Artissima

Eliano Serafini

Eliano Serafini intervistato da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la
tua crescita.

Un giorno, una persona con cui tutt’ora conservo un caro legame, mi disse che la ricerca artistica che portiamo avanti oggi non è che frutto degli interessi che abbiamo sviluppato nei primi anni di vita. Penso allora che alla mia crescita sian stati fondamentali quei momenti passati a giocare con la lente d’ingrandimento, attraverso la quale formiche e altri piccoli esseri
viventi apparivano tanto diversi, o quelli passati a costruire enormi ragnatele di filo e bottoni, che invadevano la stanza. Più semplicemente, potrei considerare maestro la persona con cui discussi quel giorno.

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/mostra peggiore? E perché?

Vorrei fosse sempre l’ultima la mostra migliore, e l’ultima, inaugurata solo qualche giorno prima dell’incombere della quarantena, nella sede peretana della galleria Monitor, ospita un lavoro che ben si addice a questo momento. Una struttura-letto che si scompone per farsi altro; le due
sponde laterali diventano le due metà di una I che tende invano ad una verticalità tra le spoglie pareti di un locale sotterraneo adibito un tempo a prigione. Ci sarebbe molto da dire, tuttavia penso che un buon lavoro non necessiti di troppe parole, debba prestarsi a più visioni, lasciando chi guarda farlo un po’ suo. Tra i miei lavori peggiori ci sono sicuramente i primissimi dipinti “accademici”. Ne ricordo uno sacrilego, in cui il ritratto di Jimi Hendrix soppianta la figura di un santo nel canonico atto di
benedire. Chitarra in mano, areola e fondo oro. Siamo nel trash assoluto.

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca artistica? Se sì, in che modo?

Presumo che le risposte alle ultime due domande siano molto vicine, forse sovrapponibili. La differenza sostanziale sta nella mia posizione: a questa domanda risponderei da un’isola deserta, all’altra dall’isolamento casalingo. Circondato dal mare o chiuso da pareti. Immagino allora l’isola non troppo grande, magari di metratura pari all’appartamento da cui scrivo, in modo che non possa contenere troppi stimoli: in una grande isola, seppur deserta, ci vorrebbe comunque del tempo prima di trovarsi davvero soli con se stessi. Un rettangolo di sabbia che galleggia sul mare. Per arrivare al punto, credo che nessun luogo riuscirebbe a negarmi la
possibilità di perseguire la ricerca artistica, per quanto avrei bisogno di una definizione più precisa della parola ricerca. Nel senso letterale del termine, direi che è inevitabile pensare determinate cose, ragionare su determinati concetti, cercare determinate forme, avvicinare determinati elementi, che l’apparente aridità di stimoli trascinati a riva della propria isola dalla
marea sembrerebbe non agevolare. La deriva, l’infinito e l’orizzonte piatto che mi circonda potrebbero addirittura favorire una ricerca, una creazione tanto intima, se non portar prima alla pazzia pura. Sospetto che il vero nocciolo della questione sia però un altro, ovvero se in un’isola deserta,
dove è impossibile il confronto con l’altro, produrrei un’opera. Credo di no, niente che sia tanto distante da una zattera.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di te?

Anche l’isolamento che ci siamo giustamente imposti in questo periodo pandemico mi fa sentire come se ci trovassimo su un’isola deserta, o meglio in un arcipelago fatto di tante piccole isolette di un mondo in cui nessuno ha ancora imparato a nuotare. A conferma della precedente naufraga visione, mi ritiro in una estraniante dimensione infeconda, fatta di sola
ricerca, tanta lettura e sacri silenzi. Tengo d’occhio soprattutto il tempo, che si muove lasciandoci indietro e non ci include nella sua primavera. Succhiamo come larve radici nella terra, i pensieri restano nebulosi, non disegnano che vaghe forme.