crediti fotografici Federica Luzzi

“Shell, del crepuscolo o dell’alba” | Intervista a Federica Luzzi  

Alba e tramonto, nascita e rinascita, immanenza e realtà, infinito e finito: sono solo alcuni dei concetti che riecheggiano nelle sculture di Federica Luzzi nella personale “Shell, del crepuscolo o dell’alba”.

Soffici e impalpabili trame, sapientemente tessute, e scrigni scultorei da scoprire ed osservare pazientemente animano gli spazi de La Nuova Pesa in cui è visibile Shell, del crepuscolo o dell’alba, personale di Federica Luzzi (Roma, 1970) inserita in “REALIA” (letteralmente “le cose reali”) rassegna di mostre 2020-2022 prodotte dalla galleria romana – che vede il coinvolgimento di Andrea Aquilanti, Gianni Dessì, Alberto Garutti, Federica Luzzi, Roberto Pietrosanti, Giuseppe Salvatori – inaugurata con “Proemi”, la collettiva che ha anticipato il lavoro degli artisti nelle singole e rispettive mostre personali.

Quarta personale dell’artista all’interno della galleria romana, Shell, del crepuscolo o dell’alba si diffonde nelle tre sale principali e nell’ufficio dando luogo ad un’esposizione di ampio respiro evidenziando principali ed inaspettate doti artistiche della Luzzi. Interessata alla tendenza naturale di un’idea di tradursi in atto e a verificare la polisemia, inclusa l’ambivalenza che un’immagine può presentare in contesti diversi lasciando che questa abbia sempre il medesimo titolo (Shell: titolo del ciclo di opere iniziato nel ’99 e volutamente non tradotto perché nella lingua inglese corrisponde più esaurientemente ad innumerevoli immagini associative ad esso legate), l’artista ci invita ad addentraci nel suo mondo artistico.

Tutte le opere qui esposte sono state realizzate dal periodo del lock-down (marzo e maggio 2020) a oggi e si suddividono in sculture realizzate con la tecnica sperimentale dei nodi con corda di cotone e polvere di ematite, una tecnica di tessitura a telaio verticale con filato di lino, sculture in legno di tiglio scolpito a mano, disegni e, infine, fotografie.

Per approfondire il progetto ho avuto il piacere di intervistare l’artista Federica Luzzi.

Maila Buglioni: «Shell, del crepuscolo o dell’alba” è il titolo della tua personale presso La Nuova Pesa di Roma: una mostra inserita all’interno degli spazi de La Nuova Pesa, una galleria storica, in cui hai presentato una mostra ove emergono preponderanti i concetti di delicatezza e compostezza, riflessione e metodologia artistica realizzate attraverso differenti materie e pratiche artistiche che si confrontano dando origine a questa tua attitudine multidisciplinare andando oltre la scultura, espressione artistica da te sempre impiegata. Un progetto molto sfaccettato in quanto composto da opere scultoree, disegni e immagini fotografiche ovvero da lavori in cui hai impiegato sia modalità artistiche già praticate sia nuovi approcci e metodologie…»

Federica Luzzi: «Quando è giunto l’invito di Simona Marchini, appena all’inizio della pandemia, nessuno ancora aveva idea di cosa stesse succedendo né di quello che sarebbe accaduto poi. L’unica certezza era quella di iniziare un grande seme bianco, alare, tessuto a telaio verticale con il filo di lino donatomi dalla Manifattura Tessile Boccia di Terzigno (NA) – San Leucio Silk di Caserta. Nel grande seme bianco già era implicita la sua disposizione nella grande sala de La Nuova Pesa, dove nel 2018 era stata presentata l’opera in rame di Hidetoshi Nagasawa. La mia, desideravo fosse anch’essa un equilibrio estremo di diversi elementi sospesi e in assenza di peso, come è l’alba che nel suo limitare ondeggia. Ho tessuto ore ed ore, giorni, mesi per arrivare fin qui dove albeggia quel chiarore. Ma nello stesso risvolto è già nascosto il crepuscolo cosicché ogni cosa è velata di nostalgia, percepita nel suo attimo nascente e nello stesso tempo nel suo rovescio come quando tesso a telaio una forma (dal basso verso l’alto) per poi girarla ed esporla sottosopra, riversandola.»

M. B.: «Ci racconti come nascono queste opere?»

F. L.: «Nonostante quello che appare, la loro apparenza, tutte le mie opere non sono frutto di una progettazione definita, infatti io prima disegno solo uno schizzo molto piccolo o insignificante ai fini del risultato; schizzo o immagine mentale che cerco di raggiungere e da cui ogni qual volta devio perché la materia durante il processo di realizzazione comincia a parlare d’altro portandomi in un’altra direzione. Devia la materia o devio io per necessità intrinseche. Eppure, c’è una logica in tutto questo, e che mi sorprende sempre, perché nonostante il mio momentaneo disappunto è la deviazione stessa che mi riporta paradossalmente proprio in quel grande bacino d’insieme dove tutto è contenuto e acquisisce un senso: è Shell (guscio, conchiglia, proiettile, schizzo di progetto, nelle sue innumerevoli declinazioni). Perché prima della esecuzione delle opere io già ne ho dato il loro titolo, senza mai cambiarlo, da anni; prima il nome e poi la loro nascita effettiva, forme che si affacciano nelle loro varianti, e che esprimono tutte lo stesso concetto. È come una sorta di verifica che compio costantemente nel tempo, quando il fenomeno si palesa nitidamente e in un dato contesto, nonostante la non intenzionalità.»

Crediti fotografici Matteo Di Stefano

M. B.: «Nelle sale l’osservatore resta ammaliato davanti alle tue sculture appese sul muro o al soffitto: opere che appaiono “eteree”, “leggiadre”, “sospese” e quasi “antigravitazionali” nonostante il peso acquisito durante la lavorazione lenta e meticolosa realizzata attraverso la tecnica sperimentale dei nodi con corde in cotone e polvere di ematite recuperando in parte una pratica tessile molto antica, quella della tessitura su telaio verticale. Come e quando nasce questa tua attenzione verso tale tecnica? Come ne sei venuta a conoscenza? E perché ti senti in sintonia nel praticarla?»

F. L.: «Da sempre attratta dai semi delle piante, alari leggeri o coriacei, dall’osservazione, sedimentata in me della loro forma non solo aerodinamica ma racchiusa in guscio, di dormienza, sono molti anni che uso le tecniche tessili e dell’intaglio del legno. Cercavo un nuovo approccio alla scultura che non fosse quello accademico della pietra, del bronzo. È l’idea del morbido e del flessibile a volte commisto ad elementi duri per accentuarne linee arcuate e di un movimento generativo come di una spina dorsale. Ho scelto il tessile come mezzo principale per la loro esecuzione non solo perché mi consente di ottenere forme sinuose ma soprattutto perché non mi interessava ripercorrere ciò che già era stato ottenuto per via di levare dal pieno. Cercavo una nuova percezione della forma nello spazio anche sensoriale. Un lembo di tessuto ancor teso in fase di lavorazione, una volta liberato dal telaio, prende vita autonoma, organica e si immerge nello spazio con modalità proprie, a noi solo in parte prevedibili. Sono piegature e ammorbidimenti nello spazio per gravità, sono curvature che lo assecondano come devo fare anche io sottraendomi dalla scena perché appunto non si tratta di un mio monologo ma di un dialogo tra me ed una materia da conoscere. Quella materia indagata dall’interno sono sempre io? Sono curvature modellate dallo spazio, che lo contengono, avvolgendolo. Racchiudono un vuoto, rendendo visibile quel processo per cui superficie e struttura coincidono nel medesimo lembo, come nel grande bianco alare tessuto con il filo molto fine di lino, che in controluce mostra le sue linee di costruzione allo stesso modo delle nervature di una foglia, di un petalo di una orchidea caduto a terra, croccante di carta. In altre opere, di annodatura, uno stesso filo che prima ha funzione strutturale e che corre invisibilmente entro dei canali, successivamente cambiando ruolo diviene visibile; di nuovo verso e retro percepiti contemporaneamente. Ma questo è possibile con tecniche che consentono di costruire la materia dagli elementi primari, in linee di incrocio. Io assecondo tutti i loro movimenti potenziali ed espliciti; il resto fa da sé (a volte anche il 50/70 % del lavoro), anche la temperatura del luogo.»

M. B.: «Quanto tempo impieghi per la loro realizzazione?»

F. L.: «I tempi di realizzazione sono molto lunghi, dilatati nel tempo. Nell’accumulare nodi o fili di trama, scandisco il tempo o meglio questo si rapprende in forma; ogni mio gesto è possibile individuarlo nei singoli nodi o nei singoli passaggi di trama, nei canali di ordito che innervano le superfici. Per un pezzo posso impiegare 20 giorni, per altri mesi e mesi di lavoro, un anno. Non ricordo chi ma la sua risposta la faccio mia; ad un intervistatore chiedendo cosa fosse la tessitura è stato detto: “è la mia vita”.»

Crediti fotografici Matteo Di Stefano

M. B.: «Mentre raccontaci il processo che è dietro i tuoi disegni come in “Shell, del crepuscolo o dell’alba” presente in mostra…»

F. L.:«La mia modalità di disegnare è anch’essa una forma di “deviazione”, un’altra di quelle limitazioni che mi impongo come ostacolo che si interponga per provocare, indurre nuovi comportamenti e produrre nuove soluzioni (anche nel tessile quando inserisco nel morbido elementi duri il cui peso provoca delle deformazioni, modificazioni all’interno della regolarità strutturale ed automatica, ripetitiva della tessitura). La deviazione consiste nel disegnare su carta (cotone 100%, da incisione) dapprima con una punta di metallo per inciderla seguendo per quanto è possibile le linee dell’immagine che desidero ottenere; successivamente sui solchi e sui graffi tracciati passo la matita per rivelarla: la grafite non penetrando in essi li lascia vuoti come linee bianche. Come bendata, lascio una grande percentuale di imprevedibilità al risultato, il disegno emerge in quanto poggia su una struttura che inizialmente è difficilmente visibile anche a me stessa e che pure è generativa. A livello concettuale, è sorprendente constatare che la scelta di riprodurre un dettaglio estrapolato da una xilografia di un altro autore (il giapponese Ichiyusai Kuniyoshi nato nel 1797) risulti essere solo uno stimolo iniziale. Tra le pieghe di quel panneggio di donna da me riprodotto, si affaccia una forma vitale ma questo particolare, per me così attraente, non si esaurisce in sé. Ma è la poetessa rappresentata in quella veste, Tan Onodera, la moglie del ronin, il samurai Onodera Junai, che ha dettato ulteriori svolgimenti al mio disegno, nel renderlo non solo tridimensionale ma frammento privilegiato e significativo. Da quella parte separata di lei, isolata di un intero, da quella interruzione di continuità del suo corpo, emerge più chiaramente ma senza intenzionalità anche il concetto di ronin legato quindi al soggetto maschile assente nella scena e che significa “uomo onda”, “uomo alla deriva”, “prigioniero” (termine da cui origina), colui che rimasto senza sovrano vagabonda. Entrambi poeti sono isole agitate dai flutti.

うつつとも思はぬ内に夢さめて妙なる法の華にのるらむ

“prima che me ne accorga

mi risveglio dal sogno

e mi siedo sul fiore del Dharma”.

(Waka di Tan Onodera, dalla traduzione di Naoya Takahara)»

M. B.: «Invece, nelle fotografie “autobiografiche” blu cobalto l’imperfezione bianca dei nei sulla pelle dà origine a scatti poetici rimembrano nella mia mente gli affascinanti dipinti o stampe ottocentesche raffiguranti geishe giapponesi o comunque rappresentazioni orientali (Katsushika Hokusai e i suoi Fujiyama…). Esiste in esse quest’intenzione di creare un rapporto con l’oriente?»

F. L.:«Queste fotografie autoritratto sono un altro esempio di quel processo di deviazione: non sono intenzionali nel loro risultato e non volevano essere rappresentative della mia identità. Quindi anche il rimando all’oriente, se c’è, è perché emerso spontaneamente, ormai incarnato. All’inizio mi serviva una foto di me come modello per un’altra mia opera che non ho mai realizzato, o per lo meno per ora è stata accantonata e forse la riprenderò poi. L’opera mai realizzata è stata accantonata, per dare voce a qualcosa di inaspettato che si è affacciato ed è intervenuto durante la sua preparazione; il nuovo si è presentato e innestato, è la deviazione stessa. Proprio perché doveva essere un semplice modello da mostrare solo a me stessa e non al pubblico, non ne ho curato i dettagli: così mi sono sdraiata sul pavimento che si intravede al di sotto del telo steso sopra e che sembra un velario. Mi sono sdraiata su un fianco, dormiente come un seme racchiuso che attende il momento opportuno per risvegliarsi: il mio corpo si svolge in varie posizioni in senso orizzontale e che costituisce il mio unico orizzonte visivo nel primo periodo della pandemia. In atto di nascondermi alla mia vista, non riconoscendomi in quel corpo nudo, con un semplice clic grazie un programma di grafica ho invertito tutti i chiari e gli scuri della fotografia nel loro opposto cosicché i miei nei sono tramutati in punti di luce e l’incarnato roseo è virato automaticamente nel blu. Mi sono nascosta a tal punto che finalmente mi sono riconosciuta. Così quello che doveva rimanere un modello, deviando, è divenuto un oggetto da esporre perché espressione di quel concetto ossessivo di Shell: il mio corpo è contenitore di spazio siderale, proiezione all’interno di un cielo stellato. Ciò che sono considerate imperfezioni, buchi neri, sono parti di una mappatura a noi visibile grazie l’intervento della tecnologia, in questo caso la fotografia, “scrittura di luce” (come su un lembo di pelle impressionata dai segni distintivi contratti dalla nascita). Il lato oscuro è nascosto nell’altro profilo del mio corpo ancora da mappare. Questi “autoritratti” sono atti di presenza che d’improvviso si dimenticano a seguito del risveglio da un sogno o dal dormiveglia, se non ci si appresta ad annotarli.»

M.B.: «Infine, nell’ultima sala due sculture in legno levigatissimo, affiancate da un piccolo chicco di riso, ci propongono una diversa modalità di osservazione: ci invitando ad osservarle da vicino per poi porci al cospetto di riflessioni, di domande che non danno risposte certe. Qui, l’attenzione verso il camouflage del materiale impiegato si contrappone alla semplicità del piccolo seme posto nell’intersezione dell’opera tagliata e girata su sé stessa di 180°. Inoltre, in esse torna il tema della leggerezza (chicco di riso e candide tinte) in opposizione quasi stridente con la durezza del legno. Domande, concetti e riflessioni emergono…»

F. L.: «Sono sempre stata interessata a rendere le diverse materie utilizzate in modo da non essere riconosciute immediatamente. Lavoro il legno in modo che possa assumere le sembianze della ceramica o del metallo, del tessuto, e viceversa. Un oggetto che sia percepito al limite tra il naturale e l’artificiale. Questo evidentemente l’ho appreso osservando gli elementi di origine vegetale che raccolgo da anni. Quando ho realizzato le due sculture lignee in tiglio volevo semplicemente presentare due gusci costituiti appunto ognuno da due parti imperniate al centro e connesse, dalle onde combacianti. Ma il risultato non mi soddisfaceva, così, facendo uso della loro meccanica di movimento e ruotando le due parti di ciascun’opera tagliata, ne ho distorto la loro postura per amplificare il movimento stesso che è potenziale ed insito nell’oggetto ma che ora è bloccato alla parete, come di un corpo il cui torso è rivolto da un lato e le gambe dall’altro. Di nuovo verso e recto visti simultaneamente. Nella sala degli elementi antigravitazionali, miei e precedentemente di Nagasawa, ho ricordato “Rotor” al Luneur Park di Roma quando da adolescenti andavamo distorcendoci mentre quel cilindro roteante ci rendeva con i piedi sospesi nel vuoto. Nei legni questa distorsione (termine che uso per alludere al possibile danno strutturale di un corpo e contemporaneamente a quella sua capacità fluida, armonica ma di un agile danzatore che può compiere movimenti di torsione estremi) ha consentito non solo di creare quell’ombra di albeggiamento laddove c’è quell’intersezione e le onde non sono più combacianti, ma ha creato una soglia. All’inizio su questa soglia pensavo di inserirci un elemento estraneo che potesse in qualche modo impedire alle due parti imperniate un movimento di ritorno allo stato originario; un corpo estraneo come un chicco di riso, pensavo, seppur delicato, può provocare un minimo ma fastidioso attrito all’ingranaggio. Poi invece quel foro dove inserire il piccolo chicco non è stato affondato ma è rimasto un leggero alloggiamento per suscitare con un sol soffio una presenza, fertile. Quante volte, sorpresi, io e il segretario della galleria ci siamo messi comicamente a cercare l’invisibile chicco di riso caduto dalla scultura chissà come sulla pavimentazione variegata. Ho scoperto poi, quando le due opere lignee erano già state terminate che nel titolo del libro autobiografico di Simona Marchini, appena uscito, lei si definisce come “corpo estraneo”. Per divenire sé stessi c’è bisogno di essere prima di tutto estranei a sé stessi, immaginandosi nel sogno.»

M.B.: «Cosa ti aspetti rimanga al visitatore della tua mostra?»

F. L.: «Uno stimolo all’attenzione, all’osservazione di ciò che è molto piccolo come un chicco di riso o un bocciolo di un fiore al bordo di un marciapiede, un achenio che inaspettatamente entra in casa dalla finestra e che il mio gatto fissamente guardava ed io con lui. O la struttura interna che costituisce i lembi tessili sospesi in controluce come foglie innervate, o la filigrana di un petalo di orchidea, i solchi lasciati dal ferro che scolpisce il legno o quelli lasciati su un foglio di carta e che creano le linee reali di disegno. È un invito a scorgere in quello che solitamente lasciamo che sia nascosto e che invece considero generativo della forma visibile.»

M.B.: «Progetti futuri? Puoi anticiparci qualcosa?»

F. L.: «Sto lavorando ad un progetto con altri artisti che stimo molto e che parte da un dettaglio che può lasciare indifferenti e non accorgersene perché magari considerato un difetto ma che invece può essere da stimolo, un innesco di associazioni come un pavimento “cinguettante”…»

Shell, del crepuscolo o dell’alba”di Federica Luzzi

fino al 07 marzo 2022

La Nuova Pesa

Via del Corso, 530 – 00186 – Roma RM

Orario: dal lunedì al venerdì h10:00-13:30 – 16:00-19:30

Tel: +39 06 8610892

email: nuovapesa@farm.it / nuova.pesa@gmail.com

website: http://www.nuovapesa.it/

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu