Artissima
Cosima von Bonin, The Italian, No Nose Version, 2019. Courtesy Galerie Neu, Berlino

La realtà parallela

Del caso Ferragni si continua a parlare ma anche a scrivere. Dopo l’intervento di Franco Broccardi e Giovanna Romana, con altrettanti toni un po’ cattivi, il commento nella consueta veste vernacolare di Dario Orphee La Mendola

Io pure. Io pure voglio prendere come espediente una notizia (notizia tra virgolette, e lo dico tra parentesi) rimbalzata tra le selve malvagie e sporcacione dell’internet, della quale su segnonline si è anche già parlato. Una notizia confezionata ad hoc, attraverso giri di parole, dissimulazioni, aporie, stravolgimenti e volgarità semantiche. Quale sarebbe ‘sta notizia? Be’, quella che c’ha informato della visita di un’iperfamosa influencer presso un discretamente noto museo italiano. Sì, io pure la voglio prendere. Per imbastirci un discorso sordido, identico agli altri

Di per sé, tale notizia dovrebbe farci scoppiare in sonore risate: risate con le lacrime, di quelle checi divertono senza un motivo, comequando siamo sbronzie vivere ci appare accettabile. E poi, dopo averla letta, dovremmo ridere ancor di più sapendo che le innumerevoli testate giornalistiche non solo non hanno colto il nucleo di tutto, ma ne hanno trattato come se fossimo andati su Marte o fosse stata scoperta la punturina contro il Covid, analizzando filosoficamente l’accaduto, con toni dal serioso all’aulico, facendo comparazioni, bacchettando i bacchettonie mettendo in mezzo anche alcune delicate questioni dell’imbarazzante moralità contemporanea(bedda matri, siamo al capolinea!). 

La rabbia, per quello che ho potuto capire (anche se non credo di aver bencapito), è scoppiata per un motivo preciso. In molti, correggetemi se sbaglio, si sono sentiti offesi del fatto che un’imprenditrice di moda abbia realizzato delle fotine tra le sale della storia del pensiero artistico del Belpaese. Subito s’è manifestata la classica struttura manichea. Da un lato, quella massa informe di gente senza volto, con un’idea romantica, melanconica, inquieta, saturnina, struggente, passionale dell’arte, che non sa come comportarsi e che appare totalmente privata della democrazia della parola all’infuori di un paio di righe in un post; costoro, i feriti,definiti “benpensanti” (questo aggettivo m’ha fatto proprio sbellicare), si sono incazzati manco gli avessero profanato la figlia minorenne, la nonna, il letto con le lenzuola pulite, l’intonso barattolo di Nutella con un cucchiaio sporco di sugo di pesce. Dall’altro lato, invece, i difensori della influencer, i “capital chic”, che se ne sono usciti con domande del tipo: «E allora?», sottolineando che se non fosse stata per lei quelle opere avrebbero continuato ad accrescere il volume delle muffe che lì si accumulano nientemeno che dal rinascimento; essi hanno sfoderato le spade, lustrato gli scudi, caricato la Beretta, infiammando i socialsu qualcosa di cui abbiamo poco, poco, poco, pochissimo interesse. No? 

Vi faccio un esempio idiota; tanto per dare aria alla bocca. Ho aperto Instagram, che in sostanza è una sorta di sito soft-porn in cui è possibile interagire con gli account (non ditemi che non è questo, perché non ci credo). Dopo varie rocambolesche avventure tra stories di gente che non conosco e non ho mai visto, e i cui contenuti erano davvero ridicoli (escluse le nudità gratuite, che erano affascinanti), sono andato sulla pagina ufficiale del museo in questione. I followers risultano, in questo momento, poco più di 500mila. Poi ho cercato la pagina di un noto programma tv, intitolato Temptation Island(questo mi è venuto in mente, e questo ho cercato). Sapete quanti followers ha la trasmissione? Il doppio del museo: 1,2 milioni. Forse nemmeno un partito ha tutti questi iscritti. Lo so: molti di voi penseranno cheil paragone è infelice (l’avevo annunciato: l’esempio è idiota), e cheil numero dei followers non costituisce un bel niente.Vi do ragione. Non sto minimamente sostenendo che quanto finora ho scritto è una ricerca sociologica. Volevo soltanto comunicare che è tempo di riflettere. O di starsene zitti.

Pongo le cose in chiaro: il sottoscritto non prova alcun odio né nei conforti dell’iperfamosa signora, né in coloro che l’hanno ingiuriata. Di entrambi, anzi, non me ne frega proprio nulla. E continuerà a fregarmene nulla anche domani, dopodomani, tra tre anni, o quando mi reincarnerò in una pecora afgana. Ne parlo perché nel trash io ci sguazzo come i girini in una pozza di fango, perché all’estero ci deridono per queste bassezze, perché sono annoiato e perché desidererei invitarvi, con umiltà,a essere consapevolidi una cosa: vi piace questo mondo nuovo, in cui siamo caduti per chissà quale colpa? È un mondo simile a quello dello spettacolo, sempre “on”,sempre felice, in cui gli episodi storici e le opinioni superficiali sono così parallelamente validiche si elidono con un battito di ciglia. La cultura, l’arte, la televendita di un aspirapolvere, la didattica scolastica, i videogiochi, il tweet delirante di un qualsiasi politico simpaticone ecc., oggi stanno sullo stesso piano, finanche sullo stesso piano etico, e hanno eguali diritti e doveri. Vi piace questa incapacità di negoziazione? Vi piace che la qualità si sia smarrita? Non provate nessun dolore? Al di là del singolo evento, al di là del paragonare il dipinto di Botticelli a un imprenditrice (che è lecito, non geniale, ma probabilmente necessario in virtù del marketing), al di là di revisionare l’arte ormai fallita se non per scattarsi un selfie e scaricare le proprie voglie feticiste, e al di là di tutto, a voi piace vivere come se foste unicamente delle fogne da riempire? Vi piace vivere come se foste le soubrette della cultura? Perché se vi piace, allora il discorso è un altro. 

Che la cultura, in Italia, sia diventata la scenografia di qualcosa, addirittura del racconto della cultura stessa, non è problema nuovo. È presente da anni, nella sua forma più occulta. Notate creatività? Avete notato, negli ultimi trent’anni, una crescita? C’è, nella cultura italiana, qualcosa di profondamente interessante oltre agli stucchevoli premi letterari, le mortifere fiere d’arte, i meccanizzati festival della filosofia? Siate sinceri. Tentate, per una volta, di osservare la vita come se vi trovaste sopra un elicottero. Cogliete metaforicamente il paesaggio piccolo piccolo. E, quando pronunciate la parola “cultura”, cercate di avvertire in voi l’esigenza di rivoltarla come un calzino. Se ciò non lo avvertite, è tutto inutile. Di zumpa ai siti archeologici, di shooting ai musei, di videoclip musicali tra i “tesori” della storia, di servizi giornalistici tra le meraviglie del Paese mandati in onda post-cena, di prime domeniche del mese gratis, di documentari faziosi, di questo e di quello, vi dovete ingozzare, fino a scoppiare. Perché è questo il senso. E non vi è permesso, assolutamente, lamentarvi. No, non vi è permesso. Dovete subire questa realtà parallela. E ogni sua caricatura sarà perseguibile. 

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.