Nel cuore dell’Aquila, un palazzo settecentesco diventa fino al 4 settembre 2026 il punto d’incontro tra due geografie lontane. Palazzo Cappa Cappelli, sede della Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, ospita Shu Takahashi. Un artista giapponese nella collezione di Giorgio de Marchis. Un mondo fluttuante tra Oriente e Occidente, mostra curata da Anna Imponente con Ari Takahashi. Il progetto rientra nel programma dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, con il sostegno del Comune dell’Aquila e il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone e dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma.
Il riferimento scelto per accompagnare la mostra è Nanakorobi Yaoki: Cadere sette volte, rialzarsi l’ottava, proverbio giapponese che diventa qui una chiave di lettura. Il rapporto tra L’Aquila e il Giappone passa infatti anche attraverso la memoria dei terremoti e la capacità di misurarsi con la ricostruzione. Da questa coincidenza nasce un progetto che affida all’arte il compito di mettere in relazione memoria, perdita e ripartenza, con un richiamo inevitabile al kintsugi, la pratica giapponese che ricompone le fratture della ceramica evidenziandole invece di nasconderle. Ideato da Marcello Deroma e Carlo Mangolini, l’allestimento attraversa tutte le stanze della Fondazione e costruisce un percorso in cui opere, documenti e materiali d’archivio accompagnano la ricerca dell’artista.
Il nucleo della mostra è costituito dalle opere provenienti dalla collezione della Fondazione, affiancate da prestiti di collezionisti e istituzioni italiane e giapponesi. Tra queste spicca Incontro, tela monumentale del 1992 proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Nei lavori di Takahashi il colore ha una presenza fisica: non si limita a occupare la superficie, ma ne modifica la percezione. Le forme sembrano muoversi, mentre i solchi e le irregolarità della tela accentuano la dimensione spaziale della pittura. È una ricerca che trova una delle sue espressioni più riconoscibili nelle shaped canvas, tele ritagliate secondo profili sinuosi e attraversate da incisioni profonde, al confine tra pittura e scultura.

La mostra amplia però il campo oltre la dimensione strettamente espositiva. Il percorso comprende pannelli, immagini d’archivio e proiezioni video, ma anche materiali più personali, tra ritratti, interviste e scritti dell’artista. Testi bilingui, QR code, un libretto di sala e una brochure a forma di origami, realizzata da Valentina Equizi, contribuiscono a costruire una narrazione articolata della sua vicenda. Tra i video presentati figurano tre ricostruzioni di interventi realizzati da Takahashi fuori dagli spazi museali: l’arredamento della discoteca romana Mon Ami del 1969, con le sue forme morbide e i rivestimenti in gommapiuma colorata; il grande intervento pittorico sul Battistero di San Giovanni a Volterra del 1973; e gli affreschi realizzati nel 2017 per il tempio buddista Renge-In Tanjo-Ji, in dialogo con le statue dei Cinque Buddha.
È soprattutto l’esperienza di Volterra a chiarire la posizione di Takahashi rispetto all’arte pubblica. L’artista rifiutava l’idea di un’opera confinata nello spazio museale o domestico e la immaginava capace di entrare nella vita quotidiana, modificando il modo di guardare i luoghi. Nato nel 1930 nella prefettura di Hiroshima, arriva in Italia nel 1963 grazie a una borsa di studio del governo italiano e si stabilisce a Roma, dove rimarrà per circa quarant’anni. Il confronto con l’arte occidentale diventa così parte integrante della sua ricerca. Guarda allo spazialismo di Lucio Fontana, ma senza abbandonare la propria matrice culturale: dalla prima fase, più austera e monocroma, approda a una pittura sempre più vibrante, in cui la costruzione occidentale dialoga con la componente organica della tradizione orientale e con i principi cromatici dell’Ukiyo-e. È da questo incontro che prende forma un linguaggio destinato anche agli spazi pubblici e ai luoghi di culto.


La storia raccontata dalla mostra, tuttavia, è anche quella l’amicizia con Giorgio de Marchis che trova il suo legame più diretto con L’Aquila. Storico dell’arte, già Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Tokyo per due mandati, de Marchis conobbe Takahashi durante gli anni trascorsi in Giappone e ne seguì da vicino il percorso. Da quel rapporto nacque una collezione che oggi costituisce il nucleo della presenza dell’artista negli spazi della Fondazione.
È in questo intreccio tra ricerca artistica e relazione personale che si legge la pittura di Takahashi: un linguaggio sospeso tra vuoto e pieno, luce e buio, capace di far dialogare la sensibilità giapponese con le avanguardie europee. Anna Imponente vi riconosce “l’emozione dell’infinito”, una tensione che attraversa opere e interventi realizzati nel corso di oltre quarant’anni e che ha portato Takahashi dai musei agli spazi pubblici, fino ai luoghi di culto.
Il percorso espositivo restituisce così non soltanto la varietà della sua ricerca, ma anche la rete di relazioni attraverso cui essa è arrivata fino all’Aquila. La storia di Takahashi, quella di de Marchis e quella della collezione si sovrappongono nelle sale di Palazzo Cappa Cappelli, trasformando la mostra in un racconto che attraversa Oriente e Occidente.
Shu Takahashi
Shu Takahashi. Un artista giapponese nella collezione di Giorgio de Marchis. Un mondo fluttuante tra Oriente e Occidente
Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, Corso Vittorio Emanuele II 23, L’Aquila
a cura di Anna Imponente e Ari Takahashi
dal 2 luglio al 4 settembre 2026
