Joana Vasconcelos, Quixote, 2017. Galeria Horrach Moyà - Arco 2020

Confiteor al balcone. Incornati dal Sistema

È arrivato il momento di riformulare il sistema dell’arte? È arrivato il momento di confessare i nostri errori? Il coronavirus ce lo impone? Diventeremo più buoni? Questo articolo, dai tratti simili a un’elegia, ritiene che la «botta» di umanità da alcuni giorni diffusa dall’editoria d’arte sia un’enorme sciocchezza: l’ennesima

I guai cominciano quando vogliono fare
i signori, le signore, gli artisti, i condottieri, 
gli industriali, gli uomini politici, i professori, gli scienziati.
La crisi delle élites si sente 
anche sulla scena, sullo schermo.
Ennio Flaiano. La solitudine del satiro

Take a look inside I’m beggin’ you
Daring you to change your mind
I know you’d say you’d try
But again I’m beggin’ you
Baby change your mind
I’m beggin’ you 
Cerf, Mitiska & Jaren
Beggin’ you

Ma che sta succedendo? Eh, che sta succedendo? Che è tutta ‘sta roba smielata, stucchevole, vomitevole? Ovunque leggo riflessioni sul futuro dell’arte, sorte da riflessioni sul Covid-19. Riflessioni – come dire? – accomunate dall’improvvisa consapevolezza che quanto finora fatto sia stato una “svista” causata dal benessere. Che l’aver adulato cessi, merde, squali e banane, e aver pagato per adularli, ci abbia allontanato dalla vita. E che la vita, la nostra vita, non sia quel teatrino suddiviso da precisi schemi, dettata dalla pubblicità, organizzata dalla burocrazia.

Oh, ma davvero? Ma davvero dite??? Guarda un po’ che scoperta! E la scoperta più fastidiosa è che queste parole vengono pronunciate proprio da coloro i quali dovrebbero starsene zitti, e cioè dai più strenui difensori del sistema dell’arte, quelli che un mese fa, fruendo mostre in gallerie asettiche, dirette da omini schizzinosi, si eccitavano dinanzi a un migrante annegato in mare o per un bambino sfigurato da un kalashnikov appesi alle pareti, sbevezzando spumante e mangiucchiando patatine. Guarda un po’! Adesso, pizzicati dalla solitudine e dalla vacuità, state farfugliando che, forse, imprigionare l’arte nel sistema è stata unasciocchezza; che, forse, dovremmo farla finita col carattere snob ed elitario dell’arte; che, forse, dovremmo cominciare a essere più concentrati, rinnovando l’arte e rendendola più funzionale; e che questo virus, oh, cavolo, sì, questo virus ci insegnerà a essere più umili, di certo. 

No, piccoli miei. È falso, falso, falso e ancora falso! Quando tutto finirà, quando tutto sarà riportato alla “normalità”, quella “normalità” marcerà come prima. Non ho nessuna sfera di cristallo per affermare quando ciò accadrà, per affermare se davvero ci libereremo dal virus. Tuttavia mi gioco le mie preziose rose, che avverrà proprio così!

Poiché s’è parlato tanto di profezie, eccone una. Tra qualche mese verremo coperti da una valanga di retorica. Sarà la retorica di quegli artisti che proporranno le loro opere ispirate al virus: opere inguardabili, inaudibili, repellenti. Opere che ci martelleranno i genitali per anni, gettando nuovamente l’arte in quella orrenda dimensione da oggettistica per gentaglia facoltosa, arte da battere alle aste, arte da scambiare per “rinvigorire” i portafogli, arte tra cui passeggiare la prima domenica del mese o alle fiere. Uguale sviluppo avrà la società occidentale, campo fangoso e recintato in cui l’arte serpeggia insieme alle sue patologie, che da più di duemila anni non è stata in grado di defecare nemmeno un’idea, nemmeno una, buona alla sua evoluzione; e il cui interesse, mi pare chiaro, non è affatto la vita degli esseri umani, bensì l’equilibrio economico. Dacché vi fanno studiare la storia come se sfogliaste un libro di cucina, e l’attualità attraverso le quotazioni in borsa, questo non potrete mai capirlo. Per banalizzarlo, e cioè per renderlo comprensibile, mi basta raccontare la risposta che la maggioranza degli italiani ha manifestato in questi giorni di primavera dopo l’emanazione del Dpcm del 9 marzo 2020, che è riassumibile in due punti e applicabile al resto del pianeta.

Da un lato, ci sono state le posizioni di storici dell’arte che sarebbe bene ricoverare, di filosofi che hanno analizzato il virus credendo di commentare una partita di calcio, di romanzieri che hanno immaginato tale dramma dimostrando di tenere solo ai premi letterari, di poeti i cui versi sono una mancanza di rispetto verso la coscienza, di spietati giornalisti alla ricerca della sofferenza eccetera; dall’altro, invece, il trionfo del trash, di chi dona denaro per riacquistare l’anima, di chi ha ignorato qualsiasi disciplina, qualsiasi limite, qualsiasi buon senso, tanto da far ripetere alle icone pop e da improvvisati sceriffi armati di fotocamera e post su Facebook, a distanza di giorni dall’emanazione del decreto, in che modo comportarsi per non contrarre il virus. Che mortificazione, che delusione… A questo si riduce l’uomo che sceglie di farsi governare, ma non sa governare manco la sua mano.

E inoltre canti, balli, discoteche in condominio, concerti allo smartphone, flash-mob al balcone e così via, mentre migliaia di gente moriva e continua a morire soffocata dalle complicazioni di un virus letale. Del resto cosa potevamo aspettarci dall’italiano, che non è in grado di rispettare la fila all’ufficio delle poste, che trasforma un semplice tamponamento in una rissa, il cui spessore spirituale possiamo misuralo attraverso i programmi televisivi con cui si diletta? Cosa c’è da aspettarsi da lui? Nient’altro che quello che abbiamo visto: una degenerazione*. Queste strambe risposte sono più che coerenti alle virtù di un popolo che – come ricorda la letteratura latina, la satira più moderna e i film b-movie – non ha mai creduto in se stesso, che per ogni occasione ha cercato fottersi a
vicenda, e che è interessato soltanto al denaro e all’erotismo volgare. Pornhub, infatti, se siete così bigotti da non averlo saputo, conoscendo alla perfezione gli italiani ha immediatamente permesso l’accesso ai suoi contenuti premier, i quali sono di solito a pagamento. Due piccioni con una fava.

Andrà tutto bene. “Avogghia”, c’erano dubbi? Ma prima godetevi l’ipocrisia: è quel passo elegante che precede l’inganno. 

* L’unica idea sensata che la mia lugubre mente approva sono quei lumini accesi la sera, che tremolano dietro i vetri appannati delle finestre, e che rendono il mio quartiere cementificato una sorta di esteso cimitero in verticale. È un messaggio che muove a lacrime e pietà.

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.