Segnacoli, installazione ambientale, Isola di Mozia (ora Isola di San Pantaleo) , Marsala, 2019. Photo credit Giorgio Sacher

Alberto Timossi: Segnacoli – L’intervista

Inaugurata il 24 agosto di quest’anno presso il Kothon dell’Isola di Mozia (ora Isola di San Pantaleo) l’installazione Segnacoli di Alberto Timossi propone una riflessione su un’ambiente rimasto nei secoli unico nel suo genere in quanto incontaminato e colmo di antichi misteri.

A cura di Lorenzo Nigro e Giuseppe Capparelli, l’evento, realizzato grazie alla collaborazione con la Fondazione Whitaker (Palermo), con Sapienza Università di Roma – Missione archeologica a Mozia, Soprintendenza Regionale BBCCAA di Trapani, si avvale del patrocinio del Comune di Marsala, dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Trapani e della Fondazione Orestiadi.

L’artista romano, storicamente impegnato nella realizzazione di interventi di arte ambientale in luoghi caratterizzati dal forte impatto visivo e oggetto di singolari mutamenti climatici, ha qui installato l’opera temporanea site specific Segnacoli col fine di instaurare un dialogo con questo luogo carico di una forte valenza storica e religiosa evidenziandone le peculiarità legate a riti e costumi dell’antichità di civiltà ormai scomparse come i Fenici ed i Greci. In tale luogo, oggi completamente abbandonato e divenuto metà turistica di amatori d’archeologia, Timossi ha immesso sedici piccole sculture in PVC di colore rosso fuoco e dalla singolare conformazione.

Per poter capire in cosa consiste tale progetto ho intervistato l’ideatore di Segnacoli Alberto Timossi.

Maila Buglioni: «Ciao Alberto, come ogni estate anche quest’anno hai deciso di inaugurare un’installazione ambientale che, nonostante i precedenti progetti, non nasce per sottolineare l’urgenza climatica in corso. Dopo Illusione (Cave Michelangelo, Carrara, 2015, a cura di Takeawaygallery), Fata Morgana/dentro l’Antropocene (Lago del Rock Glacier del Col d’Olen, Gressoney La Trinité, 2017), Spilli (Lago ex Snia, Roma, 2018), Fata Morgana/la fonte sospesa (Fontana della Minerva, Sapienza Università di Roma, 2018) ed In memoria, Pietre nere per il Lago Sofia (Ghiacciaio del Calderone, Gran Sasso d’Italia, 2018) hai ora rivolto il tuo sguardo alla Sicilia. Quali sono state le ragioni che ti hanno spinto fin qui? Che cosa ha d’interessante questa piccola porzione di terra?»

Alberto Timossi: «Questa piccola isola del Mediterraneo, all’estremità occidentale della Sicilia, ha molto di veramente interessante. La sua posizione geografica, in primo luogo, ne ha decretato l’importanza per i mercanti fenici che intorno all’ottavo secolo a. C. l’hanno colonizzata per farne un importante centro di commerci; poi le sue sorgenti che consentivano alle navi di fare rifornimento di acqua dolce. Poco alla volta l’Isola di Mozia è diventata una colonia fenicia, completamente abitata, con una vasta area sacra individuata da pochi anni dalla Missione archeologica dell’Università la Sapienza di Roma, diretta dal Prof. Lorenzo Nigro, che dirige gli scavi dal 2002. Al centro di quest’area sacra sorgeva e sorge ancora oggi un vasto bacino rettangolare, con lati di circa 50 metri per 30, denominato ‘Kothon’, che raccoglieva le acque sorgive, ed era un luogo sacro dove si effettuavano cerimonie e dove era possibile, di notte, vedere specchiata la volta celeste. Direi che questa volta il mio interesse non si è rivolto verso i temi importanti e urgenti del cambiamento climatico e della siccità, come in modo puntale hai suggerito, ma piuttosto all’ambiente, unico nel suo genere, che senza mutare di molto attraversa i secoli e le culture arrivando a noi ancora carico di misteri da decifrare. Fondamentale per questa esperienza è la relazione fra Archeologia e Arte contemporanea, due discipline che si avvicinano e si compenetrano perché entrambe scrutano nella realtà, osservano i dati e li interpretano, sondano nell’animo umano e cercano quel filo misterioso che il più delle volte si rende invisibile.»

M.B.: «In che cosa ha consistito questo nuovo progetto ambientale site-specific?»

A.T.: «Ho cercato di leggere il luogo attraverso le informazioni che ho raccolto, di leggerlo sotto l’aspetto più propriamente storico e archeologico, senza tralasciare la forte componente naturalistica così presente sull’area sacra del ‘Kothon’. Il mio intervento ha preso il nome dai tanti ritrovamenti che gli archeologi hanno effettuato nell’area, intorno al ‘Témenos’ circolare: tanti oggetti di culto, sassi di fiume trasportati dalla terraferma, che risultano ancora poco comprensibili, e che vengono indicati col nome “Segnacoli”. I miei Segnacoli sono 26, tanti quanti i secoli che ci separano dalla fondazione del ‘Kothon’, sono posizionati nell’acqua a segnare il percorso delle tre sorgenti che alimentano il ‘Kothon’ e allo stesso tempo individuano la posizione della principale costellazione che i Fenici osservavano riflessa, Orione con la sua cintura formata da tre stelle allineate in diagonale. I Segnacoli sono sculture rosse (come la porpora, così tanto lavorata dai Fenici) realizzate in PVC, il mio materiale d’elezione, e ondeggiano al vento di mare che soffia incessantemente su Mozia. La forma fluida, morbida e indecifrabile dei 26 elementi conserva un mistero da svelare, così come lo conservano i tanti “Segnacoli” ritrovati intorno al Kothon.»

M.B.: «L’intervento artistico Segnacoli è, dunque, intriso di tutte le suggestioni, presenze e memorie del luogo non solo per il peregrinare di popoli antichi ma anche per l’esistenza di piccoli “segnacoli” simbolo del desiderio di ricerca e conoscenza che ha da sempre caratterizzato l’essere umano. Questo sito è divenuto nel corso dei secoli, per via dell’incontro tra acqua dolce e salata, metafora di contaminazione tra popoli e culture differenti tra loro nonché, per via dell’acqua sorgiva qui presente, sinonimo di oscuri segreti a lungo tramandati e divenuti leggendari. Quindi anche Segnacoli, immettendosi a diretto contatto con questo territorio, dovrebbe contenere in sé questi elementi celati…non credi?».

A.T.: «Si, la mia azione è stata il tentativo di agire in armonia con il luogo, animata da un grande sentimento di rispetto per la Storia del ‘Kothon’. Ventisei secoli trascorsi attraverso le vicende dell’uomo, le vicende dei levantini, dei Greci, dei Romani, degli Arabi, dei Cristiani. Anni in cui si è perso il ricordo delle origini del luogo, in cui si è creduto il ‘Kothon’ essere un porto, anni più recenti nei quali il ‘Kothon’ è stato trasformato in salina. I mei Segnacoli vorrebbero raccontare questa storia “trasversale”, vorrebbero ricordare che noi oggi non siamo un punto di arrivo, ma solo un momento presente di un percorso iniziato nel passato che continuerà nel futuro. È molto vero quello che dici, le sorgenti che incontrano l’acqua salmastra sono metafora dell’incontro fra civiltà: intervenire qui ha rappresentato per me dichiarare che quest’incontro dovuto ai viaggi, ai commerci, ha sancito in tempi remoti il legame fra uomini e ambiente che ancora oggi sussiste e le ricerche degli archeologi ampiamente dimostrano. La collaborazione con loro, studenti e ricercatori della Sapienza, la disponibilità a rispondere ai miei quesiti, la mia curiosità nell’accostarmi al loro modo di operare per comprendere le dinamiche della ricerca, sono stati fattori di grande suggestione e arricchimento.»

M.B.: «Anche quest’anno hai scelto di porre la tua attenzione nuovamente verso l’acqua e le urgenze ad essa collegate. Cosa rappresenta per te questo elemento liquido dal punto di vista artistico?»

A.T.: «L’acqua rappresenta per me l’occasione di pensare ad una trasformazione della forma, ad un cambiamento di prospettiva. Finché non ho incontrato l’acqua dei canali o dei fiumi, o dei laghi sui quali ho progettato i miei interventi, non avevo la forza di interrompere la forma pulita e rigida dei tubi e delle strutture scultoree che fino a quel momento chiamavo “Innesti”, perché trovavano ragion d’essere nel dialogo costruttivo con gli edifici, con le piazze e con le architetture. Immaginavo di voler trasformare la forma, mettere in discussione le certezze, accogliere la morbidezza e l’imprevisto del cambiamento, e solo l’incontro con la fluidità sempre in movimento dell’acqua me lo ha consentito; da quel momento le mi sculture hanno iniziato a chiamarsi “Flussi”. Se per “Fata Morgana” l’acqua generata dal ghiacciaio in sofferenza alimentava il lago glaciale, e la mia scultura non era che il miraggio di una trasformazione della natura in atto, in “Segnacoli” l’acqua è la silenziosa spettatrice del tempo e degli uomini che passano, nella quale si specchiano i significati insondabili delle forme.»

M.B.: «Fino a quando Segnacoli resterà a Mozia?»

A.T.: «Segnacoli è stata presente fino alla metà di settembre circa. È durata tre settimane in tutto. Come sempre, in questi lavori, il montaggio richiede molto tempo, ed è il momento creativo determinante che segue il processo di realizzazione della scultura in studio. L’allestimento di un intervento ambientale coincide sempre con il delicato esercizio di verifica delle tue intuizioni e dei tuoi calcoli, e anche il momento nel quale consegni la tua opera all’ambiente e alla natura, al tempo, al clima. Cessi di governare in tutto e per tutto la tua opera, che inizia un’inevitabile percorso di osmosi con l’ambiente che la accoglie.»

M.B.: «In ultimo, mi preme domandarti se hai già dei progetti in serbo e se stai già pensando all’intervento ambientale che proporrai la prossima estate?»

A.T.: «Più che un intervento già in serbo, ho in mente i temi che mi preme continuare a trattare. L’ambiente che cambia, attraversando il fenomeno dell’Antropocene, e che si appresta a stupire per la sua capacità di trasformarsi. Più che esprimere una critica, cosa che ritengo comunque necessaria, per l’operato della società industrializzata e globalizzata, che avrebbe ampiamente i mezzi per preservare e tutelare, ma adotta la più facile via dello sfruttamento per il profitto, desidero soffermarmi sugli effetti della mutazione. Convinto come sono che la Natura sia abituata a trasformarsi da quando esiste, immagino agli scenari del futuro, che si avvicinano di corsa, come palcoscenici di nuove soluzioni di sopravvivenza.»

“Segnacoli” di Alberto Timossi

a cura di Lorenzo Nigro e Giuseppe Capparelli

agosto – settembre 2019

Isola di Mozia (ora Isola di San Pantaleo) – Marsala (TP)

info: https://albertotimossi.com

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu