Olaf Nicolai, Big Sneaker [The Nineties], 2001. Courtesy Galerie Eigen + Art. ArtUnlimited Basilea 2019. Foto Roberto Sala

La Fase2 della Fase2 e il Far West dell’arte

Il mercato dell’arte e il lavoro degli artisti. Dalla lettera di ANGAMC al Ministro Franceschini al Forum dell’Arte Contemporanea. Problemi e urgenze del settore.

Dopo un lockdown disordinato e confuso, fra iniziative online improvvisate – non tutte deplorevoli ovviamente -, Musei e luoghi della cultura in tilt, artisti, storici e critici dell’arte, uffici stampa ma anche riviste di settore – preciso che non è mia intenzione generalizzare – maldestri e superficiali nell’argomentare riflessioni di sostanza sullo stato delle cose, eccoci finalmente arrivati alla tanto attesa Fase2 della Fase2 anche per il mondo dell’arte.

Dopo innumerevoli previsioni o profezie su un possibile scenario, meno aggressivo e più maturo, a seguito dell’emergenza sanitaria, dove tutto sembrava riorganizzarsi in fretta al grido di: “meno moda e più sostanza”, eccoci invece a fare i conti con una realtà tutt’altro che edulcorata. Ci ritroviamo così, oltre la metà di maggio, pericolosamente precipitati in un sistema dove “ognuno fa per sé” sentenziando altrettanti giudizi, che fanno sembrare artisti e professionisti dell’arte esploratori, cowboy, banditi, criminali, sceriffi, cercatori d’oro in una terra che di nuovo non ha nulla. Sì, insomma…non è cambiato niente come volevasi dimostrare. Semplicemente si è riaperto il vecchio vaso di pandora su questioni antiche ma sempre urgenti, riguardanti il mercato ma anche i rapporti con la politica, mostratisi in questi mesi vere debolezze strutturali di un intero comparto.

Il tema del mercato dell’arte, è uno di quelli che subito abbiamo individuato come nodale a una generale analisi critica sugli effetti economici del Covid, intimamente legato a quelli della perdita dello spazio pubblico, del pericolo di un’arte entertainment, delle trappole e opportunità dell’online, ivi comprese quelle della didattica. Tema oggi esploso e che tiene in petto quello altrettanto insidioso del lavoro dell’arte. 

Sull’apertura o meno di mostre e musei a quanto pare dalle prossime settimane ciascuno agirà in coscienza, valutando costi e benefici in assenza di una concreta risposta su sostegni per le imprese della cultura. C’è chi rischierà e chi no, considerando la tradizionale composizione di pubblico (scolastico, turisti, over 65), fattibilità dei prestiti, ma anche il fattore psicologico, troppo spesso e da più parti, sottovalutato. Fra i privati, saranno di più quelli che non oseranno, perché troppe le incognite e probabilmente solo le mostre sostenute da fondi pubblici o quelle già aperte prima dell’emergenza sanitaria potranno prevedere una concreta sostenibilità economica. 

Nel frattempo è arrivata la notizia del rinvio della Biennale Architettura e il conseguente posticipo al 2022 di quella dell’Arte. Decisione prevedibile di cui eravamo, francamente, in attesa, per i motivi sopra citati e che, dunque, si svolgerà dal 22 maggio al 21 novembre del prossimo anno.  Possiamo immaginare, pertanto, che lo stesso destino toccherà a tutte le manifestazioni fieristiche, nel frattempo, rinviate, a cominciare dal MIART a settembre. Spia ombrosa della ventura atmosfera autunnale è la lettera che ANGAMC, l’Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, ha inviato al Ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismoon. Dario Franceschini per: “sollecitare l’apertura di un immediato dialogo su temi strategici per un settore duramente colpito dalla prolungata chiusura degli spazi espositivi e dalla sospensione degli eventi fieristici; provvedimenti che hanno aggravato ulteriormente un mercato già in sofferenza a causa di norme restrittive e anacronistiche che non trovano corrispondenza nei concorrenti paesi esteri”.

La risposta del Ministro – se così la vogliamo chiamare – data 14 maggio. Il decreto legge rilancio turismo e cultura recita, alla voce Pacchetto Cultura: “istituzione di un fondo  da 210 milioni di euro nel 2020 per il sostegno al mondo del libro e all’editoria, agli spettacoli, ai grandi eventi, alle fiere, ai congressi e alle mostre annullati a causa dell’emergenza Covid-19 e ai musei non statali”. Il punto che ci interessa è: Art Bonus e 5 per mille cultura – l’ agevolazione fiscale del 65% per le donazioni in favore della cultura viene estesa a circhi, complessi strumentali, società concertistiche e corali, spettacoli viaggianti. L’erogazione della quota del 5 per mille Cultura del 2019 è anticipata al 2020 e sarà erogata ai beneficiari entro il 31 ottobre 2020”.

Sull’argomento qualcosa suona stonato. Art Bonus, IVA primo mercato, IVA importazioni e SIAE / diritto di seguito sono gli argomenti che ANGAMC chiede, giustamente, di ridiscutere a breve (Sono 3.538 gli interventi registrati sul sito www.artbonus.gov.it che hanno ricevuto erogazioni liberali per il restauro, la protezione dei beni culturali e il sostegno delle attività delle Fondazioni lirico sinfoniche e dei teatri di tradizione), poiché il Sistema dell’Arte non è un binario a senso unico ma un doppio pubblico/privato.  Nella fattispecie, infatti, sarebbe importante l’estensione dell’Art Bonus all’acquisto in galleria di opere.

Gli altri due punti problematici del decreto riguardano le Tutele per i lavoratori: proroga dell’indennità di 600 euro a aprile e maggio, nuova indennità per lavoratori con almeno 7 giornate lavorative e la voce Fondo per artisti, interpreti e esecutori per 50 milioni di euro. 

Eccoci qui. Bisognerebbe chiedersi innanzi tutto, chi sono gli artisti? Chi, quelli che hanno diritto di accedere all’indennità? Pare evidente come, in tali voci, siano contemplati i lavoratori dello spettacolo, quelli delle arti sceniche per intenderci, ma gli artisti? Nel senso di quelli legati alla produzione di opere d’arte? Arti Visive? Da qui in poi i punti di domanda potrebbero essere infiniti dal momento che il vuoto su questo fronte assomiglia sempre di più a una voragine senza fondo.

A riprendere il dialogo con la politica ci proverà il Forum dell’Arte Contemporanea, riorganizzato con urgenza in queste settimane online. (l’assemblea plenaria aperta a interventi è prevista il 30 maggio e raccoglierà le proposte elaborate nei tavoli di lavoro). Sei tavoli, ciascuno impegnato in uno specifico spaccato, vedono al centro del dibattito questioni legate alla cultura, mercato e lavoro dell’arte, dove quest’ultimo mi pare rappresenti il nodo centrale di tutto. Se non impariamo a considerare l’operato dell’artista come un lavoro normale ma continuiamo a porre attenzione solo ai cosiddetti Artistar, probabilmente bisognerà considerare il reale fallimento della categoria. Non sarà sfuggito, suppongo, l’articolo/intervista di Francesca Guerisoli, non a caso coordinatrice del tavolo 6 del Forum, all’artista Flavio Favelli titolato Favelli: un patto con lo Stato a garanzia dell’arte visuale, pubblicato sul Sole 24 ore lo scorso 10 maggio. 

Favelli dichiara come: “gli artisti contemporanei non siano presi in considerazione – nel nostro Paese -, tranne se fanno scandalo e record in aste o se sono maestri o star”, esattamente il nodo che riteniamo essere il più problematico e che auspichiamo, terminata la plenaria, diventi motivo, insieme a tutti gli altri fondamentali argomenti, per una ripartenza seria. Ci auguriamo, insomma, che il Ministro non faccia nuovamente orecchie da mercante. Non credo ci sia più tempo. O si recupera il senso di dignità del lavoro dell’artista o non saprei quale futuro immaginare per le nuove generazioni. Intanto, sempre citando Favelli, che nell’articolo nomina “intellettuali” che parlano solo di arte antica o di Street Art come Vittorio Sgarbi, ricordo che non manca molto all’inaugurazione, prevista il 30 maggio a Palazzo dei Diamanti della mostra: “Un artista chiamato Banksy”. Voglio solo rammentare ai nostri lettori che Sgarbi è l’autore del noto e poi scomparso video Il virus del buco del culo. Vi spiego perché. Non amo autocitarmi ma sul problema dell’autorità, di un’etica della comunicazione che non può essere in alcun modo slegata dalla persona e da chi la esercita, ho scritto un lungo articolo, propriamente con l’intenzione di potersi rendere conto di quanto certe personalità, abusino del proprio ruolo in un settore così delicato e fragile come quello dell’arte e della cultura. 

Tornado alla mostra di Bansky, sulla quale non entro nel merito semplicemente perché ci sarebbe da aprire una lunga disamina sul valore culturale di tale operazione, non autorizzata ma bollata dallo stesso artista come un “fake”, mi piacerebbe che l’amministrazione ferrarese rendesse pubblico il piano di gestione economico nel contesto della Fase2, mi piacerebbe sapere con quale magia potrebbe trasformare in un business fiorente un’operazione già zoppicante sul nascere.  Ancora e concludendo, vorrei ricordare qui la recente scomparsa di Germano Celant. Non esattamente uno qualunque ma il padre dell’Arte Povera, la cui notizia sul servizio di pubblica informazione è passata pressoché in sordina se non nulla.  Mi pare ciò restituisca più che ampiamente la percezione che la politica ha del contemporaneo, oserei dire quasi inesistente e dunque il peso e la portata che gli argomenti, di cui sopra, possano avere nell’agenda nazionale. Se la comunità artistica tutta non troverà compattezza rischia di rimanere bloccata in quel Far West che vive attualmente. Corale o collettivo non dovrebbero rimanere soltanto belle parole. Bisogna crederci. Diversamente troveranno sempre più spazio i cosiddetti difensori dell’“identità”, come nel caso della Sicilia, la cui nomina di Alberto Samonà all’assessorato ai beni culturali e all’identità siciliana e già responsabile cultura della Lega in Sicilia, è cronaca odierna.

Maria Letizia Paiato

Storico, critico dell’arte e pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È Dottore di Ricerca (Ph.D) in Storia dell’Arte Contemporanea e Specializzata in Storia dell’Arte e Arti Minori all’Università degli Studi di Padova. È ricercatore nel campo dell’illustrazione di Primo ‘900 con all’attivo diversi contributi saggistici sull’argomento fra i quali, nel 2016 con Sala editori, L’Illustrazione Umoristica fra Otto e Novecento a Modena. Satira, immagini e ricerche, con un’introduzione di Paola Pallottino. Parallelamente è impegnata nel campo della comunicazione come co-owner della RPpress e si occupa di temi legati all’Etica della Comunicazione, del giornalismo della critica d’arte. Dal 2015 è Capo Redattore dell’edizione cartacea di Rivista Segno e dal 2019 Direttore Responsabile di Segnonline per il quale stabilisce le mansioni dei collaboratori e impartisce le direttive per il lavoro redazionale. Mail letizia@rivistasegno.eu