Esistono segni che resistono a qualsiasi temporalità, eppure la loro forza poetica rimane legata alla materia e alla forma. Nella pratica di Gill Gatfield, questa relazione si attiva attraverso linguaggi scultorei e computazionali: segno, materia e forma si incontrano come forze reciproche, intensificando la loro carica sensoriale e simbolica. Estendendo questa indagine, l’opera Tablet, 2026, porta marmo, metallo, segni in oro e computazione in un unico campo di codifica e decodifica. A Pietrasanta, questa proposizione critica acquista una particolare risonanza. In particolare, la scelta dell’artista di impiegare il marmo di Carrara colloca l’opera nella tradizione scultorea della regione, mentre il suo linguaggio codificato riapre l’interrogazione delle neoavanguardie italiane sul linguaggio come materia e sistema, ora in condizioni computazionali. La tecnologia entra nella scultura come forza attiva: la materia diventa soglia, l’iscrizione diventa segnale, e l’oggetto statico custodisce uno stato computazionale latente, segnalato ma sigillato.
Come per la gran parte delle opere di Gatfield, la forza concettuale dei suoi lavori si esprime evidenziando fascino materico e finezza compositiva, racchiudendo livelli di significato stratificatesi all’interno di un’economia della forma. In Tablet, il piano scultoreo principale costituito da una superficie marmorea di Carrara levigata, poggia su un supporto cubico in ottone che non costituisce un piedistallo nel senso classico del termine, bensì un’armatura, un volume che regge un alternarsi pieni e vuoti in relazione dinamica assumendo funzione infrastrutturale e trasmissiva. Al centro del piano di marmo, una sequenza di tratti è incisa e dorata in oro 23 carati. Le lamine d’oro che ricalcano questa incisione disegnano un codice a barre, reduplicandone il linguaggio in termini di scambio: l’oro come valore concentrato, il codice a barre come valore economico. Senza esaurirsi in un codice definito, questi tratti marcano un loro personale solco nell’immobilità della pietra e il titolo dell’opera intensifica questo slittamento: Tablet evoca sia un’antica pietra incisa sia un dispositivo digitale contemporaneo, coniugando memorie legate all’archiviazione in congiunzione a moderne pratiche di trasmissione e comunicazione. Come avatar linguistico, il titolo dell’opera Tablet, conferisce alla superficie materica un’altra identità che attraversa il tempo, trasportandola dalla pietra incisa al touch screen, dall’archivio all’interfaccia.
Il linguaggio tecnologico entra in Tablet dal punto di vista dell’iscrizione, dove l’operatività robotica traduce istruzioni programmate in un’incisione fisica, legando l’algoritmo alla materia.
L’intelligenza della macchina non sostituisce l’atto scultoreo ma ne altera l’agency, poiché il codice assume in questo caso la funzione di un solco nella pietra. Con riferimento alla visione di Matteo Pasquinelli che riflette di come i linguaggi dell’intelligenza artificiale si radichino in storie di meccanizzazione, ricognizione dei pattern e lavoro diversamente da fantasie di intelligenza autonoma, Tablet ridefinisce l’incisione robotica come una questione di ricollocazione e non di eliminazione, dell’azione scultorea. Il segno voluto attraversa il codice e l’intelligenza artificiale prima di ritornare alla materia come incisione; il gesto non è più sinonimo di esecuzione corporea, eppure l’azione corporea rimane latente nella successiva attivazione dell’opera. Il calcolo non si limita ad aleggiare sopra Tablet come una promessa digitale, ma è già penetrato nella pietra.

Eppure, la pietra reca un ordine di iscrizione più antico. Il marmo di Carrara è di per sé una testimonianza di trasformazione, ricristallizzato da antichi sedimenti carbonatici sotto calore e pressione nel corso del tempo geologico. Estratto dalle Alpi Apuane fin dall’antichità, il marmo fonde durata geologica e storia della scultorea all’interno in Tablet. Questi strati si accumulano prima che il codice dorato venga letto. Più che un anacronismo, Tablet sembra quindi contenere qualcosa dell’immagine cristallina di Gilles Deleuze, in cui attuale e virtuale, presente e passato anziché svilupparsi in una sequenza, coesistono nel presente della scultura.
Nell’opera di Gatfield, materia e segno veicolano insieme il tempo. In Tablet, tratti dorati si registrano come un ritmo metrico. Tratti singoli e doppi, gruppi, pause, intervalli e accenti ricorrenti producono un impulso ottico sulla superficie del marmo. L’occhio scansiona prima che il dispositivo scansioni. Un ulteriore principio organizzativo emerge quando l’incisione viene letta attraverso una struttura derivata dalla sequenza di Fibonacci, in cui raggruppamenti modulari e relazioni ricorsive orientano la percezione verso una logica matematica e algoritmica. Sedimento e codice entrano in corrispondenza: ognuno deposita e conserva tracce, rendendole disponibili all’interpretazione. In congiunzione, Tablet riflette della lunga storia della pietra come veicolo di linguaggio, legge, memoria e rituale, dalle culture incise dell’antico Mediterraneo, e oltre. Qui, le lingue ancestrali non sono evocate come reliquie di un passato archeologico, ma come sistemi viventi di segni e trasmissione, che si protendono verso futuri tecnologici.
Più ampliamente, la relazione tra segno e trasmissione è tema di ricerca di Gatfield come affrontato per la scultura Harmony, 2022, simile per scala e aura. In questa miniatura, tre figure a forma di “I” in pounamu di Kahurangi, oro alluvionale e marmo di Tākaka fondono corpo, soggettività resa dal pronome di prima persona, numero Uno, e tratto verticale in un linguaggio scultoreo compatto. Presentata nell’ambito del progetto UNITY di Gatfield durante la 59.ma Biennale d’Arte di Venezia, in contrappunto con il monumento virtuale Native Tongue XR, 2022, l’accostamento suggerito dalle opere contrappone l’intimità materiale alla monumentalità virtuale. In Tablet, come in Harmony, l’aura dell’opera diventa la misura della monumentalità, mentre la scala ne concentra la forza nella compattezza di un unico oggetto scultoreo.

La geometria riduttiva di Tablet riattiva anche una questione minimalista di oggettualità e, con essa, l’aspirazione modernista verso un linguaggio universale della forma. L’economia formale della scultura richiama la totalità e l’unicità dell’oggetto, eppure la completezza dell’opera si estende oltre la forma tridimensionale. L’estensione AI-AR non è un supplemento esterno, ma integrale alla scultura come sistema unico. L’autosufficienza viene quindi ridefinita anziché rifiutata. Tablet porta con sé il suo stato computazionale latente entro i termini della propria attivazione e nonostante la sua geometria essenziale, l’opera rimane storicamente e simbolicamente satura di materia, iscrizione e codice. L’idea stessa di universalità non è più solo un’aspirazione, ma comincia ad acquisire la logica operativa del codice. Nella pratica di Gatfield, questo passaggio dal segno al codice riecheggia l’eredità sperimentale delle neoavanguardie, in particolare le sue indagini linguistiche e verbo-visive, in cui il linguaggio diventa materia, sistema e luogo di indagine piuttosto che comunicazione trasparente. Tablet porta tale interrogazione in un presente leggibile tecnologicamente, dove i segni non vengono solo letti ma anche scansionati, decodificati e governati da sistemi di circolazione e autorizzazione in condizioni computazionali seppur il riconoscimento di questi linguaggi non necessariamente conferisca accesso. In un contesto computazionale, la pretesa di universalità diventa operativa, promettendo leggibilità e accesso al di là dei confini e dei sistemi. Tablet mette sotto pressione questa promessa, perseguendo un’estetica dell’opacità in cui il riconoscimento non garantisce accesso. Il codice a barre è la chiave per la sua estensione AI-AR, progettato per essere visualizzato attraverso camere da dispositivi mobili, seppur l’attivazione rimanga preclusa al pubblico e solo consentita al futuro possessore dell’opera, che riceverà il codice di accesso per sbloccare lo strato computazionale di Tablet. L’accesso limitato introduce anche un ruolo di tutela, posizionando il possessore come custode di una modalità di attivazione privilegiata. La scarsità non è quindi solo una condizione economica dell’opera d’arte; è intrinseca al suo protocollo.
Il tema dell’accesso limitato emerge con chiarezza attraverso la descrizione del protocollo fornita da Alexander R. Galloway,mostrando come le regole di governo organizzano la connessione e la disconnessione. In Tablet, il protocollo diventi una condizione scultorea e la proprietà inizia ad acquisire una dimensione etica oltre che economica. Un precedente immediato chiarisce questo cambiamento. L’opera CHIP, 2025, presentata da Gatfield nell’ambito del progetto Habeas Corpus di Gatfield presso la NARS Foundation di New York, presenta un codice a barre dorato che invita gli spettatori a liberare una figura virtuale a forma di “I” da una colonna di marmo di Carrara. In modo simile, Tablet conserva questa congiunzione ma ne inverte la logica operativa: dove CHIP rilascia, Tablet trattiene. La questione non è più solo cosa una scultura possa rilasciare, ma chi sia autorizzato farlo e a quali condizioni. Tali termini legano l’opera d’arte al suo possessore in una relazione intima, quasi contrattuale, rendendo la proprietà operativa piuttosto che meramente possessiva. Questo confine Il confine risultante diventa uno dei margini operativi della scultura, trasformando il trattenere in provocazione.
L’economia dell’accesso trova un’eco materiale nell’iscrizione in oro 23 carati di Tablet. Lungi dall’essere puramente decorative, le lamine veicolano significati temporali e simbolici distinti, richiamando gli usi classici e sacri dei metalli preziosi, nonché la segretezza, l’autorità e la conservazione legate all’iscrizione. Incise nel marmo, la loro luminosità riecheggia la tecnica antica della crisografia, dove la scrittura in oro connota la cultura di testi privilegiati e sacri. In Tablet però, gli stessi tratti formano un codice a barre, mettendo in contatto l’iscrizione sacra con una codifica economica. Questa logica commerciale è ulteriormente complicata dalla funzione tecnologica dell’oro. Il metallo è materialmente parte integrante sia della tecnologia digitale evocata da Tablet sia del dispositivo mobile attraverso il quale si accede alla sua estensione AI-AR. Apprezzato per la sua conduttività e resistenza alla corrosione, l’oro è materiale utilizzato nei contatti e nei circuiti elettronici per trasmettere segnali. Funzioni sacre, commerciali e tecnologiche rimangono distinte ma attive all’interno della superficie codificata della scultura, intensificando l’iscrizione dell’opera come richiamo e cifrario.
In Tablet è in discussione la struttura stessa della scultura. Anziché conciliare sistemi simbolici ereditati con l’astrazione modernista, il linguaggio sperimentale e la computazione, Tablet sottopone ciascuno alle logiche degli altri e riconfigura i termini del loro incontro. Se materia, iscrizione e interfaccia rimangono reciprocamente attive, la risonanza classica è perturbata dall’intelligenza delle macchine, dove la monumentalità si condensa nella prossimità e l’apparente leggibilità si apre alla segretezza. Il sedimento porta con sé le trasformazioni del tempo profondo, mentre il codice condiziona ciò che potrebbe ancora accadere. A Pietrasanta, queste tensioni assumono una forza contestualizzata. Una cultura scultorea formatasi attraverso secoli di conoscenza della pietra si confronta ora con la scultura robotica e la produzione computazionale, viste sia come estensione che come rottura. In questa convergenza, Tablet è esemplare per la precisione con cui articola questo punto di svolta nella scultura, trasformando gli attriti tra sedimento e codice, segno ancestrale e permesso computazionale, nel terreno da cui si può decifrare un’archeologia del futuro.





