“Morti Sporche” | Intervista ad Alessio Ancillai

“Perché si perde di vista il concetto di uguaglianza degli esseri umani e si ritorna in sostanza al concetto di schiavo la cui vita non è degna di particolare attenzione?” (Alessio Ancillai)

Sacchi di plastica sparsi sul pavimento, contenti calcinacci e libri che evocano le nove arti contemporanee, accompagnano un corpus di fogli scritti invitando il pubblico a riflettere su spinose ma urgentissime tematiche: il diritto e la sicurezza nei luoghi di lavoro e di come il disfacimento dell’interesse dell’uomo per un altro essere umano possa portare al totale annullamento. Importanti questioni che sono divenute improrogabili grazie alle numerose news annunciate in questi giorni dai media nazionali.

Molteplici grida si uniscono per dar voce alle tante “anime” bianche che quotidianamente lasciano la propria vita sul posto in cui operano, in fabbriche e siti affatto sicuri ove la macchina da mezzo aiutante diviene fulcro generatore di morte.

La grande installazione “Morti Sporche” di Alessio Ancillai si apre davanti gli occhi increduli di un pubblico dedito ad esperire l’arte cinematografica, abituato ad immedesimarsi nella vittima sacrificale di turno che qui assume il ruolo di soggetto. La mostra, forte e meditativa, è allestita nella hall del Cinema Aquila e resta visibile, a ingresso gratuito, fino al 22 ottobre 2021.

Per approfondire il progetto ho avuto il piacere di intervistare l’artista ideatore: Alessio Ancillai.

Maila Buglioni: «Nell’atrio del Cinema Aquila hai collocato la tua installazione “Morti Sporche” – inserita all’interno del progetto “Binario 5 – Fellini, Germi e Pasolini tra clown, ferrovieri e ragazzi di vita – 2021” – ponendo, immediatamente ed inaspettatamente, lo spettatore di fronte ad una serie di riflessioni, di interrogativi su una delle attuali problematiche relative al mondo del lavoro: le morti bianche. Moltissime le vittime che quotidianamente perdono la propria vita per pochi euro a causa della “insicurezza” che caratterizza le realtà lavorative italiane. Uno status quo che dovrebbe essere tra le principali criticità da affrontare dalla politica ma che viene bypassato da assurde questioni. Cosa ti ha spinto ad affrontare questa urgente tematica?»

Alessio Ancillai: «Il progetto “Morti Sporche” comincia nel 2009 con un lavoro di Videoart e da allora è in continua progressione. Vidi dal mio terrazzo di casa un cantiere aperto dove l’argano di una Gru mi suggeriva qualcosa, una sensazione, quasi un malessere e allora ho preso di corsa la telecamera e ho cercato un’immagine e ci ho visto il volto di un operaio stanco ed esausto. Poi le riflessioni hanno fatto il resto, il primo pensiero è stato: dove va a finire la fantasia di una persona che passa la vita a svolgere mansioni a rischio salute con il solo scopo di soddisfare i bisogni tralasciando quello che più caratterizza l’essere umano: la realizzazione delle esigenze? E allora ho dovuto approfondire procurandomi dati e normative, cercando nella storia e partendo dalla chiara distinzione tra i due termini “bisogni ed esigenze” di cui per coincidenza avevo sentito parlare poco tempo prima in un Convegno all’Aula Magna de “La Sapienza” di Roma sulla Teoria della nascita. Pensare che si possa morire o rimanere invalidi durante il lavoro mi fa rabbrividire in quanto mi sembra assurdo che ancora oggi, periodo storico in cui la soddisfazione dei bisogni è fondamentalmente raggiunta, si possa morire durante un’attività che è necessaria, ma non sufficiente per realizzarsi come essere umano.»

M.B.: «La presentazione dell’installazione all’interno di uno spazio cinematografico sembra stridere rispetto a tale questione. Tuttavia, l’opera è nata prendendo spunto dalla produzione cinematografica di Pietro Germi: cosa lega il regista con “Morti Sporche”

A.A.: «Devo dire che il merito è del Direttore del “Nuovo Cinema Aquila” Fabio Meloni che quando ha visto il mio progetto “Morti Sporche” non ha esitato un secondo e lo ha fortemente voluto presente nel Foyer del Cinema. Avevo visto qualche film in dvd di Pietro Germi e sapevo che era considerato come colui che aveva tentato attraverso il suo cinema di individuare e disvelare i pericoli che la classe operaia stava attraversando nel periodo precedente e durante il boom economico. Con “L’uomo di paglia” e per certi versi anche con “Un maledetto imbroglio” nonché con “Il ferroviere” c’è il rischio di trovarsi dalla parte sbagliata, andando inevitabilmente incontro a delusione, soprattutto quando si evidenzia il lato economico, ed è quello il pericolo più grosso, che si stava annidando e che avrebbe in qualche modo portato la classe operaia a vendersi o a svendersi o essere corrotta e corruttibile sempre e solo per i beni materiali, quindi per un oggetto in più, per una macchina in più, tutto quello che poi ha portato il boom economico. Germi sviscera, va a fondo, non ha paura della contraddizione, si mette alla prova fino alla fine. Ecco questo è quello che più avvicina il mio lavoro al cinema di Germi ed è per questo che mi sono trovato bene in un rapporto con un autore scomodo come può esserlo il progetto “Morti Sporche”

M.B.: «Con “Morti Sporche” esplori l’annullamento del lavoratore in quanto uomo che non ha più una propria identità ma diviene una sorta di automa da manovrare e, quindi, senza dignità. Un “dimenticare” l’altro, il lavoratore, che avviene, apparentemente, solo per ragioni materiali ma che invece nasconde un vero e proprio annullamento di sé e la messa in pratica della celebre locuzione latina “Mors tua Vita mea” ma arrivando solo al decesso di entrambi…»

A.A.: «Sì, hai colto esattamente il mio pensiero, finché non si riesce a fare un salto culturale in cui l’altro essere umano uguale e diverso da me non sarà più visto come qualcosa da sfruttare e come oggetto che mi può essere utile per i miei obiettivi sarà sempre presente l’idea del Mors tua Vita mea, mentre invece bisogna puntare al benessere altrui per stare bene e trasformare l’idea in “Vita tua Vita mea”. L’interesse per l’altro e per il suo benessere e la sua salute e realizzazione, non mi toglie nulla, anzi al contrario, mi accresce, diventa mio benessere e mia salute e realizzazione. E questo vale in ogni campo dove l’essere umano agisce, anche nel mondo del lavoro.»

M.B.: «Diritti negati ai lavoratori, denunce verso la mancanza di sicurezza sul e del lavoro e sul mancato riconoscimento di alcune categorie di lavoratori, in aperta violazione dei principi costituzionali stabiliti dalla nostra Carta. Tutto ciò è da te espresso attraverso la produzione di quattro opere che vanno da veri e propri sacchi trasparenti contenenti calcinacci e libri delle nove arti contemporanee ad una serie di fogli in cui sono riportati alcuni estratti del Testo Unico sulla Sicurezza sul lavoro mentre altri lavori sono incorniciati per evidenziare ancor più il loro contenuto ovvero il dramma cui si riferiscono. Ce ne vuoi parlare?»

A.A.: «Sono quattro opere: “TUSL con scarpe” del 2010, “TUSL bianco” e “TUSL nero” del 2013 e “Impara l’arte e buttala da parte” del 2019. Sono opere installative site specific tranne TUSL nero e bianco che sono opere “classiche” se così si può dire, nel senso che non sono realizzate su misura per un luogo specifico, sono dei fogli in cui è stampata una pagina del Testo Unico sul Lavoro, di cui una pagina tramite pittura è oscurata e un’altra pagina in cui il foglio è mutilato/invalidato. “TUSL con Scarpe” per me ha un valore molto forte in quanto include l’immagine dell’essere artefice del proprio destino. Consiste in una moltitudine di fogli tratti dal Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro adesi al muro in maniera da formare un grande wall paper dove ad un certo punto compare un rettangolo nero di grandezza simile ad una porta dove alla base vi è una base di Pallet in legno e in alto un paio di scarpe appese ad un chiodo, scarpe non necessariamente da cantiere. Il messaggio in sintesi è che se il lavoratore approfondisce quelli che sono i suoi diritti allora il rettangolo nero è una porta, la porta della conoscenza, altrimenti quel rettangolo nero altro non è che la sua bara, intesa prima di tutto come morte di se stessi in quanto si è persa l’innata tendenza a conoscere e approfondire per tutelare la propria vita o la qualità di vita. Riguardo “Impara l’arte e buttala da parte” è una denuncia della condizione dell’Artista e dell’Arte, di come sono considerati.»

M.B.: «Un’installazione che fa riferimento allo stesso settore dell’arte ove l’artista non è considerato un lavoratore e ove la sua produzione non è considerata come lavoro, merce che dovrebbe essere valutata e contraccambiata con moneta…»

A.A.: «“Impara l’arte e buttala da parte” questo è il titolo dell’opera prodotta nel 2019 composta da nove sacchetti con materiale di risulta (calcinacci) riempiti anche di testi delle nove arti, quindi: Pittura, Scultura, Architettura, Letteratura, Musica, Teatro- Danza, Cinema, Fotografia, Fumetto e un decimo sacchetto dedicata al Diritto del lavoro. Il sistema socio-economico-fiscale-legale non tutela gli artisti considerandoli non lavoratori, lasciati “da parte”, considerati non lavoratori senza neanche un’associazione di categoria di appartenenza, figuriamoci un albo professionale. Volevo sottolineare questa condizione. Per fortuna nel 2020 è nata AWI (Art Workers Italia) che a tal proposito sta lavorando molto bene, vi invito a leggere il manifesto e a firmarlo. Dallo scorso Marzo AWI si sta interfacciando con due commissioni del Senato apportando proposte di modifica e integrazione sul testo unificato del Ddl “Disciplina del lavoro nel settore artistico e creativo – AA.SS. 2039, 2090, 2127, 2218”. Insomma, mi piacerebbe che quando ti chiedono: “che lavoro fai?” E tu rispondi, “l’Artista” non seguisse la seconda domanda: “sì ma per lavoro che fai”?»

M.B.: «Quali sono le tue aspettative rispetto a quest’installazione? Come pensi reagirà il pubblico?»

A.A.: «Esporre arte contemporanea in luoghi non deputati alla fruizione di essa è sempre un rischio, ma se avessi paura di rischiare non sarei un artista. Già ho esposto parte del progetto “Morti Sporche” più volte e ho sempre avuto una buona risposta dal pubblico sia di addetti ai lavori         che non e devo dire che mi fa piacere far riflettere su questo tema anche quando i Mass    Media non ne parlano. Ogni anno questo fenomeno conta circa mille vittime e circa settecento mila denunce per invalidità, e poi non ci scordiamo mai di tutte quelle persone che per lavorare compromettono la loro qualità di vita per sempre.

Cosa mi aspetto? Che alti Dirigenti dell’INAIL colgano l’occasione e finanzino il progetto          per farlo girare costantemente dovunque sensibilizzando culturalmente i ragazzi delle scuole, stimolando loro il valore della tutela del lavoro e della qualità di vita in cui la soddisfazione dei bisogni è necessaria, ma non sufficiente per la propria realizzazione e salute.»

“Morti Sporche” di Alessio Ancillai

fino al 22 ottobre 2021

Cinema Aquila

Via L’Aquila 66/74 – 00176 Roma RM
Tel. +39 06 45541398
info@cinemaaquila.it

Per accedere al Cinema è necessario munirsi di “Green Pass”

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu