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Corpo-Latteo_2017

Antonio Biasiucci – Archetipi, La materia tra monumentalità e tragedia

Archetipi, la grande esposizione di Antonio Biasiucci alla Reggia di Caserta, a cura di Tiziana Maffei appartiene alla seconda specie: non costruisce semplicemente un itinerario di immagini, ma una geografia profonda della memoria

Dal 31 maggio al 30 novembre 2026, una grande retrospettiva alla Reggia di Caserta dedicata al fotografo Antonio Biasiucci.

Ci sono mostre che si attraversano e mostre che ci attraversano.

Archetipi, la grande esposizione di Antonio Biasiucci alla Reggia di Caserta, a cura di Tiziana Maffei appartiene alla seconda specie: non costruisce semplicemente un itinerario di immagini, ma una geografia profonda della memoria, un campo di forze nel quale il corpo, la materia, il rito e la natura smettono di essere elementi separati per riconoscersi come tracce di una medesima origine.Biasiucci cerca un alfabeto dell’umano, ma non lo costruisce attraverso le parole. Lo costruisce attraverso le cose: Pane. Latte. Corpo. Fuoco. Terra. Sangue. Fede. Animale. Lavoro. Morte.

Sono elementi semplici, quasi poveri, e proprio per questo potentissimi. Il loro valore non risiede nella rarità, ma nella capacità di sopravvivere alle epoche. Sono forme elementari dell’esistenza, archeologie viventi che appartengono alla Campania e, nello stesso tempo, a ogni luogo nel quale un uomo abbia avuto fame, paura, fede, desiderio, bisogno di appartenere.

Biasiucci interroga il mondo con la fotografia. Nell’interrogarlo lo spoglia, lo sottrae alla cronaca, alla riconoscibilità immediata, alla semplice appartenenza geografica. Il pane non è più soltanto pane, il latte non è più soltanto latte, il vulcano non è più soltanto Vesuvio, il corpo animale non è più soltanto corpo. Ogni cosa viene condotta verso una soglia ulteriore, dove il particolare perde il proprio nome e acquista una possibilità universale.

È qui che l’idea di archetipo diventa sostanza e non soltanto titolo.

La fotografia di Biasiucci nasce infatti da una pratica di sottrazione. Il suo è un procedere per scarnificazione: eliminare il superfluo, oscurare il contorno, ridurre la forma fino a quando ciò che rimane non è più l’apparenza dell’oggetto, ma la sua energia primaria. Una fotografia che vuole evocare non descrivere, emergere non documentare.

La Reggia di Caserta diventa in questo senso qualcosa di più di un contenitore monumentale. Le sale della Gran Galleria, la Cappella palatina, gli spazi della memoria borbonica entrano nel dispositivo dell’opera e vengono messi in tensione con immagini che provengono da un’altra profondità: quella arcaica, antropologica, tellurica della Campania.

Il territorio è presente ovunque, ma continuamente supera se stesso.

È una Campania che non coincide con la cartolina, né con la rappresentazione identitaria. È una terra tellurica e rituale, fatta di corpi, combustioni, nutrimento, morte, fede, lavoro. Una terra nella quale la modernità sembra non avere cancellato gli strati più antichi dell’esistenza, ma averli semplicemente ricoperti. Biasiucci li porta in superficie.

I ventisette ex voto collocati nella Cappella palatina aprono il percorso come apparizioni. Sono oggetti che hanno già attraversato il territorio ambiguo della fede: offerte, promesse, testimonianze di una relazione tra l’uomo e ciò che non può essere completamente spiegato. Nella fotografia dell’artista acquistano una nuova enigmaticità: diventano presenze, reliquie laiche, piccoli organismi di un teatro dell’assurdo nel quale il bisogno umano di credere si confronta con l’ignoto.

Una delle chiavi dell’intera mostra è trasformare la cosa in segno. Il pane diventa meteorite; la mozzarella diventa cosmo; il vulcano diventa creazione; l’animale sacrificato entra nella mitologia. La fotografia non si limita quindi a registrare una realtà, piuttosto compie un’operazione alchemica: prende il fenomeno e lo trasforma in simbolo.

In Corpo latteo questa trasformazione raggiunge una dimensione immersiva. La consistenza del latte, la sua bianchezza, la sua sospensione quasi cosmica, diventano un luogo mentale prima ancora che fisico. Non c’è un principio evidente né una conclusione: il visitatore entra in un movimento circolare, in una materia che sembra appartenere contemporaneamente al nutrimento e alla galassia. È il corpo che si fa universo.

Questa è una delle intuizioni più forti di Biasiucci: comprendere che l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande possono condividere la stessa forma mentale. Un alimento, un organo, una roccia, un vulcano, una costellazione possono appartenere alla medesima grammatica quando lo sguardo smette di essere descrittivo e diventa originario.

La fotografia, allora, torna alla sua funzione più antica e più radicale: significare. L’archetipo smette di essere concetto e diventa esperienza. Non più soltanto vedere. Piuttosto scavare.

Non è casuale che Archetipi affronti anche il tema della migrazione e della perdita. In Molti, realizzato a partire dai calchi facciali conservati nel Museo di Antropologia di Napoli e dalle immagini di Lidio Cipriani, la fotografia incontra una storia fatta di classificazioni, sguardi antropologici, identità osservate e catalogate. I due monoliti della Gran Galleria, accompagnati dai numeri di Mimmo Paladino, introducono invece una frattura contemporanea: i migranti scomparsi in mare diventano numeri.

Qui la riduzione all’essenziale assume una tonalità tragica. Il numero è l’archetipo rovesciato dell’identità: non restituisce un volto, ma registra un’assenza. Non racconta una vita, ma la sua cancellazione. E proprio per questo l’operazione di Biasiucci acquista una dimensione politica senza trasformarsi in illustrazione politica. La tragedia non viene spettacolarizzata. Viene resa materia, silenzio, distanza.

È il silenzio una delle vere materie della mostra. Un silenzio nero, denso, spesso quasi fisico, nel quale le immagini sembrano apparire più che essere esposte. Biasiucci conosce la potenza dell’ombra e la usa non come semplice scelta formale, ma come spazio di resistenza dell’immagine. Ciò che non vediamo continua ad agire. L’assenza diventa presenza.

Anche il percorso dedicato al Real Sito di San Leucio, nel duecentocinquantesimo anniversario della fondazione della Colonia, procede secondo questa logica. I telai, gli ingranaggi, i rocchetti del torcitoio vengono sottratti alla loro funzione originaria e restituiti a una dimensione quasi anatomica. Il metallo sembra acquistare carne; il meccanismo sembra conservare la memoria delle mani; gli strumenti del lavoro diventano tracce di corpi che non ci sono più.

Improvvisamente il lavoro delle donne di San Leucio riaffiora non come documento storico, ma come fantasma. Questa è forse la qualità più autentica della ricerca di Biasiucci: fare della memoria una materia sensibile. La sua fotografia non ricostruisce il passato. Lo fa affiorare.  

Archetipi rappresenta anche un momento particolarmente significativo nel percorso fotografico intrapreso dalla Reggia di Caserta. Dopo Visioni e Prospettive, il museo sposta ancora una volta il baricentro dello sguardo: dalla possibilità di reinventare il reale e dalla costruzione geometrica dello spazio si passa alla profondità della materia, al deposito oscuro della memoria.

La grandezza del progetto sta nella capacità di mettere in relazione la monumentalità della Reggia con una fotografia che lavora invece sulla fragilità, sulla perdita, sulla carne, sul nutrimento, sulla morte e sulla fede. Vanvitelli e Biasiucci sembrano appartenere a universi inconciliabili; eppure è proprio questa distanza a produrre una tensione feconda. Da una parte l’ordine della grande architettura. Dall’altra il disordine originario della materia. Tra i due si muove lo spettatore.

Circa trecento fotografie e installazioni costruiscono così non tanto una mostra, quanto un dispositivo percettivo. Le opere chiedono tempo. Chiedono una visione lenta, una disponibilità a perdere le coordinate consuete dell’immagine. Il visitatore viene progressivamente allontanato dalla riconoscibilità delle cose e condotto verso una zona nella quale ciò che guarda sembra appartenere contemporaneamente al presente e a un tempo senza data.

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