Silvio Giordano

Silvio Giordano: ‘Ridisegnare la realtà’

È piuttosto complicato descrivere in poche righe chi è o cosa realizzi Silvio Giordano; la sua ricerca, profondamente eclettica, risulta impossibile da inserire in una griglia ontologica, grammaticale od estetica. Egli, tuttavia, nel percorso che ha segnato molte tappe della sua carriera è giunto ad una conclusione sorprendente e alquanto inusuale: “In arte tutto invece si ridisegna. Io sono solo la conseguenza di quanto è già stato detto da altri artisti. Trovo solo un modo diverso di metterlo in scena. Ridisegnarlo.” Afferma in maniera candida, onesta e serena Silvio Giordano. Una riflessione che continua, inerpicandosi, stavolta, in un punto decisamente più tortuoso tale da permettergli di asserire che “questo continuo fecondare il cervello di informazioni porta ad una metastasi delle idee. Fortuna ho smesso di tormentarmi con la ricerca della novità e di trovare  ulteriori “crogioli di significazioni” .

Aperto questo incredibile varco filosofico, il lettore si chiederà ancora, probabilmente, “in quale punto della scacchiera artistica collocheremo Silvio Giordano?” Non so giocare a scacchi, cari lettori, pertanto, servendomi solo delle parole e dell’immaginazione che da esse deriva, proveremo a porre la figura ed il lavoro di Silvio Giordano su una mappa, una cartografia. Lucano di nascita, si è spinto alla scoperta di luoghi e realtà altere, differenti, grazie a linguaggi molteplici, una ricerca sperimentale eclettica, sempre in fieri che, attraverso molti media: fotografia, performance, installazioni, collage, videoarte e regia. Una indagine che ha tratto dai luoghi e dalla loro ridefinizione attraverso altri vocabolari, una immagine ed una mappa sempre mutevole, in grado di perimetrare il mondo come locus amoenus di creazione. Tuttavia, se il resto del mondo è lì, ad un passo dalla conoscenza, Silvio Giordano, sceglie di tornare alle proprie radici, divenendo il Co-Direttore Artistico & Creative Director del Matera Film Festival, giovanissima kermesse, distintasi sin da subito per la propria visione e che, in un certo qual modo, è parte integrante della ricerca dello stesso Giordano e che porta al centro della città una tradizione storicamente legata alla cinematografia internazionale.

Ho conosciuto Silvio Giordano, tuttavia, in un altro punto di tale cartografia, ovvero a Napoli, in occasione della Call del progetto IAR International Artists Residency, in cui ho l’onore d’esser parte del board assieme ad illustri colleghi ed esperti. In quella occasione, l’opera di videoarte del Giordano ha vinto e, in attesa della mostra che avrebbe già dovuto seguire il Premio, ho scelto di fare una chiacchierata con lui in questi giorni, mentre, peraltro, Egli è ben presente su molte testate grazie ad un avvenimento che riguarda proprio il MFF: la presenza di David Cronenberg a Matera, come ospite del Festival 2021.

Silvio, ‘Portrait of a Land’ è stata l’opera vincitrice della prima Call del progetto IAR incentrato sulle tematiche legate alle “dinamiche contemporanee di trasformazione urbana”. In che modo, dunque, è avvenuta la genesi dell’opera?

“Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali, occorre possedere un villaggio vivente della memoria a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo…” Su questa frase dell’antropologo Ernesto De Martino ho costruito il video Portrait of a Land grazie all’aiuto della società Effenove. Volevo raccontare in maniera innovativa i beni materiali e immateriali della Basilicata tra estetica dei videogames e classicismo pittorico.  Una trasformazione urbana corporea. Nel video ci sono riti arborei, vasi di Metaponto con sembianze umane, ponti futuribili come il genio di Musmeci a Potenza ecc. Il video fu presentato alla Milanesiana diretto da Elisabetta Sgarbi presso Fondazione Corriere della Sera e dopo divenne un video ufficiale dell’APT.  Veder vincere un lavoro con finalità di “promozione turistica” in un festival di Videoarte è una rivoluzione. Esce dalle logiche della videoarte solipsistica ed anche dalla comunicazione videoturistica che troppo spesso è priva slanci creativi e infarcita solo di droni volanti senza visione. Sono orgoglioso anche di ricevere il premio a Napoli, la Città che punta tutto sull’innovazione, la trasmedialita’, l’arte contemporanea e il gaming.

Portrait of a Land, frame still video, opera vincitrice della Call IAR International Artist Residency 2020|21

Più in generale, la tua eclettica ricerca si sviluppa, da sempre, attorno a temi cardine quali la percezione filosofica e catastrofica dei concetti di bellezza, morte, diversità, trasformazione genetica, vanità, violenza, ambiente ed alimentazione. Dinamiche legate da un fil rouge che sottende una più profonda indagine sulla società e quei processi psicologici ed antropologici. Esiste un modo – fuori dall’arte – di poter guardare il mondo in maniera davvero cosciente?

È sempre la cultura che fa guardare il mondo in maniera cosciente. In tutti i campi. David Buckland nella rivista Nature Climate Change, afferma che anche “Il clima è cultura” perché i cambiamenti climatici non sono solo una responsabilità scientifica, ma una responsabilità culturale.  A pensarci anche la Pandemia è cultura. Un virus non è responsabilità solo della scienza ma anche del nostro agire quotidiano.  Anche La politica è cultura. A guardare i tre giovani Renzi, Salvini e Di Battista ci si imbatte perfettamente nel concetto di evaporazione del padre di cui parlava Lacan. Quando una figura che rappresenta un padre anche in politica non esiste più i suoi figli colmano la mancanza mettendo al centro egocentrismo e capitalismo. Sfidano la morte convinti che con il potere si possa realizzare tutto. Cambiano idea ogni 2 ore perché non hanno più un padre da uccidere. La loro idea politica è sostituita solo da tattiche di comunicazione emozionale per acquisire o conservare potere, consenso e status. Ma uscendo da questi esempi è tutto l’essere umano ad essere incompleto. Vive una dimensione di assenza e di vuoto. Vive un abisso primordiale mai risolto. Perché anche le persone più normali fanno uso di cocaina o di Xanax? Perché tanto alcool? Perché la ricerca del potere e dei soldi? Perché non si accetta la vita come è. L’uomo si sente inadeguato rispetto alla vita e cerca nuove realtà per sostituire quella mutilazione originaria che lo contraddistingue. L’abisso di cui parlavo. In fin dei conti è nell’immaginazione che trae sollievo. Nell’immaginazione idealizza come collocarsi nel futuro. L’immaginazione è la vetta più alta dell’esonero del presente. Milioni di libri, racconti, poesie, film, dischi musicali raccontano il mondo in maniera diversa da quella che è. Possiamo affermare quindi che l’opera d’arte prodotta dall’immaginazione sia la realtà. L’opera d’arte, qualunque essa sia è la vera presenza dell’assenza dell’uomo.

Da regista – e non solo – il reale è soggetto ed oggetto di una imperitura trasformazione e traslazione che, forse, nell’apparato effimero costruito dall’opera cela un crogiolo di innumerevoli significazioni altre, letture celate dalla superficie e che abbisognano di una discesa negli abissi dell’intelletto e del sentire per poter essere contraltare di un dialogo. Quale è il tipo di atto dialogico che ti appresti a costruire durante il processo maieutico delle opere?

Nulla si crea nulla si distrugge tutto si trasforma. In arte tutto invece si ridisegna. Io sono solo la conseguenza di quanto è già stato detto da altri artisti. Trovo solo un modo diverso di metterlo in scena. Ridisegnarlo. Ma questo continuo fecondare il cervello di informazioni porta ad una metastasi delle idee. Fortuna ho smesso di tormentarmi con la ricerca della novità e di trovare  ulteriori “crogioli di significazioni” . C’è negli artisti e nelle persone in generale una nevrosi diffusa nel credere che tutto quello realizzano debba essere degno di attenzione. Ma l’opera una volta realizzata non può essere controllata dall’artista. È in pasto al pubblico che in base al suo livello culturale ne trae le conclusioni. Poi ci sono i galleristi e i direttori di musei che ambiscono al lavoro sempre più concettuali, sempre più di rottura ed una volta trovato l’artista concettuale incappano nel problema della vendita dell’opera perché manca l’oggetto materiale da commercializzare. Mi sembra un mondo antico. Forse dice bene Romeo Castellucci che siamo una società che non parla di contenuti ma parla solo di Bandi. Parliamo solo di Hub, imprese culturali e strategie. l’Italia è un paese con una forte matrice conservatrice. Vuole Achille Lauro a Sanremo che stupisca i borghesi e Nico Vascellari per stupire i galleristi. Che per carità va bene, ma è evidente che anche la controcultura è diventata una pantomima. Un abito da indossare come cosplayer. La controcultura è diventata la cultura imperante ripulita dalla precarietà. La povertà dà fastidio ai ricchi e di conseguenza tutto ciò ne consegue.

La tua continua evoluzione artistica ti ha portato a diventare Co-Direttore Artistico & Creative Director del giovane ed affermato Matera Film Festival. Raccontaci di questo progetto, nato in un luogo tanto reale quanto suggestivo e che si prepara a  tornare in presenza il prossimo ottobre.

Sono un appassionato di cinema e mi piace portare la creatività in ambiti diversi. Quando vivevo a Milano i miei amici artisti erano terrorizzati dall’idea di non esporre con il gallerista giusto. Ambivano tutti ad esporre da Continua o Lia Rumma ecc e pur di non fare passi falsi stavano fermi e non esponevano mai. A me interessa fare altro. Provare a lavorare in team e conoscere i più grandi registi del mondo. Artisti che mi hanno influenzato. A Matera sono stati girati più di quaranta film, da Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini, Lina Wertmüller, fino a kolossal internazionali come The Passion of the Christ di Mel Gibson, Wonder Woman di Patty Jenkins, James Bond, No Time to Die di Cary Fukunaga (regista della prima serie di True Detective) di recente ha girato anche il grande Terrence Malick. Il nostro simbolo è una Balena. Nel ventre della Balena albergano Pinocchio, Giona della Bibbia, Simbad, il Barone di Munchausen ecc. Un simbolo della letteratura ma anche di nomadismo culturale. Abbiamo usurato il pianeta e la balena ci ricorda quanto siamo cagionevoli, distruttivi e in via di estinzione come lei. Per me l’artista ha una responsabilità. Quella di creare criticità nell’altro con tutti i mezzi. Non solo con le opere ma anche con un Festival del Cinema. Avremo come ospite internazionale e come annunciato già ufficialmente dal Festival, un regista che ha influenzato gli artisti di tutto il mondo: David Cronenberg. Le sue tematiche sono queste. Il corpo, la psiche e le nuove tecnologie. 

Cinema come arte visiva che dialoga in modo solenne e continuo con elementi simbolici, in un limbo enigmatico in grado di agguantare e sconquassare coscienze assopite. Da qui al futuro prossimo cosa dobbiamo aspettarci da questo nostro tempo? Ed in che modo tu ed il tuo lavoro risponderete agli interrogativi della Storia che stiamo vivendo?

Politicamente bisognerebbe prendere spunto dall’800 italiano in cui l’intellettuale partecipava attivamente alla vita politica e sociale del proprio tempo. Foscolo ad esempio difendeva gli ideali della rivoluzione francese. Oppure Magritte, che fondò La Révolution Surréaliste, una rivista per lanciare idee e opinioni libere insieme ad altri pensatori e artisti. Mi viene difficile risponderti sul mio lavoro invece. Non ho ancora coscienza piena di un nuovo “io” artistico in quanto 3 anni fa ho avuto un grave lutto in una situazione difficile e questo credo abbia cambiato la mia visione delle cose. Una volta producevo lavori sul senso di morte per risvegliare le coscienze sopite. Provocavo e creavo immagini crude per ricordare il nostro tempo limitato sul pianeta terra. Lo ricordavo a me stesso. Era la mia poetica. Ora non voglio più saperne di morte. L’ho vista davanti gli occhi. Ora metto in scena solo la vita naturale. Il concetto rimane lo stesso ma lo rappresento tramite finestre aperte. Alberi. Fiori colorati, animali e poi vedremo cosa succede. Una mia amica psicologa sostiene che io abbia esplorato prima la morte ed ora la vita.  Un processo al contrario ed ora sono ancora più convinto del pensiero di Jung quando sosteneva che nelle scuole bisognerebbe insegnare l’importanza della vita ma anche il suo declino, della sua fine.  Quindi la risposta all’interrogativo della storia è che dovremmo rispettare la vita senza per forza dover passare dall’esperienza della morte. Rispettare il pianeta senza doverlo distruggere prima e che vinca ancora una volta la biofilia sulla necrofilia diffusa dalla nostra epoca.

La poliedricità della ricerca e del lavoro portato avanti da Silvio Giordano è ben leggibile anche tra le righe di questa intervista. Se è vero che al centro della sua carriera ricorrono alcune tematiche è vero che queste sono rintracciabili in un profondissimo, abissale solco conscio ed inconscio della sua personalità, tale da permettergli di agire, creare, idealizzare e sublimare il reale in una certa maniera. Se ridisegnare il reale è il compito che Silvio Giordano ha affidato a sé stesso, è nella proiezione immaginifica che Egli attua il vero punctum non già e non solo della sua soggettiva e personale visione, quanto, piuttosto, un invito a seguirne talune tracce, affinché la prospettiva di una realtà distorta riesca a ritrovare una nuova ortografia nel suo rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’uomo.  

Azzurra Immediato

Azzurra Immediato, storica dell’arte, curatrice e critica, riveste il ruolo di Senior Art Curator per Arteprima Progetti. Collabora già con riviste quali ArtsLife, Photolux Magazine, Il Denaro, Ottica Contemporanea, Rivista Segno, ed alcuni quotidiani. Incentra la propria ricerca su progetti artistici multidisciplinari, con una particolare attenzione alla fotografia, alla videoarte ed alle arti performative, oltre alla pittura e alla scultura., è, inoltre, tra primi i firmatari del Manifesto Art Thinking, assegnando alla cultura ruolo fondamentale. Dal 2018 collabora con il Photolux Festival e, inoltre, nel 2020 ha intrapreso una collaborazione con lo Studio Jaumann, unendo il mondo dell’Arte con quello della Giurisprudenza e della Intellectual Property.