Foto Cecilia Paccagnella

miart 2021, riflessioni sulla ripartenza

Che in questo settembre 2021 Milano avesse scelto come suo vocabolo d’elezione il termine ripartenza è stato evidente fin dai primissimi giorni del mese. In città si è assistito a un tourbillon di vernici, di gente, di eventi, di incontri. E di parziali novità. Vedi la design week riprogrammata in un periodo a lei inusuale e il Salone del Mobile che per l’occasione si è auto celebrato definendosi addirittura Super. Va da sé che non potevano sottrarsi alla grammatica della ripartenza, alla condivisione in presenza dell’arte e della cultura, nemmeno miart e la Milano Art Week che tornano corredate da un ricco calendario di eventi.

La fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano, organizzata da Fiera Milano e giunta alla sua venticinquesima edizione, si svolge quest’anno dal 17 al 19 settembre ed è diretta per la prima volta da Nicola Ricciardi. Vi partecipano 145 gallerie provenienti da 20 Paesi oltre all’Italia.

Ripartire significa partire di nuovo, da un punto stabilito, auspicabilmente in maniera più consapevole. Il punto stabilito sembra però essere lo stesso. Stessa sintassi che si articola intorno a fiere e gallerie, proprio quelle che durante l’entusiasmo rivoluzional-pandemico erano state bollate come inutili, superate, da buttare ecc. Se l’interrogativo era sempre: cosa accadrà alle fiere dopo il Covid? La risposta oggi non può che essere: niente, non accadrà assolutamente niente. 

Siamo ancora qui. Esattamente dove tutto si era interrotto. Forse a ranghi ridotti, mascherati, distanziati, vaccinati, ma ancora qui. A testimoniare due cose. La prima: che i cambiamenti epocali, e come tutti anche quelli dell’arte, hanno bisogno di epoche, per l’appunto, per prodursi. Una manciata di anni ahimè non basta, con buona pace di tutti quelli che immaginavano, complice qualche romantica magia, un mondo migliore, un’arte migliore, un sistema migliore, tutto migliore ecco. La seconda: che il carattere della vita umana è necessariamente dialogico. Abbiamo bisogno di confrontarci tra noi, di relazionarci con le opere e con lo spazio della loro fruizione. E perché si verifichi la collisione tra l’esperienza del pensiero e l’esperienza dell’esistenza, perché arte e vita si intreccino insomma, materia, spazio e relazione sono essenziali in egual misura.

C’è poi la questione del corpo, che il linguaggio ufficiale declina in presenza. Ma è corpo. E capisci qui cosa è mancato in tutti questi mesi. La sintesi. Avendoci costretti alla fruizione dell’arte in maniera digitale, avendoci privato a lungo del corpo, la pandemia ci ha privati a lungo della sua specificità: “una incapacità a non farsi soggetto che deriva non tanto da specifici contenuti del suo esser corpo, quanto dal necessario cortocircuito al quale, semplicemente vivendo, esso li sottopone.” Così Enrico Pozzi, nel suo libro Per una sociologia del corpo, che continua: “la sua necessaria unità carnale costringe il corpo a trattare, elaborare e totalizzare senza tregua tutto ciò che in qualche modo passa nel suo campo di percezione: ovvero tutta la realtà che esiste per quel corpo, esterna e interna, ‘corporea’ e mentale, emotiva e sociale. Il corpo è condannato a sintetizzare di continuo tutto: più precisamente, tutto ciò che in qualche modo esiste per esso, e che è poi il suo tutto.”

Torna il corpo e con esso lo sguardo. A quello che si è dimostrato essere un appiattimento dello sguardo – la sua digitalizzazione – il critico e curatore francese Nicolas Bourriaud, nel suo nuovo testo Inclusioni. Estetica del capitalocene, contrappone un apprendistato dello sguardo – esito di un’estetica inclusiva – finalmente decentrato e ricollocato in un universo plurivoco che includa i non umani. “La catastrofe ecologica” si legge, e quella epidemiologica aggiungo a corollario, “ci permette oggi di ripensare lo spazio che le nostre società hanno assegnato all’arte. La creatività, lo spirito critico, lo scambio, la trascendenza, il rapporto con l’Altro e con la Storia sono altrettanti valori insiti nella pratica artistica.”

Estetica inclusiva, si diceva. In tal senso, in senso lato, mi piace guardare all’iniziativa di miart che quest’anno rivolge una particolare attenzione alla parola poetica – interpretata come forma di linguaggio universale – a partire dal titolo scelto per accompagnare l’edizione 2021: Dismantling the silence, dall’omonima raccolta di versi del poeta statunitense di origine serba Charles Simić, a cinquant’anni dalla sua pubblicazione. Questo interesse è stato declinato in una serie di iniziative volte valorizzare nuovi dialoghi tra passato e presente, storia e sperimentazione. 

Se assumiamo – sempre con Bourriaud – che l’opera sia un dispositivo, un trasformatore più o meno potente a seconda della qualità dei materiali che incorpora e della capacità dell’artista di trattarli, non possiamo che augurarci che le fiere, in risposta all’illusione di un mondo virtuale, incentivino questa forza di propulsione generando sempre più nuovi cortocircuiti, nuovi mescolamenti, nuove prossimità. 

Per promuovere lo sbocciare di nuove forme di comunicazione tra tutti i soggetti che da sempre animano la fiera milanese, recita il comunicato stampa di miart. Perché in fondo l’arte è un bisogno vitale e serve a dare un senso alle nostre esistenze, recito io.

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miart

17-19 settembre 2021

fieramilanocity_MiCo – padiglione 4

Ingresso gate 4 – viale Scarampo, angolo via Colleoni

Apertura al pubblico

Venerdì 17 e Sabato 18: ore 11.30 – 20.00

Domenica 19: ore 11.00 – 19.00