Art Basel Paris
Elsa Schiaparelli
Evening coat, designed by Elsa Schiaparelli and Jean Cocteau, dettaglio, 1937

Vestire l’inconscio. Elsa Schiaparelli e il corpo come spazio dell’immaginazione

Al Victoria and Albert Museum di Londra, nelle Sainsbury Gallery, Schiaparelli: Fashion Becomes Art, curata da Sonnet Stanfill, è la prima grande retrospettiva nel Regno Unito dedicata a Elsa Schiaparelli, la couturière che più di ogni altra ha trasformato l’abito in un dispositivo dell’immaginazione. Visitabile fino all’8 novembre 2026, la mostra riunisce oltre 400 oggetti tra abiti, accessori, profumi e opere d’arte, ricostruendo non soltanto la storia della maison, ma soprattutto la visione di una donna che ha ridefinito il rapporto tra corpo, moda e arte.

“Never fit a dress to the body, but train the body to fit the dress.” — Elsa Schiaparelli

Ci sono mostre che raccontano una carriera e altre che disegnano una visione. La retrospettiva dedicata a Elsa Schiaparelli Fashion Becomes Art al Victoria and Albert Museum di Londra è la restituzione di una reale visionarietà che si dispiega nella straordinaria eterogeneità di questa esposizione. Un percorso che non si limita a celebrare una delle figure più radicali della moda del Novecento, ma mette in luce la natura profondamente avanguardistica della ricerca di una vera artista.

Personalità tra le più originali e rivoluzionarie della moda del XX secolo, nata a Roma e attiva soprattutto a Parigi, Schiaparelli ha trasformato l’abito in un campo di sperimentazione concettuale, avvicinando la moda all’arte e mettendo in discussione i codici tradizionali dell’eleganza. La sua ricerca si è sviluppata in stretto dialogo con le avanguardie artistiche e, in particolare, con il surrealismo, attraverso cui ha attivato strategie per pensare il corpo, il desiderio e la performatività dell’identità. La sua opera smonta l’idea di moda come ornamento, rivelandola come dispositivo critico capace di interrogare il modernismo dall’interno. In un contesto contemporaneo, il suo lavoro invita decisamente a ripensare come le pratiche vestimentarie possano produrre conoscenza culturale. La prima sezione della mostra al V&A di Londra, Designing the Modern Wardrobe, racconta già l’idea di trasformazione attraverso capi da giorno, completi con pantaloni — ancora poco comuni per le donne dell’epoca — tailleur dalle costruzioni rigorose e abiti da sera dall’impatto teatrale. Anche gli accessori partecipano alla stessa logica sperimentale: cappelli che evocano capelli intrecciati, scarpe decorate con strisce o pelliccia leopardata, dettagli destinati a trasformare l’ordinario in qualcosa di perturbante.

Il Surrealismo entra poi nell’armadio… La seconda sezione, Creative Constellations, entra nel cuore di questa rete di relazioni artistiche. Nella Parigi degli anni Venti e Trenta Schiaparelli dialoga con pittori, scultori, scrittori e artisti attratti, come lei, dall’assurdo, dall’ironia e dalla sovversione delle convenzioni. Raccontare lo stile concependo il corpo come una superficie narrativa, l’abito si fa linguaggio e la moda diviene uno spazio in cui sogno, inconscio e immaginazione possono prendere forma, realizzarsi. Difatti, la sua collaborazione con il surrealismo — e con figure come Salvador Dalí, Jean Cocteau, Pablo Picasso e Man Ray — non fu semplicemente un incontro tra mondi creativi. Fu una trasformazione del modo stesso di pensare l’abito. Lo testimoniano alcune delle sue creazioni più celebri, dal Skeleton Dress al Lobster Dress, fino allo Shoe Hat: oggetti nei quali il corpo cessa di essere il limite della moda per diventare il luogo di una metamorfosi. È proprio qui che risiede la radicalità di Schiaparelli. Particolarmente significativo è il rapporto con Cocteau: un evening coat realizzato insieme presenta profili umani specchiati ricamati in filo dorato, trasformati in un vaso da cui emergono rose di seta rosa. Qui l’abito non è più soltanto un oggetto da indossare: diventa una vera composizione artistica tridimensionale. Dunque, un’intuizione che non consiste soltanto nell’aver portato immagini e simboli surrealisti nella couture, ma nell’aver compreso che l’abito poteva rendere visibile ciò che normalmente rimane celato. Non decorare il corpo, dunque, ma alterarlo; non seguirne semplicemente le forme, ma metterle in discussione. L’abito diventa così una protesi dell’immaginazione, capace di produrre cortocircuiti percettivi e di trasformare chi lo indossa in un’immagine-azione.

La mostra del V&A di Londra costruisce attorno a questa intuizione un percorso che supera dunque la cronologia. Moda, fotografia, scultura e arti visive entrano in relazione, restituendo la complessità di una poetica che non può essere ridotta all’ornamento. Uno degli aspetti più interessanti della mostra è l’attenzione dedicata alla Schiaparelli londinese, un capitolo della sua storia meno esplorato rispetto alla celebre esperienza parigina. Nel 1933 la designer apre un salon a Mayfair, consolidando la propria presenza internazionale e costruendo una relazione con l’ambiente artistico e culturale britannico. La terza sezione, Beyond Paris, restituisce questa dimensione attraverso opere d’arte e capi raramente esposti che recano l’etichetta Schiaparelli London. La couture di Schiaparelli appare come una pratica sperimentale, nella quale il simbolo diventa materia, l’illusione diventa struttura e la silhouette si trasforma in uno strumento narrativo. In questo senso, il dialogo con il presente è essenziale. Accanto alle creazioni storiche di Elsa Schiaparelli, la mostra presenta le reinterpretazioni realizzate sotto la direzione creativa di Daniel Roseberry. L’ultimo capitolo, A Golden Thread, stabilisce un ponte diretto tra il passato e il presente. Dal 2019 Daniel Roseberry è alla guida creativa della Maison trasformando l’eredità di Schiaparelli in un linguaggio contemporaneo caratterizzato da silhouette scultoree, riferimenti al guardaroba western americano, ricami, drappeggi e un uso spettacolare dell’ornamento. La sua ricerca non cerca di ricostruire fedelmente lo stile della fondatrice. Al contrario, ne recupera l’atteggiamento: l’eccesso, l’ironia, la teatralità e la volontà di spingere l’abito oltre la sua funzione. Il confronto non si esaurisce nella continuità estetica: ciò che emerge è una comune tensione verso la costruzione di profili scultorei, l’uso dell’illusione come strategia percettiva e il simbolo come dispositivo capace di destabilizzare lo sguardo. L’eredità di Schiaparelli non risiede quindi soltanto nelle forme che ha inventato, ma nella possibilità che ha aperto: pensare la moda come una pratica capace di interrogare la realtà attraverso il corpo. Le sue creazioni non chiedono semplicemente di essere indossate; chiedono di essere guardate, interpretate, attraversate. Sono abiti che generano immaginari prima ancora di essere abitati. La vera intuizione non consiste nell’aver introdotto elementi surrealisti nella couture, ma nell’aver compreso che l’abito poteva diventare il luogo in cui palesare l’invisibile. Le sue creazioni non decorano il corpo: lo trasformano, lo attraversano, lo mettono in discussione, ne alterano la percezione, invitando chi guarda a superare la funzione dell’abito-Moda per entrare in una dimensione mentale e poetica dell’abito-Modo di essere al mondo.

Fashion Becomes Art restituisce così Schiaparelli non semplicemente come una grande couturière, ma come Artista autentica capace di anticipare una concezione contemporanea della moda: non più soltanto produzione di abiti, ma pratica di cultura e arte che interroga lo sguardo, sovverte le convenzioni e inventa nuovi modi di abitare il corpo. Entrare nell’universo di Schiaparelli significa comprendere che vestire è un atto di piena immaginazione. Un abito è Opera, tutto ciò che immaginiamo essere, può diventare una visione, una provocazione, una maschera, una scultura. Può dare forma a ciò che non ha ancora un nome, una identità. 

È forse questa la sostanziale eredità dell’artista: aver dimostrato che il corpo non è il punto di arrivo della moda, ma il luogo da cui l’immaginazione può avere inizio. La pratica artistica di Schiaparelli conferma tale riflessione e, attraverso l’indumento, riattiva la capacità di interrogare lo sguardo, sovvertire le convenzioni estetiche e aprire nuove possibilità di interpretazione del reale. L’abito diventa un dispositivo di visione che trasforma la moda in uno spazio dove l’arte, ancora una volta, può accadere.

Image credits: V&A, Schiaparelli: Fashion Becomes Art, London, 2026. Ph. Amalia Di Lanno

V&A London – Schiaparelli: Fashion Becomes Art
The Sainsbury Gallery
28 March – 8 November 2026
vam.ac.uk

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