Alessandro Fonte, Le chiavi e la Soglia, Fondazione Malvina Menegazi, Castelbasso 2020

Le chiavi e la soglia / Diario di viaggio #3 / intervista a Alessandro Fonte

Le chiavi e la soglia è il progetto dell’artista Alessandro Fonte a cura di Pietro Gaglianò con cui la Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso Teramo, si è aggiudicata il bando “Per chi crea” promosso da SIAE e MIBAC.

Dopo l’intervista a Pietro Gaglianò, curatore del progetto Le chiavi e la soglia sostenuto dalla Fondazione Malvina Menegaz di Castelbasso Teramo, grazie alla vincita del bando “Per chi crea” promosso da SIAE e MIBAC, è la volta di Alessandro Fonte artista e ideatore del progetto che aprirà al pubblico domani 25 luglio e sarà visitabile, secondo quanto previsto dalle norme in materia di sicurezza della salute, fino al 30 agosto. Anche se in forma virtuale, ho incontrato Alessandro, per farmi raccontare in anteprima qualcosa di più di questo particolare progetto. 

Maria Letizia Paiato. Prima di parlare del progetto Le chiavi e la soglia, mi dici brevemente qualcosa della tua formazione e che tipo di approccio hai con il mondo dell’arte?

Alessandro Fonte. La mia è quella che si potrebbe dire una formazione interdisciplinare. Sono laureato in architettura e ingegneria, ma ho studiato anche musica, design, cinema. La mia attività come artista visivo non nasce come proseguimento naturale di un percorso di studi, ma da una necessità personale e da una serie di opportunità che mi hanno permesso di praticarla. E il mio lavoro, forse, è una serie di tentativi.

MLP. Come hai pensato al progetto Le chiavi e la soglia? Dunque come nasce il rapporto con la Fondazione Malvina Menegaz? E quale relazione con Castelbasso?

AF. Il progetto nasce da un invito di Pietro Gaglianò e della Fondazione Malvina Menegaz a sviluppare un progetto per Castelbasso. La relazione con il territorio è stata di progressiva scoperta, ma anche di ritrovamento di tracce familiari, per me che sono nato in un paese del sud Italia. Da qualche anno ho avviato, anche in collaborazione con la mia compagna Shawnette Poe, un lavoro sui piccoli centri italiani, che sono soggetti a un radicale cambiamento, un progressivo abbandono, lo sgretolamento delle comunità a cui non segue una rigenerazione o un ripensamento. Il mio interesse verso questi territori non è di celebrarne il passato, credo, piuttosto, che abbiano una rilevanza nel presente, perché possono diventare luoghi di concreta sperimentazione per ripensare i rapporti di comunità

MLP. Cosa sono le chiavi e cosa la soglia?

AF. Sono oggetti familiari, quotidiani, che segnano il passaggio tra privato e pubblico. Un confine che, nei paesi è, ancora, molto permeabile e legato a un certo modo di intendere le relazioni. Portare la sedia fuori dalla porta di casa, al di là della soglia, nello spazio comune, significa dare forma a una visione precisa del senso di comunità. Un’azione semplice, essenziale e di grande forza, come solo sanno essere i rituali quotidiani che hanno subito un lento processo di distillazione. Un gesto che sta tuttavia scomparendo, così come l’idea di comunità cui è collegato. Le chiavi sono oggetti molto personali che, una volta persa la loro funzione, possono diventare memorie tangibili di persone, luoghi, cose non più presenti. Forse per questo ce ne liberiamo con difficoltà. 

MLP. Quanto è stato importante il rapporto con gli abitanti di Castelbasso? Cosa ti aspettavi? C’è qualcosa che ti ha deluso o sorpreso?

AF. Gli abitanti di Castelbasso, hanno aderito al progetto con un entusiasmo che mi ha emozionato. Il progetto è stato sviluppato per loro e con loro.

MLP. Da un punto di vista sociale ma anche economico, ritieni il tuo lavoro possa e riesca a dare un concreto contributo al territorio? 

AF. Lo spero, questo progetto è il risultato dell’impegno e dell’entusiasmo di molte persone, e del coinvolgimento concreto del territorio. 

MLP. Cosa significa per te la parola relazione?

AF. Una lente per mettere a fuoco, un processo aperto, accidentato e imprescindibile di continua mediazione, di continuo apprendere e rimettere in discussione. Penso alle relazioni come a un campo di forze, in costante mutazione, necessario a collegare il tutto.

MLP. Cosa è cambiato del progetto durante i mesi lockdown? Ci sono stati aspetti positivi, se sì, quali?

AF. Aspetti positivi direi di no. Abbiamo avuto la fortuna di poter sviluppare gran parte delle relazioni prima della chiusura. Quello che mancava, poi, era la realizzazione delle opere. Il lockdown e la lontananza hanno comportato ritardi e difficoltà, ma, grazie all’impegno di tutte le persone coinvolte, al fondamentale ruolo di connessione con il territorio e con le attività artigianali svolto dalla Fondazione e, non ultimo, agli strumenti di comunicazione di cui disponiamo, siamo riusciti a risolvere i problemi realizzando le opere al meglio.

MLP. Cosa vedremo il 25 luglio? Ci racconti le installazioni che vedremo dal tuo punto di vista? Quello dell’artista?

AF. Le chiavi donate dagli abitanti sono state fuse per realizzare una campana, e le memorie in esse custodite si sono fatte corpo sonoro, riverbero, voce circolare che risuona nello spazio pubblico.  In dialogo con la campana, alcune sedie, deformate, spazializzano fragilità e instabilità di un’idea di comunità che trova difficoltà a ricollocarsi nel presente. Congelate, in un movimento impossibile, risultano alterate, più scomode, probabilmente, tuttavia ancora utilizzabili. Sono disposte nello spazio pubblico a formare un impercettibile cerchio, incompleto, che potrà, forse, essere completato da altre sedute spontaneamente portate nella piazza dai residenti. Le opere sono consegnate a loro.La fusione della campana è stata realizzata con tecniche antiche nella storica fonderia Marinelli di Agnone. Le sedie, realizzate con una macchina a controllo numerico, sono il risultato di un processo di modellazione e deformazione digitale, volto ad alterarne la forma, mantenendo i segni dell’usura e le imperfezioni dei modelli originali provenienti dalle case di Castelbasso.

MLP. L’ultima domanda è personale. Cosa ha dato a Alessandro Le chiavi e la soglia ? In un ipotetico diario di viaggio di questo progetto, qual è la pagina più densa e che ricorderai?

AF. È stato un percorso lungo, un’alternanza di momenti di denso lavoro e lunghe pause, incertezze, incidenti di percorso ed epifanie. Non ho, forse, la giusta distanza, ancora, per poterlo osservare retrospettivamente, isolando dei momenti specifici senza essere ingiustamente parziale. Ricorderò sicuramente le dense e fondamentali conversazioni con Pietro, con cui c’è stata un’intesa immediata, la prima visita a Castelbasso e l’incontro con i residenti che mi hanno accolto nelle loro case con generosità ed entusiasmo verso il progetto, la visita alla fonderia Marinelli, un luogo concreto e fuori dal tempo, l’emozione di vedere le opere realizzarsi. Mi sento profondamente grato verso tutte le persone che lo hanno reso possibile, mi auguro che le opere riescano ad attivare delle connessioni emozionali con i residenti e con i fruitori.

Maria Letizia Paiato

Storico, critico dell’arte e pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È Dottore di Ricerca (Ph.D) in Storia dell’Arte Contemporanea e Specializzata in Storia dell’Arte e Arti Minori all’Università degli Studi di Padova. È ricercatore nel campo dell’illustrazione di Primo ‘900 con all’attivo diversi contributi saggistici sull’argomento fra i quali, nel 2016 con Sala editori, L’Illustrazione Umoristica fra Otto e Novecento a Modena. Satira, immagini e ricerche, con un’introduzione di Paola Pallottino. Parallelamente è impegnata nel campo della comunicazione come co-owner della RPpress e si occupa di temi legati all’Etica della Comunicazione, del giornalismo della critica d’arte. Dal 2015 è Capo Redattore dell’edizione cartacea di Rivista Segno e dal 2019 Direttore Responsabile di Segnonline per il quale stabilisce le mansioni dei collaboratori e impartisce le direttive per il lavoro redazionale. Mail letizia@rivistasegno.eu