Giuseppe Modica, Le rotte della tragedia, 2017, olio su tela, trittico cm 150x300

Giuseppe Modica, Invisibile immanenza

Ciò che interessa a Giuseppe Modica è “cogliere con la pittura quella distanza invisibile che sta tra lo spazio fenomenico del qui presente della superficie e l’oltre imprendibile di una profondità illusoria”. Ne abbiamo parlato in margine alla sua ultima mostra Rotte mediterranee e visione circolare, a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini, visitabile a Roma presso la Casa Museo Hendrik Christian Andersen sino al 15 settembre 2024. In questa seconda parte del nostro colloquio, proviamo a toccare, entrando in punta di piedi nel laboratorio dell’artista, alcuni punti chiave della sua pittura.

Come nascono i tuoi lavori, dall’idea, al primo abbozzo, alla realizzazione finale?

È nell’atelier che raccolgo varie annotazioni ed impressioni sia della realtà che della memoria. Un bel momento scatta la scintilla che mette in moto il pensiero visivo che fa organizzare i vari pezzi. Per i quadri di grandi dimensioni faccio prima dei bozzetti in scala, oppure qualche annotazione disegnativa, sempre in scala. E piano piano comincio a disegnare la spazialità geometrica, la prospettiva, i pieni e i vuoti, la luce e il buio. Il colore-luce si inserisce in un lento processo di sedimentazione e di addizione, ma anche di sottrazione. Un lavoro lento e sorvegliato, che si concretizza in lunghi mesi di lavoro.

Hai dei riti particolari quando crei?

No, ho bisogno di concentrazione e solitudine che mi aiutano a trovare uno stato di grazia e di libertà mentale. Ho solo necessità di avere davanti a me un tempo lungo senza scadenze.

Qual è il tuo rapporto con l’imprevisto e con l’errore?

C’è sempre una dimensione imprevista nel lavoro e non saprai esattamente dove arriverai anche se hai una traccia od un bozzetto di riferimento. Spesso accade che ciò che andava bene nel bozzetto non funzioni nell’opera di dimensione grande e ti devi inventare allora una variante funzionale e convincente. Così ci sono le variazioni in corso d’opera che non avevi preventivato e che verifichi col fare nel corso del lavoro. Nella pittura c’è sempre un’avventura ed una dimensione imponderabile che cambia sempre in ogni circostanza. Ti accorgi che certe soluzioni formali non funzionano e allora demolisci, sposti, ricostruisci, apri una finestra o la sposti, scaldi una luce e ne raffreddi un’altra, cambi una prospettiva, cancelli e ricominci …

Nel tuo lavoro il mare, luogo per eccellenza di mutevolezza e caos, è sempre placido, immoto, come la linea dell’orizzonte su cui si innesta la gabbia geometrica che scandisce i tuoi dipinti. Un tentativo di normalizzare (esorcizzare) il divenire?

Nella storia dell’arte abbiamo due esempi di mare: il primo contempla mari romantici, tempestosi e agitatissimi, con apocalittiche onde burrascose; il secondo invece contempla mari come perfette lame metalliche che rifrangono la luce, distese equoree congelate in una apparente e imperturbabile quiete cristallina. A me interessa il secondo esempio in quanto il mare, presenza complementare non invasiva, è congeniale per essere inserito in una circolarità spaziale che ha una rilevante articolazione dinamica. Nell’apparente staticità di una stanza, lo spazio si prolunga in avanti al nostro sguardo oltre le finestre e si spinge anche dietro, alle nostre spalle, in uno spazio prospettico della rifrazione. Un viaggio mentale e immaginario sempre nella stanza, in una sorta di percorso circolare e labirintico di interno ed esterno, andata e ritorno, mare e campagna, in cui anche il tempo, nelle sue varie accezioni, recita la sua parte.

In ragione dei diversi piani sovrapposti, i tuoi lavori sono, in un certo senso, multipli e stratificati e, per l’ambiguità che ne deriva, la tua pittura è stata sovente paragonata al cinema e all’arte surrealista. Ti trovi in questi paragoni?

Nella mia pittura, come ho scritto più volte, c’è un itinerario e un movimento vero e proprio anche se ciò avviene nell’apparente immobilità di una stanza e dentro l’ortodossia di una tavola dipinta. Nel 2002 Maurizio Fagiolo scrivendo del quadro Luci della notte (immersione ed emersione dello sguardo), 2000 tocca in maniera precisa l’argomento: “L’aveva detto Leonardo Sciascia 15 anni fa che nello stesso quadro Modica sembra far muovere la luce, cambiare l’ora e la stagione. E qui nell’esperimento si può controllare a colpo d’occhio: il regard di Modica diventa filmico e non più soltanto pittorico: il quadro è la pellicola impressionata da un lunghissimo piano-sequenza alla Godard che viene inchiodato nel tempo fermo della tavola di superficie. Mistero di una visione ottenuta per somma di visioni, ma anche per sottrazione di memoria”. Poi trovo più pertinenti i paragoni con certa aura metafisica che contempla più il pensiero che lo stile. Per quanto riguarda il paragone al Surrealismo, invece, mi sembra una forzatura in quanto tutto ciò che c’è nel mio lavoro anche se è straniante, magico e sospeso è comunque plausibile.

Alcune opere della tua ultima mostra romana alludono, più o meno esplicitamente, alle guerre in corso e alla pace necessaria. Pensi che gli artisti siano in grado di incidere positivamente sul reale?

Certo che oggi gli accadimenti drammatici che segnano la nostra quotidianità permeano inevitabilmente la nostra sensibilità e creano una sorta di inquietudine che poi si trasferisce nel lavoro creativo. Gli artisti possono essere solo portatori di un pensiero e di una coscienza civile e sicuramente non hanno il potere di incidere sul reale, possono solo contribuire ad innescare il dubbio ed attivare una ragione critica; possono infondere, nei casi migliori, un messaggio di speranza, di fiducia nella vita e nella bellezza per una crescita civile. Penso che l’arte, come diceva Sciascia, ci possa aiutare a vivere meglio ed aggiungo a guardare lontano. 

Qual è il tuo atteggiamento verso lo spirituale?

Sono convinto che nella creazione e nell’arte ci sia una rilevante dimensione religiosa e spirituale. Parlo di una religiosità laica, insita nella ritualità della pratica dell’arte, che ti porta sempre più a scartare il superfluo per raggiungere una verità essenziale. E questa tensione che anela verso un’essenzialità che coglie l’invisibile ha a che vedere con il mistero e la spiritualità.

A cosa ti stai dedicando, a cosa ti dedicherai?

Ogni giorno dipingo. Quanto al futuro, i programmi si manifestano da un giorno all’altro; alcuni si concretizzano ed altri no. Per una forma di scaramanzia e per segreto professionale, preferisco annunciare la prossima mostra solo quando è concretamente strutturata. Questa del museo Andersen durerà fino al 15 settembre. 

Giuseppe Modica

Nasce a Mazara del Vallo nel 1953 e studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1986 si è trasferito a Roma, dove attualmente vive e lavora. È stato titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e Direttore del dipartimento arti visive. 

Nel 1990 è invitato alla VI Triennale Internazionale dell’Incisione, Palazzo della Permanente, Milano. Nel 1999 è stato invitato alla XIII Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni. Nel 2001 è alla VIII Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea, Il Cairo. Nel 2007 è invitato alla mostra Arte italiana 1968-2007 a Palazzo Reale a Milano a cura di Vittorio Sgarbi. Nel 2011 è invitato alla 54° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Venezia, Padiglione Italia, Corderie Arsenale. Nel 2023 è nella mostra E la mia patria è dove l’erba trema a cura di Giuseppe Appella alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Hanno scritto di lui, fra gli altri, studiosi come Maurizio Fagiolo dell’Arco, Claudio Strinati, Vittorio Sgarbi, Janus, Guido Giuffrè, Marco Goldin, Giovanni Lista, Sasha Grishin, Gabriele Simongini, Giovanni Faccenda, Francesco Gallo Mazzeo, Marcello Fagiolo, Guglielmo Gigliotti, Franco Fanelli, Giuseppe Appella, Marco Di Capua, Lea Mattarella, Francesca Romana Morelli; letterati e filosofi come Leonardo Sciascia, Antonio Tabucchi, Giorgio Soavi, Massimo Onofri, Rocco Ronchi, Roberto Calasso, Giorgio Agamben, Zhang Xiaoling, Ying Yinfei ed altri. 

Ha esposto in Italia e all’estero in prestigiose retrospettive e rassegne museali; fra le altre si segnalano: 2022 Schema and Trascendence a cura di Chen Jian e Ying Yinfei al Zhejiang Art Museum di Hang Zhou; 2021 Giuseppe Modica Atelier 1990-2021 a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini presso la Casa Museo Hendrik Christian Andersen di Roma; 2018 Light of memory a cura di Giorgio Agamben e Zhang Xiaoling, Accademia Nazionale Cinese di Pittura, Pechino; 2017 Phoenix Art Exhibition Musei Civici di Fenghuang, Sud-est Cina; 2016-17 Atelier di Luce e di Memoria a cura di Donatella Cannova Istituto Italiano di Cultura Sidney, Ambasciata Italiana Canberra e Istituto Italiano di Cultura, Melbourne; 2016 collocazione del trittico La Crocefissione di Luce nella Chiesa Madre di Gibellina a cura di Marcello Fagiolo; 2015 La melancolie onirique de Giuseppe Modica Galleria Sifrein di Parigi a cura di Giovanni Lista; 2014 La luce di Roma a cura di Roberto Gramiccia alla Galleria La Nuova Pesa, Roma; 2010 Inseguire la pittura a cura di Laura Gavioli Galleria Civica di Potenza; Roma e la città riflessa a cura di Claudio Strinati, a Palazzo di Venezia, Roma; 2007 La realtà dell’illusione a cura di Guido Giuffrè, Galleria Civica di Marsala; 2005 L’enigma del tempo e l’alchimia della luce a cura di Aldo Gerbino al Loggiato di San Bartolomeo, Palermo; 2004 Piero ed altri enigmi a cura di Giovanni Faccenda Galleria, Civica di Arezzo; “Riflessione” come metafora della pittura a cura di Claudio Strinati, al Vittoriano Roma; 2002 La luce è la luce è la luce, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco, Palazzo del Seminario, Mazara del Vallo; 1998, Un metafisico nella terra dei fenici a cura di Paolo Nifosì, Palazzo Spadaro di Scicli; 1997-98 Modica opere 1989-1997 a cura di Marco Goldin, Treviso, Casa dei Carraresi; 1993 – Retrospettiva Palazzo dei Diamanti di Ferrara con testo di Maurizio Fagiolo e poesia di Cesare Vivaldi; 1990 Le Stanze inquiete alla Tour Fromage di Aosta, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco.