La Galleria Eugenia Delfini apre la sua quarta stagione espositiva con la prima esposizione personale di Modica nei suoi spazi, presentata da una conversazione del Nostro con l’artista Luca Bertolo, e che mostra l’ultimo ciclo di lavori ad olio ed acrilico su tela con una serie di lavori su nylon, supporto che unisce i due spazi espositivi: la Galleria e lo spazio indipendente IUNO. Entrambe le presentazioni sono accomunate da dipinti che si muovono tra astrazione e figurazione, e per cui è significativo il processo creativo, il “fare”, i materiali e la collocazione nello spazio, le possibili associazioni, che collauda l’esplorazione formale tradizionale con differenti approcci mutuati da altri media. L’ultimo ciclo di opere di Lorenzo Modica, tuttavia, non fa riflettere unicamente sul processo del dipingere e sulle novità che vengono apportate nel suo operare ma anche sul vedere o, per meglio dire, sull’osservare, come esplicita Bertolo a seguito della bella analisi accesa dall’articolo Follow the light di David Salle su Alex Katz (The New York Review of Books, 18/01/2024), partendo da come può essere intesa l’ecfrasi nel romanzo di Thomas Bernhard; quel Bernhard che non descrive il dipinto ma lascia un compito medesimo al nostro ricordo o fantasia. In questo scorcio, trovo una similitudine tra il senso delle opere di Lorenzo Modica e il suo pensiero sulla scrittura: “…Ecco, diciamo che il linguaggio scritto mi sembra presupporre un grande compromesso: accettare che il nocciolo della questione rimarrà inaffrontato” – sostiene l’artista nella conversazione con Bertolo.
In dialogo con l’artista (28/01/2026)
LC. Quest’ultima tua affermazione ha sollevato la mia attenzione, in merito alla possibilità della pittura di essere pratica in grado di risolvere quel nodo che, invece, la scrittura non dipana, al di là delle affinità di cui parli come le proprietà logiche e le strutture convenzionali. Un pensiero contrario a quanto osservava Argan, secondo il quale “…il fatto che, nella presente condizione della cultura, la critica sia necessaria al prodursi e all’affermarsi dell’arte, legittima l’ipotesi di una sorta di incompiutezza o, quantomeno, di una non immediata comunicabilità dell’opera d’arte: la critica adempierebbe così a una funzione mediatrice, getterebbe un ponte al di sopra del vuoto che è venuto a crearsi tra gli artisti e il pubblico, cioè tra i produttori e i fruitori dei valori artistici.” (G. C. Argan, Arte, Treccani, 2024, p.212) …
LM. Innanzitutto, ti ringrazio per questa occasione di parlare del mio lavoro e di elaborare la conversazione avuta con Luca Bertolo. Con quella frase intendo dire forse due cose diverse: la prima è che sono convinto che l’arte, inclusa quella che si avvale della parola, sia una forma di resistenza ed emancipazione dal linguaggio. Il secondo significato fa riferimento all’incommensurabilità tra lingua e immagine, che non hanno un’unità di misura in comune, da ciò forse il loro fertile rapporto. Il lavoro critico sarebbe necessario, certo, anche in un ruolo di mediazione, come suggerito da Argan. Poi bisogna saper scrivere, che è un dono che non mi attribuisco.

Senza Titolo (Room-1), 2025
Acrilico su nylon, 52×68 cm
Courtesy Galleria Eugenia Delfini

Simple shapes at the beach, 2024
Olio su tela, 45×35 cm
Courtesy Galleria Eugenia Delfini

Senza Titolo (Yes and), 2025
Acrilico su nylon, 52×68 cm
Courtesy Galleria Eugenia Delfini
LC. Tornando allo sguardo, all’osservare, Bertolo impiega una citazione, su cui mi vorrei soffermare: qualcosa o qualcuno che può divenire “vettore del nostro sguardo”. Nondimeno, persiste, anche in uno sguardo orientato e attivo nella relazione con l’altro e generante pensiero, una percezione autonoma dell’individuo-soggetto che possiamo dire condizionata da tracce talora volontarie, talora inconsce e che entrano a far parte del nostro modo di interagire e comunicare. Si può forse interpretare quello che definisci come “refuso”, l’“errore”, quel vettore che consente di andare oltre la superficie diafana che non permette al ciglio di cogliere, con nitidezza, l’oggetto della percezione. Sicché, potremo giungere all’assunto di ‘originalità’ di Katz: “…una combinazione tra l’essere dentro la propria testa e il reagire a tutto ciò che avviene all’esterno. È una combinazione strana, molti artisti sono all’esterno e molti sono all’interno, è la combinazione dei due che rende qualcosa originale…”.
LM. Nel 2021 ho trovato in un libro di filosofia del pensiero un testo intitolato “Here is How we Tie our Shoes”. Era un testo accademico che al suo interno aveva un breve racconto. Tale racconto intendeva illustrare il processo mentale necessario all’allacciarsi le scarpe secondo un paradigma: nella nostra testa vi è una biblioteca con le istruzioni per tutto ciò che sappiamo fare e un piccolo operatore, un “homunculus”, si prende cura di trovare e trasmettere le istruzioni al corpo. Il testo aveva l’intento, credo, di screditare, dimostrandone l’assurdità, questo modello. Io lo trovai molto affascinante senza comprenderne il ruolo nel dibattito scientifico. Ciò che voglio dire è che il boccascena, questo affaccio, la soglia tra dentro e fuori a cui fai riferimento è un luogo di esplosione del senso, in Katz forse più che in altri.


LC. Il volume, a cui hai dato forma, è rispecchiamento di un processo mentale, dalla copertina in plexiglass al ‘taglio davanti’, ove dimora un’ulteriore traccia. L’unica che potremo definire in negativo rispetto al bianco che segna le restanti dall’esterno all’interno, quasi a voler intendere quel segno come una finestra, un’apertura a qualcosa che reca la stessa sensibilità di una pennellata su un determinato supporto…
LM. Il bricoleur per Claude Lévi-Strauss è colui che si muove riciclando ciò che ha a disposizione senza progettare soluzioni ottimizzate. Penso che l’artista sia molto simile a un bricoleur, che usa le idee in modo analogo: le modifica, le tradisce, le deforma, le travisa, in sostanza le rende materiale plastico. Questo libro nasce così, in modo spontaneo, dal desiderio di collezionare delle immagini e prende forma nelle sue limitazioni. Inoltre, è un lavoro collaborativo, perché le scelte a cui fai riferimento sono nate parlando, e provando cose con Martha Micali e Klim Kutsevskyy che sono le teste e le mani di DITO Publishing.

L.C. Nelle tue opere, le campiture di colore si fanno estese e palpitanti. Talvolta, effettui diverse sovrapposizioni, formando stratificazioni compositive che si sommano l’una all’altra nei differenti rapporti di senso. In altri lavori, invece, emergono delle pennellate nere che formano silhouette che, dall’astratto, divengono riconoscibili nel transito al figurativo. Alcuni passaggi ricordano la giocosità di Paul Klee, altri brani evocano la malinconia contemporanea e la musicalità di Vasily Kandinsky. Poi la finestra, memore di alcuni soggetti pittorici familiari…
LM. Del soggetto della finestra mi affascinava, molto più che la lunga tradizione e l’ancoraggio teorico/filosofico, il suo aspetto tautologico. Mi ha incuriosito il pensiero che spostando/spezzando idealmente i listelli del telaio e mettendoli in obliquo si potesse ottenere, con un minimo sforzo, la silhouette di una finestra aperta. Queste idee e processi direi che hanno a che fare più con la mia personalità che con la voglia di elaborare su delle questioni pittoriche in quanto tali.

