Munir Fatmi, Les Monuments, 2008-2009 (Wilde Gallery Arco Madrid) Ph. Roberto Sala

Dire, fare, comunicare. Note sull’etica e l’autorità dell’uomo

L’articolo tocca temi legati all’etica della comunicazione e dell’autorità individuale, in particolare riferendosi al video di Vittorio Sgarbi “#coronavirus Il virus del buco del culo”, in seguito rimosso dalla rete.

Sto per dire una banalità o ciò che dovrebbe essere ovvio. Le notizie, le informazioni – in generale e ancora di più in questo momento – corrono e scorrono talmente in fretta da bruciare il tempo di una qualsiasi autentica riflessione sui contenuti. L’istante vince sulla durata – anche se, ovviamente, i temi legati all’emergenza sanitaria abitano proprio la “durata” – e tende a polverizzare l’esercizio della critica, per sua natura fuori dal tempo della cronaca. Cosa intendo dire? La questione del virus Codiv – 19 ha assunto, inevitabilmente, una dimensione H24, facendo prendere all’informazione un carattere ancora più ipertrofico che in precedenza. Ciò si osserva soprattutto in quegli spazi televisivi dedicati all’intrattenimento e al cosiddetto esercizio dell’opinione, dove chiunque, senza una precisa autorevolezza o competenza, in virtù della libertà di parola, sente il diritto di argomentare ciò che non conosce approfonditamente. Un male, quello dell’esercizio dell’opinione, oramai mescolatosi al sangue di chiunque, che nel tempo ha svilito le figure degli intellettuali (psicologi, sociologi, filosofi, antropologi o critici dell’arte che siano), suggerendo che il pensiero collettivo possa formarsi senza guide. Ragion per cui, si ritiene lecito non credere alla parola di esperti o persone che hanno dedicato una vita allo studio e alla ricerca, mentre al contrario si valuta morale metterla in discussione affidandosi esclusivamente al proprio sentire. Anche adesso, mentre filtrano informazioni a vari livelli, molti di noi faticano ad accettare le direttive imposte dall’alto assumendo comportamenti anche irresponsabili. 

Cosa c’entra questo con il mondo dell’arte? Molto, più di quanto non s’immagini. C’entra se consideriamo l’arte una disciplina costantemente assoggettata all’esercizio estetico e dunque all’opinione. Certamente quella dei critici, degli esperti, di coloro i quali indirizzano con le proprie parole il gradimento o meno di un artista, di un opera, di una mostra, quella che regola i meccanismi che originano la costruzione di un evento (il riferimento che ci piaccia o no è al mercato), nella fattispecie quella che si lega ai meccanismi di comunicazione. Tutti elementi che concorrono alla costruzione della dimensione pubblica dell’arte – che può rispondere positivamente oppure no – e che spesso funge da cartina al tornasole del successo (non necessariamente oggettivo – anche questo è falso) di una determinata proposta.

Cosa succede allora quando questa dimensione pubblica – silente se vogliamo – ma tangibile, viene azzerata? Cosa succede quando la comunicazione dell’arte perde l’essenza della sua natura? Cosa succede quando tutto si sposta nella sola dimensione del web?

In verità non accade nulla di particolarmente trascendentale se non enfatizzare per paradosso la sua anima individualista, rendendo, anche in questo caso, il comunicare più ipertrofico che mai. Non solo. Ci mostra di converso come il linguaggio, sia verbale sia visivo, possa diventare vacuo o veramente aggressivo, sino al punto di solleticare in modo estremo l’invito all’auto formarsi di un’opinione. Un’opinione – purtroppo – destinata a galleggiare in acque tenebrose.

Per essere ancora più precisa affermerò che: senza la dimensione pubblica, senza l’esperienza, le immagini che spesso osserviamo di mostre e/o operazioni culturali in questo strano presente in rete, finiscono con il non centrare l’obiettivo, con il negare la propria originaria condizione comunicativa. Le immagini possiedono e producono un paradossale carattere magico e non magico, sono il vitello d’oro delle masse, hanno un potere e lo esercitano a prescindere nel bene o nel male. Esse, inoltre, amplificano un’errata percezione dei media, in realtà una miscela di elementi sensoriali e semiotici, dove sempre, anche in quelli puramente visuali, è invece richiesta una paratassi d’impressioni ottiche e tattili (Mitchell, 2008). Non basta neanche l’associarvi della parola perché se non organizzata, o progettata con precise finalità divulgative e didattiche, se lasciata alla spontaneità, altro non fa che concorrere allo storico scollamento parola/immagine, laddove la prima è espressione di una regola e delle élite, la seconda è sinonimo di analfabetismo, o manifestazione del “popolare”, del folklore o della superstizione e dunque maggiormente esposta a una libera interpretazione potenzialmente degenerativa.  

Ancora, proviamo a pensare a quando una persona nota, che nella collettività per una serie di motivi esercita la propria presenza, influenzando la pubblica opinione, sfruttando il potenziale dei social, riesce nell’attuale “costrizione” – che implica una maggiorata e forzata espressione dell’IO – a potenziare ancora di più quell’effetto magico/non magico cui si accompagna la propria immagine e parola, con l’intenzione, badate bene, di mantenere viva e attiva la personale pressione pubblica. Non cadete nel tranello – se potete – di pensare che chi agisce in tale modo, pensi davvero al vostro benessere. 

Cos’accade, chiediamoci ora, se a fare questo è uomo di arti e lettere come lo è Vittorio Sgarbi che, sull’onda della propria popolarità, della propria autorevolezza nel mondo dell’arte, ha utilizzato la propria immagine e il proprio vernacolare linguaggio, e ancora lo sta facendo, per argomentare – da vero opinionista degno dei salotti della D’Urso (che sappiamo non sopportare troppo in questo momento) – l’attuale emergenza sanitaria?

Tornando dunque al principio. Le informazioni corrono così in fretta da essere dimenticate con altrettanta facilità. All’alba del DPCM del 9 marzo faceva notizia un video, diventato subito virale, e titolato #coronavirus Il virus del buco del culo. Vi spiego perché. Ne hanno parlato tutti con indignazione e lo shock dei benpensanti si è dimostrato più attratto dalla parola “culo” che non a capire veramente cosa sia accaduto. Da lì gli insulti, la denuncia dell’associazione Patto Trasversale per la Scienza del prof. Roberto Burioni, la rimozione del video, l’appello a controllare le dichiarazioni del prof. Bassetti del 26 febbraio 2020, cui il critico avrebbe fatto puntuale riferimento, eccetera, eccetera, eccetera. Poi la svolta nella difesa dei diritti dei credenti, post intervallati sulla propria pagina FB da immagini di arte: un Fontana, un Leonardo, un Parmigianino (mi piacerebbe sapere perché FB non blocca mai le sue foto, mentre io se pubblico quella di Ulay e Marina Abramovic prendo un’ammonizione lunga un mese), un Duchamp, un Rubens e poi ancora l’ultima sull’ Avigan, il farmaco che in Giappone viene utilizzato per curare i malati di Coronavirus.

Che dire? A molti il linguaggio di Sgarbi piace e tutti sappiamo essere proprio ciò che lo rende televisivo. Non si offenderà se ribadirò ancora che proprio per questo è perfetto per il pubblico della D’Urso. Posto che la libertà di pensiero è tutelata dalla costituzione, non è di questo che stiamo parlando e il suo errore che, a mio parere, errore non è ma una razionale e voluta impostazione comunicativa, si trascina dietro non pochi problemi legati all’etica della comunicazione. Non potendo e non volendo affrontare qui un tema così complesso, sintetizzerò affermando che: la libertà cui Sgarbi in più occasioni si è richiamato, confonde la responsabilità con ciò che si realizza solamente nella scelta dell’essere umano, sfruttando il potere della propria immagine e parola, per indirizzare la collettività al luogo del “non senso” rispetto a un imperativo calato dall’alto. È come se – richiamandosi forse “involontariamente” a Nietzsche, si fosse trasformato in medium egli stesso, insistendo, più e più volte su come le nostre azioni risiedano nel nostro stesso volere. Un volere che può essere rotto o spezzato nella misura in cui sia possibile scegliere di affidarsi – come nel caso del corona virus – ad una diagnosi anziché un’altra, trasformando il povero Bassetti nella vittima predestinata di una comunicazione marcia in origine. Una comunicazione che avrebbe dovuto tenere conto di un fatto semplicissimo circa il nostro rapporto con la medicina moderna che, raramente considerata per quello che è, ossia una scienza empirica, non sempre – come in questo caso – può offrire soluzioni certe. Dove sta l’errore (a mio parere voluto, lo ribadisco) di un uomo intelligente come Sgarbi? Probabilmente sta nell’avere forzato la mano su quel senso di spiritualità che oggi la scienza ha sostituito alla religione, fruttando con il proprio carisma l’ambiguo fenomeno della tecnica e dello strumento social che media il nostro rapporto con il mondo, con lo strumento stesso, finendo con l’uniformare il tutto. L’indignazione, pertanto, non sarebbe dovuta scaturire dalla posizione assunta da Sgarbi o dal suo linguaggio, ma dal subdolo modo con cui l’ha sostenuta, manipolando l’informazione stessa, trasformando una dichiarazione in un assunto, una verità assoluta funzionale ai propri bisogni, e solo in apparenza a quelli della comunità. Usando i codici più bassi dell’esercizio dell’opinionismo, ha suggerito a molti che un’affermazione scientifica (giusta o sbagliata ha poca importanza), quella scelta da lui, fosse la sola via da perseguire. Purtroppo però è la stessa scienza a dirci che non è così. C’è – se vogliamo – un limite espressivo sotteso all’esercizio dell’autorità, se consideriamo valido quanto affermato da Apel (Apel 1992) quando dice: “L’autorità dell’uomo, in quanto autonomo legislatore che può imporre a sé stesso il dover-essere, deve quindi venir ricondotta a quell’atto fondamentale (riflessivamente attestabile) del libero riconoscimento delle norme del discorso argomentativo, attraverso cui l’uomo si costituisce in effetti essere razionale”. Una definizione completamente stravolta nell’agire di Sgarbi che, invece, risponde perfettamente alla ricerca di un consenso argomentativo. Consenso che, tuttavia, svuota di responsabilità, lasciando l’ascoltatore sul crinale della pura intenzione. In sostanza, si potrebbe affermare che, nulla nell’atteggiamento e nelle parole di Sgarbi muovevano nella direzione di sagomare una comunità reale, applicando di fatto una non etica alla comunità di comunicazione. Ma c’è di più. Valicando i confini di autorità, il critico ha opportunisticamente sfruttato la propria posizione di riconoscibilità conquistata nel mondo dell’arte, utilizzando la personale attitudine all’esercizio estetico per convincere i propri follower. Se l’estetica si occupa delle cose sensibili, perché non rendere estetico anche il virus? 

Cosa sto facendo? Come lo sto facendo e perché? Sono le più basilari domande dell’etica. Sgarbi, a differenza di noi mortali, non le ha semplicemente dimenticate ma le ha volutamente ignorate, trasformando la sua persona, il suo linguaggio, la sua immagine e gli strumenti della comunicazione in speculativi esercizi estetici, e non è la prima volta che lo fa: si tratti di medicina, di politica o di arte è uno Zibaldone per il quale Leopardi avrebbe inorridito.

Per combattere il #capravirus – parole di Sgarbi – c’è un solo antidoto: la cultura. Chissà cosa risponderebbero adesso i familiari dei deceduti. Forse che per combattere una #capracultura c’è un solo antidoto: il silenzio.

*Argomentare il video di Vittorio Sgarbi e dunque il suo atteggiamento è un esempio che naviga nell’attualità. Tuttavia di esempi se ne sarebbero potuti fare molti altri. Questa faccenda è solo il centro di un sisma, di cui Sgarbi – se vogliamo – rappresenta il volto più Pop.

Maria Letizia Paiato

Storico, critico dell’arte e pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È Dottore di Ricerca (Ph.D) in Storia dell’Arte Contemporanea e Specializzata in Storia dell’Arte e Arti Minori all’Università degli Studi di Padova. È ricercatore nel campo dell’illustrazione di Primo ‘900 con all’attivo diversi contributi saggistici sull’argomento fra i quali, nel 2016 con Sala editori, L’Illustrazione Umoristica fra Otto e Novecento a Modena. Satira, immagini e ricerche, con un’introduzione di Paola Pallottino. Parallelamente è impegnata nel campo della comunicazione come co-owner della RPpress e si occupa di temi legati all’Etica della Comunicazione, del giornalismo della critica d’arte. Dal 2015 è Capo Redattore dell’edizione cartacea di Rivista Segno e dal 2019 Direttore Responsabile di Segnonline per il quale stabilisce le mansioni dei collaboratori e impartisce le direttive per il lavoro redazionale. Mail letizia@rivistasegno.eu