Cesare Pietroiusti, Casting the Castle 2019. Civitella Ranieri

Cesare Pietroiusti

Cesare Pietroiusti intervistato da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la tua crescita.

Per me Sergio Lombardo ha rappresentato qualcosa di più di un maestro; è stata la persona che mi ha portato a credere, convincendomi lentamente ma in profondità, che io potevo, o forse non potevo che, fare l’artista. Prima di conoscerlo non ci pensavo proprio, anzi ritenevo che fosse una delle cose che mai avrei voluto, o mai sarei stato capace di fare. Nel 1977 (avevo ventidue anni), al termine di una riunione dell’ ”Associazione per
l’abolizione della censura nel cinema”, che si riuniva nella sede storica del Partito Radicale a via di Torre Argentina, mi avvicinò un uomo, completamente vestito di nero, che era rimasto per tutto il tempo silenzioso in un angolo della stanza. Mi disse: «Mi interessa quello che hai
detto, vieni a trovarmi», e mi diede un pezzetto di carta, con un frammento di rosa-nel-pugno (il vecchio simbolo del partito) e con un numero di telefono (me lo ricordo ancora: 6874839).
Si trattava di Sergio Lombardo: non so cosa ci stesse a fare a un incontro sulla censura nel cinema, né so esattamente perché, poco tempo dopo, gli telefonai. Da allora, per una decina d’anni, ci siamo visti quasi tutti i giorni e, insieme anche ad altri, giovani come me, seguendolo, abbiamo fatto di tutto: aperto uno spazio espositivo, fondato una rivista, fatto e
organizzato mostre, tenuto decine di conferenze, dibattiti, appreso a costruire telai, fatto esperimenti sull’ipnosi, le preferenze estetiche, la psicocinesi, la psicologia proiettiva, il sogno lucido (e quello normale), il gioco dei dadi, il silenzio, la musica quadrata, gli scarabocchi, gli stimoli subliminali. E poi interminabili discussioni sull’arte concettuale, su
Piero Manzoni, su Lo Savio, su Duchamp, su Freud, su Lacan, sulla Gestalt e sul cognitivismo, su Bateson, su Ungaretti, su Castaneda, e su mille altre cose che ora non ricordo più…
Ho un quaderno (ce l’ho ancora, ma forse non l’ho mai più aperto da allora) dove, tornato a casa, in genere a notte fonda, mi appuntavo le cose che mi sembravano le più importanti che Sergio aveva detto quella sera.
Dopo un po’ di anni cominciai a vedere i limiti di una persona che, forse per motivare noi più giovani, o forse perché ha sempre avuto la tendenza del guru accentratore di emozioni e di saperi, aveva avocato a sé quasi tutta la possibile inventività, novità, interesse teorico, dell’arte contemporanea, e mi allontanai da lui. Credo che abbia vissuto questo allontanamento un po’ come un tradimento, e forse in parte lo era. Però, siccome è un uomo
orgoglioso, e di molte e grandi risorse, non me l’hai fatto pesare.
Molto tempo dopo, nel 2014, nel corso di una mia conferenza alla quale Sergio era presente, gli fu chiesto di raccontare qualcosa di quel primo incontro di quasi quarant’anni prima e lui disse, con l’intelligenza un po’ diabolica che lo contraddistingue, che aveva visto in me un giovane con tutte le caratteristiche esattamente opposte a quelle dell’artista «normale», e che quindi aveva intuito, o addirittura deciso, che ero proprio il soggetto giusto da far diventare un artista «speciale».
Tutto quello che ho fatto da allora in poi potrebbe quindi essere considerato il risultato di un suo esperimento. Una grande (se non altro per la durata…) opera d’arte, non mia.

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/mostra peggiore? E perché?

Paradossalmente la mia mostra “migliore” è la collezione di opere sbagliate, presentata nel 2015 a Roma, e poi esposta alla Fondazione Morra a Napoli, al MAMbo per la mostra “Un certo numero di cose 1955-2019” e attualmente, chiusa e non visitabile, a West Den Haag in Olanda. Quando H.H. Lim mi ha invitato a fare una mostra presso la piccola galleria ZooZone, che lui gestisce insieme a Viviana Guadagno, ho pensato che avrei dovuto realizzare una retrospettiva.
In passato ho spesso pensato alla possibilità di fare della «mostra retrospettiva» – l’occasione in cui si rivisitano, si ri-vedono, le proprie opere fatte nel passato – non una ripetizione, ma una situazione inedita o, in altre parole, una nuova opera. Ho pensato a come avrei potuto venire a capo del paradosso di fare una retrospettiva-diopere-mai-esposte e, dopo avere ipotizzato di esporre opere non fatte o non finite, opere che avrei voluto fare e non ho fatto, oggetti che potrebbero essere opere (o anche no),
aggiustamenti o rifacimenti corretti di opere contenenti qualche errore, mi sono venuti in mente alcuni lavori che, effettivamente realizzati in passato per una certa mostra, non ho mai utilizzato perché, dopo averli fatti, mi sono sembrati inadeguati, brutti, fuori contesto, oppure copie pedisseque di lavori di altri artisti. Lavori, insomma, di cui all’epoca mi sono vergognato e che ho nascosto, ma che, raccolti insieme, potevano aspirare a un riscatto. Un riscatto anche rispetto all’umiliazione subita sotto la forma dell’impietoso giudizio di qualche altra persona, intervenuta all’ultimo momento a smascherare l’inadeguatezza o la stupidità di un’opera o la imbarazzante somiglianza con un’opera di un altro artista. Decisi così di
intitolare questa mostra “Lavori da vergognarsi, ovvero Il riscatto delle opere neglette”. Si trattava a tutti gli effetti di una “retrospettiva” visto che c’era un “disegno” del 1979 (in cui la prospettiva era clamorosamente errata), una tela del 1984 (che Lombardo giudicò non adeguata alla mostra che stavo per fare a Jartrakor), la riproduzione ingigantita di un foglio di
carta assorbente usata (che all’ultimo momento scartai, perché chiaramente incoerente con il resto delle opere dalla mostra che avrei dovuto fare presso lo Studio Casoli a Milano nella primavera del 1989); la documentazione di una performance fatta a Base a Firenze nel 2000 (che doveva essere acquisita dal MAXXI, ma che mi resi conto che di fatto era un lavoro del
fotografo Carlo Cantini e non mio); un disegno del 2006 con tanti diversi cerchietti di diversi marrone (che sembrava proprio un Damien Hirst), e così via.
Si trattava di una mostra presa «sotto gamba»? Forse sì, visto che non feci altro che tirar fuori cose dai miei sgabuzzini.
Si trattava di una dimostrazione del fatto che «inedito» è una categoria che ha più valore di «valido»? Forse, visto che opere sbagliate, cioè già giudicate prive di valore, potevano acquisirlo non solo perché venivano raccolte in un nuovo insieme, ma anche in virtù del fatto di essere state, una volta, scartate e accantonate.
Si trattava del tentativo di dimostrare che l’opera in assoluto «bella» o «giusta» non esiste?
Credo proprio di sì, e qui forse emerge una scomoda verità di fondo: quella che io ho basato la mia ricerca artistica, e trovato l’energia che la muove e la determina, in un irrisolto conflitto contro l’opera d’arte, contro la sua ingombrante e parassitaria oggettualità, contro la sua esibita pretesa di sintetizzare l’assoluto. Che sia, questo conflitto, il frutto distorto di un
desiderio inibito di presenza dell’opera? E’ probabile.
Così come è possibile che, da un punto di vista filosofico, questa opera-mostra dimostra che giusto e sbagliato sono categorie intercambiabili. Basta modificare il punto di vista, spostarsi di livello, e creare un meta-livello.
E, in tal modo, questa stessa mostra, collezione di una sfilza di errori, sia anche la mia…peggiore.

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca
artistica? Se sì, in che modo?

Dipenderebbe, ovviamente, da quali strumenti, libri, oggetti, energia ecc. avessi a disposizione. Comunque credo di sì.
In condizioni, diciamo, originarie, lo farei rinnovellando, e forse celebrando ritualmente, quel gesto che, secondo me, viene stigmatizzato dalla Genesi come il vero peccato originale umano, quello di prendere una foglia dall’albero di fico per farne una mutanda.
All’accorgersi della mancanza di vestiti, l’uomo modificò il suo comportamento nei confronti della natura: prese delle foglie e le usò in modo improprio, attuando una invenzione; il perizoma fatto di foglie di fico è il primo uso umano delle risorse naturali, la prima trasformazione del mondo.
La consapevolezza (la conoscenza acquisita sempre sotto un albero…) della mancanza dei vestiti rende Adamo ed Eva inventori, depositari di una tecnica, esseri poietici, esseri che producono, fanno. La creazione di quel primordiale perizoma di foglie di fico è l’umile, ma, se vogliamo, sacrilega assimilazione della creatura al suo creatore, l’inizio di una tremenda,
devastante quanto meravigliosa, competizione.
Sull’isola deserta non potrei, come ciascuno di noi umani, che ripetere, o forse ricominciare, la stessa storia.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di
te?

La cosa più rilevante è che qualche giorno fa ho recuperato e rimontato un tavolo di metallo e mi sono allestito un piano di lavoro per fare dei collage con i francobolli. Alcuni anni fa, alla morte di mio padre, che era un appassionato filatelista, ho ereditato una collezione, come si dice, “importante”, che ho deciso di ri-usare in modo anomalo, fuori dalle logiche specifiche e verso quelle, più imprevedibili (e, secondo me, più interessanti) della ricerca artistica. Si tratta di un esperimento sul valore economico – oltre che estetico – di oggetti da collezione che, nel loro ambito, lo stanno rapidamente perdendo (il valore). Forse è una sfida fra due diversi mondi
del collezionismo; quello filatelico rigidamente regolato da cataloghi, valori di listino (peraltro clamorosamente non corrispondenti ai valori di mercato) e rapporti fra valore e numero di pezzi esistenti; quello artistico molto più imprevedibile, basato sull’unicità del prodotto, sul nome e sulla mano dell’autore, sullo stare sempre in bilico fra il record da Sotheby’s e lo zero.
Probabilmente, è anche una sfida, diciamo, a distanza fra me e mio padre. Quando lo vedevo sulla sua scrivania, con lente e pinzetta, a “giocare” con i suoi francobolli, non lo capivo, e forse un po’ lo biasimavo. In queste settimane di isolamento e chiusura, durante il tempo dedicato alla creazione di collage bi- e tri-dimensionali, ho pensato spesso al fatto che, anche io con lente e pinzetta (e riga e squadre e matite e colle), sto facendo qualcosa di molto simile. Così, sorprendentemente, ho cominciato ad amare anche io questi piccoli e obsoleti rettangolini colorati. E, ancora di più, il risultato della loro deformazione, frammentazione, ricombinazione,
riconfigurazione.