Durante la settimana di Art Basel, a mostra aperta, lo stand di Yares Art esponeva numerose opere di Helen Frankenthaler a pochi isolati dal Kunstmuseum: un dettaglio più eloquente di qualunque comunicato stampa.
Istruzioni per vedere
Il testo affronta le condizioni del vedere contemporaneo: i dispositivi culturali, istituzionali e percettivi che precedono lo sguardo e ne orientano l’esperienza, interrogando lo spazio ancora aperto tra ciò che appare e ciò che è già stato interpretato. Attraverso Foucault, Crary e Didi-Huberman, la riflessione si concentra sul rapporto tra immagine, mediazione e spettatore, individuando nella distanza critica dello sguardo una forma possibile di esperienza.
Arturo Galansino
La conversazione con Arturo Galansino affronta il ruolo del museo nell’epoca dell’immagine infinita, partendo dall’esperienza di Palazzo Strozzi e dalla capacità dell’istituzione di mettere in relazione grandi maestri della storia dell’arte, ricerca contemporanea e nuove forme di partecipazione del pubblico.
Il tempo dello sguardo | Differimento, traccia e impossibilità della presenza
Il tempo dello sguardo. Differimento, traccia e impossibilità della presenza — prosegue il percorso avviato con il primo contributo, approfondendo il rapporto tra visione e linguaggio attraverso le categorie derridiane di différance e traccia. L’analisi si concentra sulla struttura temporale dello sguardo e sulla impossibilità di una presenza visiva piena, con riferimenti alle pratiche di James Turrell, Mark Rothko e Cy Twombly.
Andrea Bellini
La conversazione con Andrea Bellini esplora il rapporto tra curatela, autonomia critica e futuro delle istituzioni, a partire dall’esperienza del Centre d’Art Contemporain Genève e dalla necessità di immaginare nuovi modelli museali, anche oltre i confini dell’edificio tradizionale.
Contro la trasparenza – Immagine, linguaggio e pre-interpretazione dell’opera
Primo intervento della rubrica Grammatica dell’immagine di Margherita Artoni. Uno spazio editoriale di analisi teorica, in cui ogni contributo partecipa alla costruzione graduale di un ambito di indagine aperto, non vincolato a un singolo tema né a un oggetto definito.
Ron Nagle. Dove finisce la forma
La Galleria Gió Marconi presenta, fino al 24 luglio, Phantom Banter, prima mostra personale in Italia di Ron Nagle, maestro della scultura ceramica di piccolo formato. In esposizione undici opere realizzate tra il 2024 e il 2026 e una selezione di disegni recenti, che raccontano la sua ricerca artistica.
Quando il muro diventa habitat: Maria Thereza Alves e la polis del vivente
Maria Thereza Alves firma una nuova opera di arte pubblica per Canelli, Il progetto, realizzato con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, celebra il decennale UNESCO dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato.
Francesco Clemente. L’immagine senza centro
Alla Triennale Milano, la mostra In Between dedicata a Francesco Clemente rilegge la sua posizione nella pittura contemporanea. Il percorso espositivo supera la forma della retrospettiva e mette al centro un’idea di immagine come spazio intermedio, in cui riferimenti culturali, autobiografia e mito convivono in una struttura aperta, dove il significato resta in sospensione.
GAM 4.0. Il progetto che libera il museo
La nuova GAM di Torino nasce da una sottrazione. Il progetto firmato da MVRDV, Balance Architettura ed EP&S Group apre il museo alla città. Rimuove la cancellata, rende accessibile il deposito, introduce luce naturale nelle sale espositive e trasforma il piano interrato in luogo pubblico. L’idea di accesso lascia spazio a quella di attraversamento: il museo diventa parte della vita quotidiana e si integra nel tessuto urbano.
Regimi temporali e collasso del soggetto. Su Lorna Simpson a Venezia
A Punta della Dogana, a Venezia fino al 22 novembre 2026, la personale di Lorna Simpson Third Person
Abitare la galleria. Ciaccia Levi tra Milano, Torino e Parigi
La chiusura della sede milanese e il trasferimento del progetto CiacciaLevi a Torino segnano un passaggio che va oltre la semplice riorganizzazione geografica. Il nuovo spazio si configura come un ambiente abitato, in cui la distinzione tra luogo espositivo e spazio privato viene intenzionalmente resa instabile.
Più che una galleria nel senso tradizionale, si tratta di un dispositivo che ripensa il rapporto tra opere, curatela e vita quotidiana. In questo slittamento, Torino non è soltanto un ritorno, ma il luogo in cui verificare un modello di galleria meno legato alla neutralità del white cube e più vicino a una condizione continua, porosa e non neutra tra spazio e opere.
L’intervista è con Antoine Levi e Nerina Ciaccia, a cura di Margherita Artoni.
