La Sistematica è un “Ramo delle scienze biologiche che si occupa dello studio e dell’identificazione delle relazioni tra esseri viventi e fossili e rappresenta tali relazioni in sistemi gerarchici che, a loro volta, ne costituiscono la classificazione” (Enciclopedia Treccani). Questa rubrica di Andrea Guastella non riguarda tuttavia gli eucarioti, ma il Mondo dell’arte descritto come sistema (Lawrence Alloway, “Artforum”, 1972), e non ha alcuna pretesa di elaborare tassonomie. Si propone, questo sì, di indagare le relazioni sistemiche – “Qual è il significato e la funzione culturale, sociale ed economica dell’arte figurativa nella situazione attuale? Qual è il rapporto esistente fra valore estetico e valore economico in una società in cui anche la produzione artistica tende ad essere connotata e condizionata ormai in forma sempre crescente dal mercato e dalla moda? In che misura l’attuale interazione organica fra la rete internazionale delle gallerie e quella dei musei, che caratterizza il mondo dell’arte contemporanea al suo livello più alto, incide sulle modalità creative degli artisti e su quelle della fruizione da parte del pubblico?” (Francesco Poli, Il sistema dell’arte contemporanea, Laterza, 2009), e si dovrebbe continuare – attraverso la viva voce dei soggetti interessati: critici, collezionisti, galleristi, curatori. Persino gli artisti, se si comportano bene, hanno diritto di parola.

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Scultura lingua viva: Elena Mutinelli

Decenni fa Arturo Martini scriveva un pamphlet, Scultura lingua morta, in cui, con furia matricida, tracciava i limiti di un’arte “che non potrà mai essere spontanea tra gli uomini”. “Niente”, concludeva, “giustifica la sopravvivenza della scultura nel mondo moderno. Però si ricorrerà a lei ugualmente nelle circostanze solenni e per gli usi commemorativi…”. E dunque, tra un Davidcensurato e una Spigolatrice callipigia, la scultura è viva o morta? Lo abbiamo chiesto a una grande scultrice italiana, Elena Mutinelli, in una lunga intervista in cui parliamo di tanti lavori contemporanei. Prossima puntata, la settimana entrante.

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Chiese chiuse: Tomaso Montanari

Cariche di testimonianze d’arte, le antiche chiese sono come dei portali: indipendentemente dal credo di chi le frequenta, aprono varchi ad altri spazi, altri tempi, diverse dimensioni. Purtroppo noi italiani, così pronti a vantarci del nostro patrimonio, non ci pensiamo due volte a condannarlo a morte certa. Ne abbiamo discusso, in margine al suo ultimo libro Chiese chiuse (Einaudi, 2021, Euro 12.00) con Tomaso Montanari. Che non esita a pronunciarsi, con la solita franchezza, sui lavori d’arte sacra più recenti.

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L’arte felice: Flavio Caroli

Nel suo ultimo libro (I sette pilastri dell’arte di oggi. Da Pollock alle bufere del nuovo millennio, 2021, Mondadori, euro 28.00) Flavio Caroli, storico dell’arte, critico militante e divulgatore tra i più noti racconta con la chiarezza dell’esperienza e della lunga riflessione le sette rivoluzioni che hanno segnato l’arte dal dopoguerra ai nostri giorni. Rivoluzioni che, nella sua lettura, non sono affatto moti incontrollati, ma passaggi necessari, vincolati da una logica stringente, e hanno la loro sorgente – checché lui stesso ne dica, il terminus a quo è indicativo di una scelta ben precisa – nell’avventura eroica, totalizzante della pittura. “Capisci l’evoluzione mentale, sentimentale, espressiva di Pollock e avrai già capito tre quarti dei meccanismi creativi dell’arte d’oggi”, dichiara sin dalla prima pagina, rivolgendosi a una “esploratrice” immaginaria. Potevamo aspettarci una posizione diversa dall’inventore del “Magico primario”?

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Raccontare in parabole: Vincenzo Profeta

Vincenzo Profeta, di Laboratorio Saccardi, ha scritto un libro, La Palermo Male che, sin dal titolo, ironizza sul bel mondo (quella che dovrebbe essere la Palermo Bene). Ne abbiamo parlato in una lunga intervista da cui emerge chiaramente come parlando di Sicilia l’autore parli invece “profeticamente” del sistema dell’arte contemporanea.

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Il medico degli artisti: Roberto Gramiccia

Parlare di stato dell’arte col medico degli artisti è un po’ come discutere di una cartella clinica: l’elemento patologico è sempre al primo posto. Mai, però, col sensazionalismo del virologo di turno. Roberto Gramiccia è anche un collezionista, e un critico avveduto: i suoi commenti non si sottraggono a una verifica stringente. Con un’unica (dogmatica?) certezza, enunciata anni addietro nel suo Arte e potere (2014) e ribadita sin dal titolo dell’ultimo Se tutto è arte… (Mimesis, 2019, euro 12.00): “O riteniamo che tutto è arte, e allora l’arte come tale non esiste perché è indistinguibile dal tutto. O riteniamo che non tutto lo sia: e allora bisogna capire che cosa può essere considerato arte. Tertium non datur”.

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La casa dell’arte: Gino Battista

Gino Battista, titolare di Bristol Caffè, azienda ben nota ai puristi della tonica bevanda, è un grande amante dell’arte, che colleziona in una casa museo progettata dall’architetto Riccardo Dalisi. La sua raccolta è un passaggio imprescindibile per chi intenda approfondire la conoscenza di Pino Pascali, di cui annovera circa cinquanta opere, e delle principali tendenze del contemporaneo, dall’architettura al figurativo al design. Abbiamo discusso con lui, dopo quest’anno orribile di chiusure e restrizioni, del presente e del futuro dell’arte. Non prima, però, di aver parlato della sua ricca collezione.

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Intelligente come un pittore: Walter Bortolossi

Gli artisti da frequentare sono quelli che, andando oltre il presente, sanno vedere il futuro. Ci riescono perché sono proprio le loro intuizioni a renderlo attuale. E poco importa che, come di solito accade, in un primo momento quasi nessuno se ne accorga. Così, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, mentre i più sembrano “spinti da una necessità quasi fisica di trattare le questioni razziali, la sessualità e il multiculturalismo, ma soprattutto la globalizzazione” e “gli artisti più rappresentativi dell’epoca abbandonano progressivamente il lavoro incentrato su un unico medium per iniziare a dialogare trasversalmente su più discipline, tecniche e strumenti” (Edoardo Di Mauro), Walter Bortolossi, pur non trascurando le nuove frontiere dell’informatica, specie per quanto concerne la distorsione delle immagini, si concentra da subito su questioni radicali: “l’eclisse delle ideologie, il termine di un secolo improntato al progetto politico e la sua sostituzione con l’amministrazione tecnica dell’esistente, la centralità dell’apparato tecnico scientifico oltre che di quello economico”. Il risultato è una pittura colta, densa di sensi secondi, sebbene rivestita di forme popolari, che avrebbe incuriosito persino Duchamp. Studio come un pittore? L’esatto contrario.

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Abbasso il Corpus Christie’s: Pablo Echaurren

Se c’è un’accusa che è davvero impossibile rivolgere a Pablo Echaurren è di mandarle a dire. Il suo ultimo libro, Adotta un artista e convincilo a smettere per il suo bene (Kellermann, 112 pagine, euro 13), con una postfazione altrettanto esplosiva di Gianfranco Sanguinetti, ultimo situazionista e sodale di Guy Debord, è un’invettiva contro la mercificazione dell’arte che unisce alla trattazione sistemica un talento per lo slogan da memorizzare e ripetere in cor(te)o che si affaccia sin dal titolo: nella seconda metà degli anni ’90 Echaurren aveva fondato insieme al cyber-artista Giuseppe Tubi il partito del tubo. Uno degli slogan era appunto “adotta un politico e convincilo a smettere”. E se facessimo lo stesso coi critici-curatori per tutte le stagioni?

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Il giardino dell’arte: Claudio Strinati

Ho letto con piacere e gusto insoliti Il giardino dell’arte di Claudio Strinati (Salani, 2020): un viaggio di formazione alla scoperta delle bellezze d’Italia dove la realtà e la finzione, l’interpretazione e la suggestione si intrecciano mirabilmente, tracciando una mappa dell’arte nel nostro paese precisa e al tempo stesso aperta, sempre sul punto di venire aggiornata da uno spunto originale. Un libro che – e questo è forse il suo aspetto più intrigante – pur privilegiando la conoscenza dell’arte del passato, non rifugge dal confronto sul presente, senza passare sotto silenzio i condizionamenti che determinano la creazione artistica: gli stessi riguardo a cui il sistema, più che felice di discutere di questioni generali, non tollera il minimo rilievo. Perciò ho rivolto a Strinati alcune domande. Le sue succinte risposte rivelano, a chi sappia intendere, ben più di trattazioni articolate. Per il resto si rimanda volentieri alla lettura del Giardino.

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Il mediatore artistico: Ghislain Mayaud

Qualcuno mi ha detto un giorno che i condomìni sono un’invenzione del diavolo. Non sbagliava. Ne ho avuto la prova quest’estate, non tanto per i rumori molesti degli altri – sotto il mio palazzo c’è una discoteca sotto le mentite spoglie di una pizzeria – fortunatamente silenziati dalle misure emergenziali, quanto a causa dei miei. Pare infatti che i movimenti delle sedie della mia sala da pranzo arrecassero disturbo a un vicino sottostante, salito in processione alla soglia di casa in più di un’occasione a protestare. Peccato che, nella maggior parte dei casi, io fossi nell’appartamento accanto, da mia madre, rendendo i suoi lamenti proverbiali. I miei figli, che coi soprannomi non scherzano, lo hanno ribattezzato Feltrinelli: non come il famoso editore, ma come le spugnette antirumore da applicare alle sedute da lui tanto lodate. Che, a pensarci bene, non valgono i tappi per le orecchie, tipo quelli che si usano in piscina. Scherzi a parte, posto che i dialoghi tra le arti oggi somigliano a quelli tra me e il mio vicino, ho pensato di discuterne con l’amico Ghislain Mayaud: critico, poeta, curatore, docente di Accademia. Non vorrei essere nei panni dell’amministratore del condominio, ma se c’è qualcuno che per cultura, educazione, larghezza di vedute possa tentare una mediazione, questo è lui.

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Arte e “discriminazione”: Massimiliano Alioto

Ahimè, non sono Jackson Galaxy, musicista di notte, comportamentista per gatti di giorno. Non so come aiutare i padroncini dei cuccioli artigliati e zannuti ad educare i loro “cari” a non sporcare il canapè. Jackson Galaxy – mio figlio è un suo fan sfegatato – lui sì che ci sa fare: prendi una lettiera più grande, compra la cuccia riscaldata, sposta in soggiorno il tiragraffi. Rimedi efficacissimi. Almeno se paragonati alla tecnica crudele di mio nonno: ogni qual volta il mangiatopi non rigava dritto, lo afferrava per la collottola e sfregava delicatamente il suo musetto sulle margheritine. Roba da telefono azzurro! Se il vostro bimbo al nido subisse lo stesso trattamento, come reagireste? Pedagogia, ci vuole. Noi umani – presumo anche i felini – abbisogniamo di un continuo training emotivo. Qualora qualcuno ci metta alla porta, come minimo proviamo a scassinarla. Qualcosa del genere è accaduto di recente con l’introduzione del green pass: misura di salute pubblica a mio modo di vedere utile – sono plurivaccinato da prima dell’estate – ma la cui imposizione ha determinato l’insorgere di polemiche feroci, con tanto di dimissioni di direttori di museo e di mostre cancellate. Ne ho quindi discusso con Massimiliano Alioto, uno dei primi artisti a inscenare una protesta netta – l’annullamento di una personale – che gli ha guadagnato, oltre a una benevola menzione di Camillo Langone tra i suoi eccellenti pittori, ostracismi e risposte feroci. Il solito artista a caccia, come ha suggerito in un post al vetriolo Luca Beatrice, dei proverbiali quindici minuti di celebrità? Lungi da me schierarmi. Certo è che, prescindendo dalle difficoltà che le restrizioni impongono, specie con riferimento ai turisti stranieri, a una realtà travagliata come quella dei musei, l’“io non posso entrare” di fronte a uno spazio comune, sia esso chiesa, biblioteca o ambiente espositivo, è un concetto decisamente problematico, su cui vale la pena ragionare.

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Il direttore delle cose normali: Luigi Biondo

In Sicilia i direttori dei musei regionali non vengono scelti attraverso bandi pubblici, ma tra gli alti funzionari dell’amministrazione. Questa politica, in una realtà complessa come quella siciliana e, soprattutto, ai sensi dell’attuale quadro legislativo, è la sola praticabile. E non è neanche detto sia sbagliata: somma infatti, al curriculum scientifico, comunque indispensabile, competenze amministrative conclamate.

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Il laboratorio dell’arte: Luca Rossi

Chi si occupa di arte lo conosce da anni. Le sue dirette, i suoi interventi scritti, i giudizi trancianti sugli artisti, con tanto di nome e cognome, sono diventati un’abitudine, cui sarebbe doloroso rinunciare. Sto parlando, ovviamente, di Luca Rossi, l’artista uomo comune che, celando come Banksy la propria identità, si è eletto coscienza critica dell’arte contemporanea. Il dialogo che segue, senza soffermarsi più di tanto sul segreto del suo nome, in cui anzi rinvengo un’efficace metafora della coscienza collettiva e della rete globale, sintetizza i punti salienti del Luca Rossi pensiero. Con tanto di pronostico sulla prossima Biennale.

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Sistematica va in pausa

Carissimi lettori e altrettanto care lettrici, la rubrica Sistematica è momentaneamente in pausa estiva. Riprenderà a indagare i nessi sistemici con la cadenza consueta a partire dal mese di settembre….

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Sul lavoro interiore: Gabriele Sassone

Chiunque abbia letto o visto Henry Potter e la pietra filosofale – m’inorgoglisco per i miei riferimenti raffinati – sa benissimo che gli unicorni non si toccano: il sangue di questi animali, quintessenza del bene, dona infatti lunga vita, ma condanna a un’esistenza disgraziata. Nel romanzo di Gabriele Sassone Uccidi l’unicorno, la creatura appare al protagonista in piena notte, mentre si trova a scrivere l’intervento per un convegno in programma la mattina successiva. Un ospite importante ha perso il volo e lui è il rimpiazzo designato. Così, in uno stato di allucinazione causato dalla veglia, il delitto si consuma. Questo significa uccidere l’unicorno: rinunciare, in nome di un ingresso (dalla porta di servizio) nel mondo dell’arte, al meglio della vita. A quali condizioni? Lo abbiamo chiesto, tanto per cambiare, all’autore, che insegna Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano e collabora con Il Foglio, Mousse Magazine, Camera Austria e Flash Art. Uccidi l’unicorno. Epoca del lavoro culturale interiore (Il Saggiatore, 2020, Euro 19.00) è il suo primo romanzo.