Art Basel Paris
Giannalisa Digiacomo
Giannalisa Digiacomo, La natura vince sull'architettura, olio su tela, 90x130, 2024

In ascolto della natura. Colloquio con Giannalisa Digiacomo

Dal 10 al 25 settembre 2026 si terrà presso la Galleria Iblea Symphosium di Ragusa la mostra Il silenzio sonoro di Giannalisa Digiacomo. La abbiamo intervistata per segnonline.

Inizio come il gambero, facendo un passo indietro. Come nasce il tuo rapporto con la pittura e quando hai compreso che l’arte non sarebbe stata solo una passione o un percorso di studi, ma la tua professione?

La pittura ha sempre accompagnato la mia vita, da quando mio padre mi mostrò la sua scatola di colori ad olio, con quell’odore inebriante di essenza di trementina. Iniziai da piccolissima con gli esercizi di copia dal vero, ma non ho mai veramente creduto che potesse diventare anche una professione. Chi di noi non si è sentito dire la frase, “con l’arte non si mangia”? Così ho sempre pensato che avrei dovuto avere un’altra occupazione. Ci fu però un evento che mi aprì gli occhi, niente di mistico in realtà, ma servì da catalizzatore. Dopo i miei studi universitari, stavo preparandomi per un esame di ammissione all’Istituto Centrale del Restauro, l’ICR, e ogni disegno che preparavo per il test era un borbottio continuo. Un giorno si avvicinò mio padre e mi disse: “non è che devi farlo per forza, non ti obbliga nessuno’’ e lì arrivò la consapevolezza; non avevo avuto il coraggio di investire tutto nel mio sogno, e così mi ero auto imposta un’altra strada. Da quel momento decisi di lasciare il mondo del restauro alle spalle e ripianificare il mio futuro.

Il tuo percorso è ricco e articolato: il diploma artistico a Modica, la laurea in Restauro a Perugia, il perfezionamento a Milano nell’atelier di Ettore Maiotti, la specializzazione in Incisione a “Il Bisonte” di Firenze… In che modo questo bagaglio tecnico ha contribuito a orientare la tua sensibilità? 

Della pittura e del disegno ho sempre ammirato la componente tecnica, e ho maturato la convinzione che per esprimermi al meglio avrei dovuto perfezionare la mano e affinare lo sguardo. Ogni tappa della mia formazione si è svolta in una città diversa e a contatto con gente anche molto differente da me: un’esperienza che ha contribuito ad ampliare la mia visione e ad espandermi come persona.

Da un punto di vista tecnico, l’esperienza più formativa e arricchente è stata senz’altro quella vissuta accanto a Ettore Maiotti, maestro d’altri tempi, con il quale ho fatto una vera e propria esperienza di bottega, dove si tramandano i segreti dell’arte da maestro ad allievo. Qui il primo degli insegnamenti è stato “Imparare a vedere”, e per far ciò è importantissimo mantener saldo il rapporto con l’osservazione del vero.  

Questo legame con la realtà e il mondo che vivo continua a essere alla base del mio modo di lavorare. Per creare parto sempre da qualcosa che ho visto e vissuto direttamente, e che conosco in profondità: è attraverso questa esperienza concreta che riesco a dare forma e voce alle mie sensazioni.

Da diversi anni insegni presso la Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano. Tale pratica influenza il tuo lavoro di pittrice?

La mia settimana lavorativa è perfettamente bilanciata tra insegnamento e pittura. 

Quando dipingo difficilmente riesco a fermarmi, invece l’impegno serale dell’insegnamento mi costringe a fare delle pause. Queste pause sono ottime per far decantare il lavoro e avere più lucidità quando riprendo a lavorare sul quadro. In più, anche insegnando si impara tantissimo, un po’ perché questo costringe a fare chiarezza dentro di te per trasmettere gli insegnamenti e poi perché anche in chi sta iniziando a dipingere si possono osservare soluzioni espressive interessanti, punti di vista differenti dal tuo, e questo è di sicuro stimolante.

Sono inoltre molto grata al mio lavoro di insegnante perché al giorno d’oggi nelle scuole d’arte si dedica sempre più spazio all’espressione e meno all’insegnamento della tecnica, causando la perdita di un sapere centenario. Poter contribuire, tramandando le mie conoscenze per mantenere vivo il mondo della pittura, è una grande opportunità.

Nei tuoi dipinti la natura e il paesaggio sono protagonisti assoluti, percepiti quasi come un organismo vivente. Qual è il tuo legame con i luoghi che vivi e racconti, dal solare paesaggio siciliano della tua terra d’origine alla pianura lombarda? 

Per dipingere un paesaggio mi piace averlo prima conosciuto bene. E questa conoscenza, proprio come per un essere umano, è un’operazione che va fatta lentamente e di volta in volta approfondita. La pittura è il mezzo di comunicazione che mi permette di entrare in contatto con la natura: io mi siedo lì e comincio ad osservare ed ascoltare e man mano mi si rivelano particolari nuovi, combinazioni di forme, luci e colori che alla prima occhiata non si percepiscono. 

A causa o grazie al mio lavoro, riesco a vivere la Sicilia in estate, dove la luce interagisce con un paesaggio dominato dagli ocra. I suoi colori e la sua luce accecante mi servono da nutrimento per affrontare l’inverno lombardo. A Milano ho trovato il mio rifugio nel parco delle cave, dove la luce e le variazioni atmosferiche si interfacciano ora con la vegetazione rigogliosa della primavera, ora con gli alberi spogli e aggrovigliati dell’inverno.

Il panorama artistico attuale è estremamente variegato. Come vivi il confronto con i tuoi contemporanei? C’è qualcuno tra gli artisti del presente o del passato a cui ti senti di guardare come a un maestro o a una guida?

Amo molto la pittura di fine Ottocento e inizio Novecento. In particolare ho sempre molto ammirato i pittori caratterizzati da un bel segno grafico e pittorico, come Toulouse-Lautrec, Klimt o il Mondrian figurativo. Alle mostre dedico tanto tempo ad osservare le pennellate, a cercare di intuirne i gesti e come questi si sono stratificati sul quadro. Del panorama italiano ho studiato a lungo i divisionisti, in particolare Pelizza da Volpedo e Segantini. Tra i pittori astratti che hanno raggiunto una sintesi personale a partire dal figurativo c’è di sicuro Afro Basaldella. Reputo il panorama contemporaneo interessante ma non ho trovato una corrente o un artista che mi emozionasse quanto i grandi maestri del passato e che fosse pienamente affine all’idea artistica che porto avanti. Mi piace molto quando un artista riesce a mostrarmi una visione diversa dalla mia.

In un’epoca dominata dall’impalpabile velocità del virtuale e dalle immagini digitali, che valore e che attualità possiede oggi, a tuo modo di vedere, la pittura? 

Qui centriamo una delle tematiche delle mie opere e del mio essere pittrice.

Essenzialmente esprimo e vivo una narrazione sul tempo. Senza parole propongo un’alternativa, la lentezza, che al contempo dovrebbe essere una presenza ovvia tra i nostri valori.

Quando si dipinge, tutto comincia a muoversi ad un’altra velocità, già dalla preparazione degli strumenti. Non so se avete mai visto un pittore fare la punta alla matita con il taglierino: quel movimento lento e deciso è già come se fosse una meditazione. Fare un disegno o un quadro è un processo lungo e durante tutto il suo sviluppo c’è un continuo osservare, pensare, interpretare per poi tracciare la linea o la pennellata. 

L’opera risultante è impregnata di tutto questo rituale affinché l’osservatore possa trovarvi quel “tempo” che sto cercando di narrare. L’opera stessa diventa un’essenza col suo tempo, che deve invitare ad un primo sguardo e gradualmente scoprirsi ai successivi.

Questo nostro mondo occidentale ci sta abituando ad ottenere tutto e subito, invece la pittura ci riporta ad un ritmo più naturale, fatto di attimi di entusiasmo, attese, blocchi e poi nuovamente risalite, bisogna pazientare prima di vedere l’opera. Queste caratteristiche trasposte nella vita di tutti i giorni possono rendere l’uomo una persona migliore. 

A cosa ti stai dedicando, a cosa ti dedicherai? 

Proprio in questi giorni sto ultimando i preparativi per una personale a Ragusa. Successivamente, riprenderò a lavorare a un progetto iniziato lo scorso inverno, su una serie di alberi, che omaggia la successione di Fibonacci. La serie di Fibonacci è presente nei meccanismi di crescita naturale, nelle ramificazioni, nelle spirali, nelle distribuzioni delle foglie e nello sviluppo organico ed è uno dei pilastri dell’estetica. 

Sono partita da 3 opere, passando a 5, ora sono ad 8, il mio prossimo obiettivo è arrivare a 13 e così via: il processo non ha fine, come la serie è l’eterna rincorsa all’armonia ed alla bellezza della natura. 

Gli alberi per me sono dei modelli di vita: si rigenerano continuamente, si flettono senza spezzarsi, ci insegnano il valore della lentezza e della tenacia.

Con l’avvicinarsi dell’autunno verranno nuovamente messe in risalto le loro forme sinuose e a tratti nervose, è il periodo migliore per studiarli. 

×