che volli come un credo/e disarredo disarmaticamente pragmatico/dolentemente enigmatico resistente allo sguardo violentatore/perso nel mio odore come un amore fuori strada/sul ciglio del burrone … eppure, mon hypocrite lecteur/mon mon maman mon hypocrite lecteur/je t’adore ti odoro perso nel sicomoro della mia metamorfosi amara/nell’enigma nel paradigma nel sigma e nell’alfa”).
In tal nomato quadrilatero Marco Buzzi Maresca non sceglie un vertice: li attraversa tutti da parte a parte con una scrittura che riconosce la molteplicità delle cause (Gadda, primo vertice), che fa a pezzi sermo curialis e sermo cotidianus (Sanguineti, secondo vertice), che sfiora la morte della parola (Lautréamont, terzo vertice) e che, tuttavia, non recede dal combattere il Nulla con ostinata immaginazione (Mallarmé, quarto vertice).
Da Gadda Marco Buzzi Maresca eredita il sospetto radicale verso qualsivoglia causalità semplice. L’inceppatura della macchina-mondo deriva proprio dall’aggrovigliarsi di cause metafisiche e fisiche che, per soprannumero, si moltiplicano vertiginosamente producendo però effetti minimi, spesso ilarotragici, sempre insufficienti. Anche qui il dettato poetico non serve a chiarire, ma a mostrare l’intrico, a rendere sensibile l’eccesso di realtà che schiaccia il senso. Rispetto a Gadda, manca ogni fiducia nella possibilità di una diagnosi razionale: Marco Buzzi Maresca non analizza il disastro, lo abita. La sua non è semplicemente una prosa del groviglio, ma una poiesis della fine.
Con Sanguineti il Nostro condivide il plurilinguismo come atto di sabotaggio: se la lingua non è innocente, la tradizione va trattata come un quarto di bue da passare al tritacarne.
Se in Sanguineti la demolizione della cultura occidentale costituisce l’opzione primaria, nell’autore dei Prolegomeni diventa un effetto collaterale: la cultura cade perché non regge più il peso del presente. E soprattutto — divergenza decisiva — nei Prolegomeni una rinascita è ancora pensabile, seppure in forma larvale, contraddittoria, intermittente. Non una palingenesi storica, ma almeno una vibrazione minima che si apre su un ipotetico futuro.
Con Lautréamont la parentela si fa ancora più inquietante. Come nei Chants de Maldoror, i testi dei Prolegomeni vengono spinti verso l’ultimo confine, verso il punto in cui rischiano di incontrare la propria dissoluzione.
Laddove Lautréamont gode della distruzione come gesto assoluto, il Nostro trattiene ancora qualcosa: non l’innocenza, ma una tenacia da sostenere a nervi scoperti.
Echeggiando Mallarmé, Marco Buzzi Maresca sa che il vero nemico è il Nulla, la macchia che annerisce ogni fibra della nostra civiltà, la colatura di pece che impedisce la possibilità stessa di significare.
Se Mallarmé avvertiva il profumo del Nulla con una visionarietà algida, nei Prolegomeni la lotta contro la nientificazione avviene nel fango della notte tra umori, bave e vene terribilmente aperte.
Forse in questo consiste la forza di Marco Buzzi Maresca : scrivere quando non è più tempo di scrivere, e farlo non per salvare il mondo, ma per impedire che il mondo — e il linguaggio con esso — scompaiano senza lasciare traccia.
4. Ermeneutica di un testo esemplare.
“Quando il cielo senza luce di bianco capovolto/e bave di rami autunnali gremiscono ed edifici/e cose e quando acrimonia di intensi artati atti/e l’inerzia consuma/ìlare Ilària Alpi all’orizzonte/Politkòvskaja Diaz/cadono le notizie le macerie i cinesi dai container/Ilaria Alpi Impastato Imposimato Impastato/ite ite a La Torre ite/ed io ed ecce Diaz e la Fiat/noglobalmente diafano destino/e quando nell’acido scivolando/il cielo bianco capovolto annulla lo spazio/divampandolo orizzontale/e cariche eversive d’amianto nella discarica della colpa/scaricano colpi silenti/mentre l’io cialtrone si raffazzona/nelle piaghe del non io …”.
Questo frammento si colloca con lucidità ilarotragica nella tradizione della cosiddetta poesia civile, pur da una posizione storica radicalmente mutata in cui le coordinate simboliche risultano invertite, accecate, neutralizzate.
Il testo procede per accumulo, per detriti semantici: Il lessico è franto, spesso ostico, volutamente unheimlich (perturbante). Non cerca la trasparenza, ma l’opacità. Non riesce più a organizzare il reale in una narrazione condivisa, a stento prova a computare rovine, macerie, resti.
In questo paesaggio devastato, emergono i nomi propri. Ilaria Alpi, Anna Politkovskaja, Peppino Impastato, Pio La Torre, la caserma Diaz a Genova (il pestaggio da macelleria messicana, risalente ai fatti del G8 del 21 luglio 2001).
I nomi sanguinano, feriti. Funzionano come epigrafi spezzate, come segnali di una memoria che rifiuta di normalizzarsi. La poesia cosiddetta civile non consola, non pacifica, non educa: può solo accusare e, soprattutto, rinnovare la memoria nel nostro presente che ha elevato l’oblio a tecnica di seduzione e manipolazione di massa.
Il riferimento a Anna Politkovskaja si impone come centrale e paradigmatico. Giornalista dalle “mani bianche”, assassinata in Russia sulla porta di casa (macabro regalo per il compleanno di Putin, il 7 ottobre 2007) incarna la figura dell’antagonista perseguitata con ferocia. Non più l’intellettuale organico novecentesco, ma una voce isolata, esposta, vulnerabile. Il suo sangue, come quello della reporter Ilaria Alpi (caduta in un agguato a Mogadiscio il 20 marzo 1994), non è un sacrificio da enfatizzare: è il prezzo concreto affinché la parola resti possibile. In questo senso, le mani bianche che si macchiano di sangue diventano il simbolo più potente di una responsabilità etica estrema: scrivere non come esercizio retorico, ma come gesto che mette in gioco la vita.
Il werk di Marco Buzzi Maresca suggerisce che siamo tornati all’epoca dei tiranni, senza nemmeno, però, la chiarezza tragica dell’antico. I tiranni contemporanei non hanno un volto unico: sono sistemi, apparati, economie del silenzio (in primis la mafia che ha divelto i corpi dell’attivista Peppino Impastato il 9 maggio1978 e del parlamentare Pio La Torre il 30 aprile 1982). Intellettuali, giornalisti, sindacalisti, dissidenti non vengono eliminati solo fisicamente, ma essenzialmente delegittimati, isolati, ridotti a rumore di fondo.
Il verso “noglobalmente diafano destino” evoca proprio questa falsa trasparenza: il mondo si proclama aperto, globale, comunicativo, mentre in realtà cancella i soggetti classificati come pericolosi e anestetizza il restante gregge sociale.
La poesia cosiddetta civile non può essere più né lineare né pacificata. Deve farsi lingua ferita, lingua che inciampa, che balbetta, che accumula nomi come corpi. Deve accettare di essere scomoda, aspra, persino illeggibile. Poesia che non offre orientamento, perché denuncia la perdita stessa dell’orientamento come dato storico irreversibile.
Proprio in questo scenario di massacro, la poesia cosiddetta civile resta uno degli ultimi spazi di respiro morale, impedendo che il mondo si autoassolva. E in questo sta la sua funzione più alta: non consolare i vivi, ma disturbare i colpevoli, e restituire ai morti una voce che non può più essere messa a tacere.
5. Tutto va bene Madama la Marchesa?
Collages in controcanto e barbiturici deliri, Dislessici dispoliticanti fotogrammi, Prosesia – e cosi’ non sia, Notturni, Scherzi ed eros, Genitori.
Come da elenco appena spiattellato le 6 sezioni dei Prolegomeni per un massacro confermano l’originale e labirintica dimensione del libro, nel quale i deliri urbani e le poesie erotiche coesistono con le invettive antisistema e la dimensione intima delle riflessioni esistenziali (“Praterie strane mentre appare nei sogni/ più l’acerrimo padre la voce che non quadra/di ciò che sotto scorre. Ed il tuo volto dov’è ?/Oscura fonte di dolcezza non si denega come fonte”).
Tout se tient, allora? Tutto si tiene senza rischi?
Non proprio. Il rischio è di imbrigliarsi nel gioco linguistico fine a se stesso, oppure di impelagarsi nella mera e ombelicale comunicazione d’esistenza. Rischi sventati entrambi, se ci si immerge negli angoli di queste strofe sibilline, proibitive a leggersi, ma folgoranti a tratti, di impronta atonale (Webern più che Schönberg), in sostanza composizioni/scomposizioni all’ultimo sangue, in lotta contro la nausea e la noia del poetichese.
A chi assomiglia Marco Buzzi Maresca?
Ai grandi decadenti (più Baudelaire che Rimbaud).
Somiglia a chi sulla Zattera della Medusa di Géricault occupa l’improvvisata prua per avvistare un ipotetico attracco, inebriandosi di un’insperabile speranza.
Culla delle Nereidi, 23 dicembre 2025
