Cristina Iglesias, Entwined Growth, 2019. courtesy Elba Benitez, Madrid. Photo - Roberto Sala

Il Sistema del virus. Narciso, il ferro da stiro e l’harem

Tra le frasi e le righe e il fondotinta
di promesse agghindate per uscire a ballare
col tempo sai tutto scompare
Léo Ferré

I need a hero
I’m holding out for a hero ‘til the end of the night
He’s gotta be strong
And he’s gotta be fast
And he’s gotta be fresh from the fight

Bonny Tyler

Così come stanno le cose, 
l’ignoranza delle possibili conseguenze 
delle nostre azioni è così grande 
che è quasi escluso che si possano fare 
utili previsioni del futuro
James Lovelock

Non ho mai capito perché coloro i quali si occupano di arte hanno un’aria di serietà tale che impallidirebbe anche il diavolo. Sembrano stregoni o tumulatori di tombe. Insomma, due opposti. Due opposti che curano piani esistenziali diversi, ma hanno un’identica paresi agli angoli della bocca che li rende clownescamente tristi. Forse dico questo perché considero l’arte un fenomeno secondario. Forse dico che l’arte è un fenomeno secondario perché non ho capito nemmeno l’1% dell’arte. E in effetti non mi è mai interessato sapere cosa fosse, bensì perché ci fosse. E in effetti è un po’ scorretto dire “secondario”. Sì, è scorretto. 

Con secondario non intendo dire che l’arte è meno importante della salute o della morte. No, anzi, credo siano alla pari. E non intendo nemmeno dire che possiamo evitare di indagare la sua presenza. Macché! È necessario indagarla. Quello che voglio intendere adesso è che l’arte, lo ripeto ancora una volta, è per coloro i quali hanno un’aria di serietà tale che impallidirebbe anche il diavolo. È per coloro i quali sono in grado di esporre una teoria senza inutili giri di parole com’io sto facendo. È per coloro che sono in grado di formulare le più acute offese ben mascherate da lusinghe. Perché? Perché l’arte non è per chi ama l’arte, ma per chi ama se stesso. 

Argomento meglio. Nell’arte occidentale, fino a un mese fa, prevaleva intatta (o quasi) quell’organizzazione, poi divenuta celeberrima, che fu formulata da Lawrence Alloway negli anni Sessanta del Novecento. Lo sanno anche le pietre, no? Alloway, dopo Danto e molti altri, ebbe la geniale intuizione di condensare all’interno del sostantivo “Sistema” quel complesso universo artistico che, a partire dalle prime accademie parigine, aveva cominciato a germogliare. Questa condensazione, nei secoli a seguire, adunò sotto lo stesso tetto quello “spettacolo” dell’arte ovunque accettato “se e solo se” rispettoso della logica mercantile. L’organizzazione alla Alloway ci ha portati a pronunciare quotidianamente l’accezione “Sistema dell’arte” come se fischiettassimo “Nel blu dipinto di blu”. E sebbene l’accezione captasse il cosiddetto “Zeitgeist”, e null’altro, piuttosto che essere soggetto a una contro-analisi venne istituzionalizzato. Oggi è considerato da TSO, o da diffida legale, chiunque osi mettere in discussione i profili e le relazioni del Sistema dell’arte. Soprattutto è considerato da sconclusionati evidenziare quanto i profili e le relazioni del Sistema incidano sfavorevolmente sul piano culturale (fidatati, ne so qualcosa). Tuttavia, il Sistema dell’arte assunse in breve tempo, con la spinta degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, un carattere dominante. E, in quanto tale, nella ritualità economica degli ultimi trent’anni godette della venerazione della maggioranza, esprimendo canoni da se stesso giudicati assolutamente veri.  È un grosso errore giudicare assolutamente veri canoni in siffatto modo. Alla verità di una qualsiasi e banale posizione (e non solo alla verità dei canoni), probabilmente ci sia arriva dimostrando la validità intrinseca, e non accettandola unicamente perché possiede un carattere dominante e gode della venerazione della maggioranza. (Io non credo che ci si arrivi mai alla verità. Mantengo fede, però, al percorso più tortuoso: la dimostrazione della validità.)

Ritorniamo al nostro tema. E per ritornarci, cerchiamo di rispondere a questa domanda: perché il Sistema ha avuto successo? Per rispondere a questa domanda, però, dobbiamo rispondere a quest’altra domanda: qual è l’unica cosa che non ci differenzia dalla stragrande maggioranza degli animali? Qual è secondo te, eh? Gli istinti, le emozioni o il modo in cui facciamo sesso? Be’, no. È la gerarchia! Semplice, la gerarchia! Il Sistema dell’arte ha avuto estremo successo perché, in fondo, esso non è altro che la regolamentazione di un desiderio di gerarchia covato dall’uomo narcisista patologico (ovvero l’uomo che ama più se stesso che l’arte, come dicevo prima). Affidare al narcisista patologico la regolamentazione della gerarchia su un piatto d’argento, gli ha in sostanza affidato il permesso di vivere in qualità di attore protagonista, pur nel confuso panorama del sapere, evitando che tale panorama potesse essere offuscato dalla nebbia del dubbio. Tradotto in altre parole, cioè con le parole dei signorotti che praticano il Sistema, suonerebbe più o meno così: io sono questo e controllo questo, tu sei quello e controlli quello; noi amiamo noi stessi e ci usiamo per personali vantaggi; e il nostro amore è sorretto dal Sistema, che a sua volta ama immensamente chi lo ama. Sì, più o meno suonerebbe così. 

Giunti qui, nonostante io sia il meno adatto a esporre una teoria seriamente, nonostante tale articolo non verrà minimamente letto perché le mie parole non sono caramelle alla fragola, e nonostante tanti altri avversativi arricchiti da brillanti stelline e palpitanti cuoricini, provo a esporre una teoria che non è una teoria, bensì una delle tante opzioni di una possibile teoria, la quale rintraccia la reazione alla percezione di declino del Sistema e la transizione a un più lungimirante Ecosistema dell’arte*. 

Prima che il Covid-19 sconvolgesse un mondo sconvolto e da abbattere (non solo quello dell’arte), e prima che il Covid-19 congelasse l’idiozia in cui vivevamo e in cui siamo precipitati (idiozia adesso criticata dagli idioti, che all’improvviso si sono trasformati in mistici), vi era stata una preparazione mediatica alla sensibilità ambientale. No, no, aspetta; questa non è la solita menata ambientalista per scolarette! Sto dicendo altro. Sto dicendo che prima che il Covid-19 si manifestasse, il mondo era nelle qualità cerebrali perfette non solo per comprendere quanto oggi stiamo affrontando, ma era pregno di informazioni che ci avrebbero coadiuvato finanche per la più assurda previsione catastrofica. Negarlo sarebbe un po’ come offendere le capacità spirituali dell’umanità. La preparazione, in realtà, era cominciata nell’Ottocento, subito dopo le rivoluzioni industriali, per mezzo di pubblicazioni di scienziati neodarwiniani e di piccoli poeti dimenticati. Esse vennero accolte da un gruppo sparuto di sconclusionati. Il che significa dal nulla. E non avendo avuto fortuna, rimasero nelle biblioteche a prendere polvere. Durante la seconda metà del Novecento, invece, accadde che le idee vennero diffuse da un movimento di massa para-politico che nessuno di noi, oggi, avrebbe timore a chiamare “modaiolo”. Il movimento di massa para-politico, alimentato da buone tesi, tipo quelle messe a punto da Rachel Carson e Arne Næss, morì soffocato dal fascino di soffocare ciò che difendeva: una sorta di strano paradosso ambientalista.

Riguardo ai recenti tentativi di preparazione mediatica, infine, malgrado il livello pop raggiunto, possiamo affermare che sono stati epici e disperati: si è passati dagli sghiribizzi estetici delle associazioni e delle ONG, dai discorsi e dagli scioperi della Cullis-Suzuki, della Thunberg e di altri attivisti sparsi per il mondo, fino a un pericoloso martellamento mediatico che ha provocato l’effetto contrario, quel classico effetto che può materializzarsi quando gli input sono eccessivi e mal gestiti: il “rimbambimento ovattato” (sai quando pensi sempre allo stesso pensiero, ascolti sempre la stessa canzone, guardi sempre lo stesso dipinto e, per un attimo, ti pare di non pensare, ascoltare e guardare? Ecco, questo). L’unico vantaggio del rimbambimento ovattato fu il trasferimento nel linguaggio comune del vocabolo “ecosistema“, che è ormai oggetto di discussione pubblica: non solo scienziati, ma romanzieri, pubblicitari, calciatori e Barbie parlanti, preferibilmente su Instagram, masticano quotidianamente simil vocabolo, privi di alcuna preparazione in merito (desidererei proporre loro un indovinello: che attinenza c’è tra un ecosistema e un viaggio spaziale?**). 

Tuttavia, il vocabolo “ecosistema” ci è prezioso per concludere questo articolo, che tra i suoi obiettivi aveva quello di costruire una delle tante opzioni di una possibile teoria, rintracciando la reazione alla percezione di declino del Sistema e la transizione a un più lungimirante Ecosistema dell’arte. Quando ho visto affiorare i primi pezzi giornalistici dalle testate di settore sul rapporto tra virus e arte, mi sono chiesto perché il Covid-19 è (o potrebbe essere) assai temuto dalle gerarchie del Sistema dell’arte. Perché è un colpo ai loro portafogli!, mi son detto. Ed è palese. È palese, ma non è questa la vera ragione. E così ho immaginato due metafore. In realtà il Covid-19, al di là delle questione mediche sulle quali per onestà non entro in merito (e su cui tutti stanno sbattendo la testa coi loro discorsoni), rappresenta per il Sistema dell’arte un enorme ferro da stiro, un pericoloso ferro da stiro che potrebbe appiattire gli ego – che il Sistema aveva generato – costringendoli a trasformarsi in eco, in οἶκος, cioè in “unità ambientali” bell’e pronte da inserire in un ecosistemabrulicante di numerosissime altre “unità ambientali”. Cosa significa? Mi spiego. 

Ve li immaginate gli ego del Sistema, narcisisti patologici, che compiono un atto di umiltà come quello di contribuire al bene della collettività? E che passano dalla bulimia delle lodi ricevute all’alto ideale del buon funzionamento delle interazioni? Ma figuriamoci! Non potrebbero mai sopportare il terrore di questa vergogna. E quindi non lo farebbero mai. E siccome non lo farebbero mai, i vecchi sultani del Sistema difenderanno l’harem e i loro eunuchi a qualsiasi prezzo, anche a prezzo della morte (degli altri). 

È ciò in cui sono bravi, in fondo: ancorare le conseguenze devastanti del denaro e del potere alle disgrazie degli innocenti.

***

*Della teoria dell'”Ecosistema dell’arte” ne esposi per la prima volta i principi durante il convegno “I modi dell’arte”, tenutosi presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, il 30 maggio 2019. Questo articolo costituisce un’elaborazione ironica.
**La soluzione si trova in Eugen P. Odum, Ecologia, Zanichelli, Bologna, 1972, p. 21.

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.