Giseppe Modica. Foto di Ferdinando Scianna

Giuseppe Modica, Invisibile immanenza

Ciò che interessa a Giuseppe Modica è “cogliere con la pittura quella distanza invisibile che sta tra lo spazio fenomenico del qui presente della superficie e l’oltre imprendibile di una profondità illusoria”. Ne abbiamo parlato in margine alla sua ultima mostra Rotte mediterranee e visione circolare, a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini, visitabile a Roma presso la Casa Museo Hendrik Christian Andersen sino al 15 settembre 2024.

Parliamo un po’ delle tue origini, a cominciare dalla tua città natale.

Sono nato e ho vissuto fino ai diciotto anni a Mazara del Vallo, lembo sud-occidentale della Sicilia. In questa punta estrema, che è più vicina all’Africa che a Messina, le presenze islamiche si trovano nel territorio e negli insediamenti architettonici. Una Sicilia composita, densa di sedimentazioni contrastanti impresse nel territorio (i Fenici, i Greci, gli Arabi, i Normanni, ecc.) e nella natura stessa delle persone che sono spesso contraddittorie, malinconiche e speculative. Qui, la presenza costante dei venti e delle correnti nel mare, fa sì che il cielo e il mare cambino in continuazione. Le ossidazioni, l’umidità e la salsedine che tutto corrode, la polvere di tufo, o la sabbia che arriva con lo scirocco dall’Africa, uniti ad una luce accecante che vibra e muta e si riverbera nella visione, sono tutti elementi caratterizzanti che lasciano un’impressione indelebile. E qui, in questo contesto, entra in gioco la memoria, che è vista nelle sue accezioni di memoria personale legata all’infanzia, memoria antropologica legata al luogo, memoria culturale attraverso l’acquisizione e lo studio. La memoria è senza nostalgia di un tempo che non potrà più ritornare. C’è l’inquietudine e la malinconia di qualcosa che è irrecuperabile ed esiste solo come fantasma e traccia.

Quando e come hai iniziato a dedicarti all’arte?

Devo dire che i primi segnali si sono manifestati sin dall’infanzia e la pratica del disegno e della pittura mi procurava sin da allora un’intensa gioia interiore. Negli anni della scuola media l’insegnante di educazione artistica, Enzo Santostefano, era un pittore colto, attento ed innamorato dell’arte del Novecento, e nelle sue lezioni ci mostrava le riproduzioni dei quadri di Cézanne, Matisse, Picasso, Morandi, Boccioni, de Chirico. Tutto ciò incrementava sempre più il mio interesse e coltivava le mie curiosità e conoscenze. Arrivavano in libreria i primi fascicoli e volumi sull’arte moderna dei Fratelli Fabbri e con grande voracità cercavo di cogliere il senso di quell’arte straordinaria che aveva il suo centro di propulsione nell’Avanguardia storica: Cubismo, Futurismo, Metafisica, Simbolismo, Surrealismo, ecc. E proprio negli anni del liceo ho capito che l’interesse per l’arte aveva a che fare con qualcosa di più di una semplice curiosità ed infatuazione adolescenziale. All’inizio degli anni ‘70, sono andato a studiare a Firenze, frequentando sia la facoltà di Architettura che l’Accademia di Belle Arti. Gli anni di Firenze caratterizzati dagli studi e dalla costante visita al museo sono stati decisivi per la mia formazione e la mia scelta di fare l’artista. 

L’artista è sempre un uomo che guarda. E che invita a guardare. Ci sono state immagini che hanno cambiato radicalmente la tua visione del mondo?

Penso che un primo impatto formativo sia avvenuto attraverso l’acquisizione di quelle immagini sull’arte del Novecento che recepivo negli anni ‘67-’68 attraverso le monografie e i fascicoli dei Fratelli Fabbri: sin da allora prendevo coscienza che l’obiettivo dell’arte non era la rappresentazione mimetica della realtà, ma qualcosa che passava attraverso la visione che metamorfosava la realtà. 

E tra gli artisti? Chi sono i tuoi riferimenti?

Nel lontano 1990 Maurizio Fagiolo, nel testo in catalogo per la mia mostra le stanze inquiete ad Aosta, traccia un percorso filologico che spiega l’iter formativo del mio linguaggio pittorico: Piero della Francesca, Antonello da Messina, Vermeer, Velázquez, Seurat, per poi collegarsi con il Novecento incontrando autori come Morandi e de Chirico. Esiste, secondo Arcangeli, un fiume sotterraneo che collega autori lontani nel tempo come Piero della Francesca e Mondrian. Questo collegamento carsico è veramente misterioso e io condivido quanto Maurizio Fagiolo aveva visto.

C’è una rassegna che hai visitato e che ricordi con particolare intensità?

Ricordo la Biennale di Venezia del 1980 il cui il direttore artistico era Luigi Carluccio, che aveva voluto una personale di Balthus, che in Italia era un autore quasi sconosciuto. Ricordo ancora i due capolavori del maestro svizzero La chambre e Passage du commerce-Sant’Andrea entrambi dipinti tra il 1952 e il 1954. 

Tracciare la poetica di un’artista spetta alla critica, ma questa domanda voglio fartela lo stesso. Come definiresti la tua ricerca?

Faccio parte di una generazione, sono nato nel 1953, che ha visto gli esiti delle contrapposizioni dei linguaggi che negli anni ‘50 avevano creato una frattura insanabile tra astratti e figurativi. Proprio all’inizio anni ‘50 sembrava che l’arte avesse definitivamente voltato pagina, abbandonando in maniera radicale ed irreversibile la dimensione iconica per abbracciare la dimensione figurale del segno e della pura struttura bidimensionale. Poi negli anni ‘60, quando entra nella scena artistica l’immagine nella sua smaccata evidenza cromatica e vivida plasticità della Pop-Art, le cose cambiano e si rimescolano le carte: ci siamo resi conto che non esiste un evoluzionismo darwinistico nel linguaggio dell’arte e che invece esiste nella tecnologia. Nell’arte assistiamo a diversi cambiamenti e trasformazioni che sono indissolubilmente legati al tempo che si vive e non esiste un dogma che ti dice dove sta la verità. Oggi troviamo rimescolate nei linguaggi espressivi dell’arte le ipotesi più disparate, con una variegata estensione di stili che si contaminano e confondono reciprocamente. Ciò che mi interessa è voler cogliere con la pittura quella distanza invisibile che sta tra lo spazio fenomenico del qui presente della superficie e l’oltre imprendibile di una profondità illusoria. Aggiungo che la pittura è come uno specchio in quanto incarna contemporaneamente superficie e profondità. È questo lato invisibile che si fa pittura, che diventa linguaggio e che dà corpo all’imprevedibile e all’invisibile e che può essere detto: concretezza invisibile, con un ossimoro immanenza invisibile

Hai scritto in effetti che nella tua arte: “c’è sempre una sorta di diaframma filtro, una soglia a volte visibile a volte impercettibile attraverso la quale si organizza e si articola una circolarità sia di spazio che di tempo”. 

Se la pittura è come lo specchio e tutto si gioca fra superficie e profondità, è su questa soglia-diaframma che si struttura l’alfabeto pittorico dei segni della superficie e di evocazione illusoria di profondità. Un artista non deve mai spiegare i dipinti, questo spetta al critico, ma farò un’eccezione. In uno stesso quadro cambia lo spazio, ma anche la luce che risponde a tempi diversi. Faccio un esempio: se osserviamo il dipinto Il pittore nell’atelier-autoritratto del 1996-97, olio su tavola 190×140, è chiara questa circolarità di spazio e di tempo: abbiamo due spazialità, una diretta della stanza-atelier cubo prospettico, ed una spazialità riflessa in uno specchio obliquo, in diagonale, che fa ruotare e slittare lo spazio in una sorta di vertigine, e nel contempo abbiamo, nello stesso quadro, due luci, una mattutina diretta e fuori dallo specchio e una pomeridiana nello specchio, riflessa. Tutto il mio lavoro pittorico da quarant’anni a questa parte si spiega all’interno di questa circolarità di spazio e di tempo. Altra opera dove abbiamo una vasta articolazione dello spazio-tempo è Navi da guerra in transito del 2023. È un trittico dove nel pannello di sinistra abbiamo una luce mattutina, in quello di centro una luce pomeridiana e in quello di destra una luce del tramonto. Tutto avviene dall’interno di una stanza, sulla soglia di passaggio che riflette un interno-esterno.

Giuseppe Modica

Nasce a Mazara del Vallo nel 1953 e studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Nel 1986 si è trasferito a Roma, dove attualmente vive e lavora. È stato titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e Direttore del dipartimento arti visive. 

Nel 1990 è invitato alla VI Triennale Internazionale dell’Incisione, Palazzo della Permanente, Milano. Nel 1999 è stato invitato alla XIII Quadriennale di Roma, Palazzo delle Esposizioni. Nel 2001 è alla VIII Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea, Il Cairo. Nel 2007 è invitato alla mostra Arte italiana 1968-2007 a Palazzo Reale a Milano a cura di Vittorio Sgarbi. Nel 2011 è invitato alla 54° Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea di Venezia, Padiglione Italia, Corderie Arsenale. Nel 2023 è nella mostra E la mia patria è dove l’erba trema a cura di Giuseppe Appella alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Hanno scritto di lui, fra gli altri, studiosi come Maurizio Fagiolo dell’Arco, Claudio Strinati, Vittorio Sgarbi, Janus, Guido Giuffrè, Marco Goldin, Giovanni Lista, Sasha Grishin, Gabriele Simongini, Giovanni Faccenda, Francesco Gallo Mazzeo, Marcello Fagiolo, Guglielmo Gigliotti, Franco Fanelli, Giuseppe Appella, Marco Di Capua, Lea Mattarella, Francesca Romana Morelli; letterati e filosofi come Leonardo Sciascia, Antonio Tabucchi, Giorgio Soavi, Massimo Onofri, Rocco Ronchi, Roberto Calasso, Giorgio Agamben, Zhang Xiaoling, Ying Yinfei ed altri. 

Ha esposto in Italia e all’estero in prestigiose retrospettive e rassegne museali; fra le altre si segnalano: 2022 Schema and Trascendence a cura di Chen Jian e Ying Yinfei al Zhejiang Art Museum di Hang Zhou; 2021 Giuseppe Modica Atelier 1990-2021 a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Gabriele Simongini presso la Casa Museo Hendrik Christian Andersen di Roma; 2018 Light of memory a cura di Giorgio Agamben e Zhang Xiaoling, Accademia Nazionale Cinese di Pittura, Pechino; 2017 Phoenix Art Exhibition Musei Civici di Fenghuang, Sud-est Cina; 2016-17 Atelier di Luce e di Memoria a cura di Donatella Cannova Istituto Italiano di Cultura Sidney, Ambasciata Italiana Canberra e Istituto Italiano di Cultura, Melbourne; 2016 collocazione del trittico La Crocefissione di Luce nella Chiesa Madre di Gibellina a cura di Marcello Fagiolo; 2015 La melancolie onirique de Giuseppe Modica Galleria Sifrein di Parigi a cura di Giovanni Lista; 2014 La luce di Roma a cura di Roberto Gramiccia alla Galleria La Nuova Pesa, Roma; 2010 Inseguire la pittura a cura di Laura Gavioli Galleria Civica di Potenza; Roma e la città riflessa a cura di Claudio Strinati, a Palazzo di Venezia, Roma; 2007 La realtà dell’illusione a cura di Guido Giuffrè, Galleria Civica di Marsala; 2005 L’enigma del tempo e l’alchimia della luce a cura di Aldo Gerbino al Loggiato di San Bartolomeo, Palermo; 2004 Piero ed altri enigmi a cura di Giovanni Faccenda Galleria, Civica di Arezzo; “Riflessione” come metafora della pittura a cura di Claudio Strinati, al Vittoriano Roma; 2002 La luce è la luce è la luce, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco, Palazzo del Seminario, Mazara del Vallo; 1998, Un metafisico nella terra dei fenici a cura di Paolo Nifosì, Palazzo Spadaro di Scicli; 1997-98 Modica opere 1989-1997 a cura di Marco Goldin, Treviso, Casa dei Carraresi; 1993 – Retrospettiva Palazzo dei Diamanti di Ferrara con testo di Maurizio Fagiolo e poesia di Cesare Vivaldi; 1990 Le Stanze inquiete alla Tour Fromage di Aosta, a cura di Maurizio Fagiolo dell’Arco.

(segue)