Nel contemporaneo, il legame tra Arte e Antropocene costituisce un tema di ricerca artistica sempre più urgente e significativo, ridefinendo la stessa funzione artistica in termini etici ed estetici, se non politici. Tra i molteplici campi di ricerca perseguiti al fine di una sostenibilità condivisa, il paesaggio è forse il genere più soggetto ad una sua ridefinizione in risposta al tempo storico. È su questa linea che si inserisce la ricerca dell’artista israeliana Ronit Keret (Tel Aviv) la cui pratica mira a sensibilizzare attivamente nei confronti della crisi ambientale, riflettendo sulle trasformazioni epocali del tempo presente indirizzando una riflessione sulla relazione tra natura, uomo, e tecnologia. La mostra Topography of Collapse, alla galleria HAA, Gallery di Helsinki, a cura di Vera Pilpoul, intende indagare queste relazioni, presentando una serie di nuovi ed esistenti che si avvalgono dei linguaggi scultorei, installativi, site-specific e video, in un nuovo rapporto tra natura e artificio.
Al centro delle riflessioni di Ronit Kerit sono preoccupazioni etiche ed estetiche nei confronti del fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai quale conseguenza del riscaldamento globale, tema quanto mai più attuale al tempo presente. Ronit Keret narra di come una tale riflessione derivi dall’esperienza di aver personalmente assistito al graduale ritiro del ghiacciaio Perito Moreno, un ghiacciaio che si estende per oltre 250 chilometri, il cui ritiro è documentato dal 1997 al presente, quando in visita tra Argentina e Cile un ventennio fa, esperienza tanto drammatica quanto sublime, che ha inciso profondamente sulla sua ricerca artistica. Ma diversamente dall’assumere un tono documentaristico o realistico come ben si evince dalla mostra Topography of Collapse, l’interesse a reinterpretare questi fenomeni naturali, avviene da parte dell’artista, in maniera materica e cartografica, interrogandosi sull’impatto che storicamente l’uomo ha apportato nei confronti della natura e del paesaggio raggiungendo drammaticamente un punto di non ritorno. Ciò è evidente nella scelta da parte dell’artista di utilizzare un materiale nuovo per le arti plastiche quale il polistirolo, materiale indistintamente utilizzato nell’industria ma al contempo problematico perché non decomponibile, costituendo una delle cause del riscaldamento ambientale in natura. Configurando una suggestiva metafora tra le proprietà specifiche del materiale – versatilità, leggerezza, purezza di composizione – e la conformazione morfologica dei ghiacciai – la struttura cristallina – l’artista, nelle sue opere, alimenta una potente analogia che si alimenta per contrasto, evidenziando la leggerezza e fragilità di un tale materiale in confronto con la potenza dello scioglimento dell’acqua dai ghiacciai, il tutto per mezzo di pratiche ready-made legate al riciclo e alla sostenibilità, formulando quindi una personale interpretazione di ciò che costituisce la crisi e decadenza ambientale oggi, suggerendo nuove sensibilità estetiche tra un nuovo senso del sublime e responsabilità etica.
Ne è una testimonianza il video Tears, 2017, che riflette di questa metafora compositiva: dall’immagine di una figura iconografica potente – un cavallo – smarrita sullo sfondo di un paesaggio glaciale marcato da fenditure, sedimentazioni, cristalli e nubi, si coglie un’animazione video che riflette drammaticamente e scenograficamente della precarietà animale e umana di fronte al soccombere degli eventi climatici, configurando complessivamente un paesaggio immersivo apocalittico. In mostra, il video è affiancato da un’installazione a parete di grande formato composta da assemblaggi in polistirolo che l’artista modella in maniera plastica, soffermandosi sugli interstizi che queste composizioni morfologiche e al contempo plastiche suggeriscono. Ne risulta il disegno di una topografia precaria e sostenibile che intende porre attenzione sulle tracce, fratture e faglie presenti in questi contesti naturali e morfologici quali conseguenza di azioni troppo a lungo utilitaristiche, azioni che si ripercuotono nei fenomeni dello scioglimento e ritiro dei ghiacciai stessi in natura, e che informano, secondo la visione dell’artista, poetiche contradditorie secondo la poetica di un sublime moderno.
L’attenzione nei confronti della morfologia compositiva sia dei ghiacciai che del polistirolo quale materiale plastico, si riflette anche nell’immaginario presente nell’ installazione site-specific Silence, 2026, composta da light-box di legno, le cui immagini si soffermano sulla specificità di elementi visuale e compositivi, configurando nel complesso, un ambiente idealmente abitale che coniuga natura e artificio e presentato secondo uno stile scultoreo minimalista. È questa una riflessione retrospettiva da parte dell’artista che per ciascuna light-box presenta una fotografia di un dipinto o un fotogramma di una delle precedenti opere video da lei realizzate, complessivamente tutte collegate per mezzo di un lungo cavo elettrico rosso, quale fil rouge delle ricerche condotte da Kerit fino al presente. Al fianco di quest’opera, l’artista presenta una serie di disegni atti ad investigare e poeticamente interpretare l’impatto di tali fenomeni in termini faunistici: da qui la serie Velvet, 2026, che si costituisce di composizioni realizzate con colla plastica su tessuto, seguita da una serie di disegni di inchiostro su carta, che nel complesso trattano possibili nuovi dialoghi tra natura e cultura.
L’opera video più recente Melting, 2025, ben si inserisce nel contesto della mostra, connotandosi di nuovi valori etici e sostenibili. Il video mette in scena uno scenario apocalittico in cui la forza dell’acqua sovrasta ogni imponenza architettonica in ogni direzione, sia marina che pluviale, visualizzando il graduale allagamento e scomparsa della vita umana. Originariamente ambientato nel castello di Napoule, nel sud-est della Francia e risalente al XIV secolo in seguito ad una residenza da parte dell’artista nel 2025, il video estende qui il suo valore contestuale, relazionandosi alle fortezze baltiche vicino ad Helsinki, marcando così idealmente la traccia per una nuova topografia sostenibile dove ripensare la relazione tra natura, umano, e non-umano.
Già presente in Italia per le mostre, tra le altre, A Journey of Peace, Turin, 2025, Landscape of Israel, 2021, Arte in Nuvola, Roma, e con il progetto speciale Tears per l’European Cultural Center, Palazzo Mora, in coincidenza con 59.ma Biennale di Venezia, 2022, l’artista Ronit Keret pone un contributo significativo nei confronti delle pratiche artistiche contemporanee, riflettendo significativamente del dilemma tra sostenibilità e progresso nel tempo presente. La personale Topography of Collapse alla HAA Gallery, Helsinki, pone un ulteriore traccia per estendere una tale riflessione internazionalmente, sensibilizzando nei confronti di visioni dove la catastrofe diviene condizione lenta e pervasiva a cui necessariamente rispondere eticamente e poeticamente.



