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Valentina Artone: lo specchio come soglia tra passato e presente

Dal 22 maggio al 1° settembre 2026, gli spazi di Acappella ospitano Animali degli Specchi, seconda personale di Valentina Artone presso la galleria napoletana, inaugurata in occasione della Napoli Gallery Week.

Varcare la soglia della mostra significa entrare nell’universo dell’artista: Valentina Artone appartiene a una generazione che guarda al passato non con nostalgia, ma come a un organismo ancora attivo, mettendo in relazione elementi antichi e sensibilità contemporanee.

Gli specchi non sono mai innocenti. Conservano tracce, trattengono ombre, restituiscono immagini che non coincidono mai del tutto con ciò che siamo. In Animali degli Specchi, Valentina Artone trasforma lo specchio in una metafora inquieta e profondissima: non il luogo del semplice riflesso, ma uno spazio di attraversamento, una soglia tra il presente e ciò che continua a sopravvivere nel fondo della memoria. Guardarsi dentro, qui, significa inevitabilmente guardare indietro, verso immagini che sembrano provenire da un tempo remoto e che riaffiorano come apparizioni. Dodici opere – tra disegni e tavole – compongono il corpus della mostra. Le loro dimensioni raccolte, quasi intime, hanno la capacità di condurre chi osserva verso un Altrove indefinito: uno spazio liminale sospeso tra passato e presente. A evocarlo sono soprattutto i colori sabbiosi e terrosi, che avvolgono le opere in un’atmosfera silenziosa e senza tempo. Le opere abitano lo spazio con naturalezza, senza mai sovrastarlo: lo accolgono e ne vengono accolte, come se architettura e immagini fossero nate insieme, pensate l’una per dare respiro alle altre.

Il titolo della mostra nasce dal celebre racconto contenuto nel Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero: la leggenda di creature imprigionate negli specchi, condannate per secoli a imitare il mondo umano, in attesa del momento in cui torneranno a emergere. Il riferimento al testo non è soltanto letterario, ma costituisce una vera chiave di lettura dell’intera mostra. Anche nelle opere di Artone qualcosa sembra sempre sul punto di emergere: una presenza che osserva da dietro la superficie, un’immagine che non appartiene completamente né al sogno né alla realtà. Ed è proprio l’occhio a diventare il centro segreto di questa tensione. In molte opere, le forme si organizzano attorno a strutture ovali, fenditure, aperture scure che rimandano esplicitamente allo sguardo. Talvolta sono occhi riconoscibili; altre volte sembrano cavità, ferite o specchi interiori. Ma la sensazione resta costante: le immagini di Artone non si limitano a essere guardate, guardano a loro volta. Esiste una reciprocità inquieta tra l’opera e l’osservatore, come se ogni tavola custodisse una presenza vigile e silenziosa. Lo specchio, allora, diventa anche organo visivo: una pupilla spalancata sul tempo, una membrana fragile tra mondi. Anche Il pesce (2026) appare come molto più di una figura animale: è il segnale di una soglia che si apre, l’apparizione annunciata da Borges nel fondo dello specchio.

Alcune opere restano senza titolo, come se il linguaggio non riuscisse a fissarle completamente. Questa sospensione del nome è fondamentale: in un tempo ossessionato dalla chiarezza e dalla catalogazione, Artone lascia spazio all’ambiguità, al non detto, alla possibilità che un’immagine continui a mutare nello sguardo di chi osserva. È ciò che accade negli assemblaggi no name / sogno in cassetta (2026) e no name / extension (2026), che assumono il carattere di piccoli reliquiari contemporanei. Contengono frammenti, visioni, residui; sembrano custodire uno sguardo rimasto imprigionato nella materia.

Particolarmente significativi sono anche i disegni a pastello e grafite su carta, ai quali è dedicata un’intera parete della galleria. Si presentano come apparizioni: volti, frammenti anatomici e forme ibride emergono da superfici rarefatte, senza mai definirsi del tutto. La linea è delicata, mentre le tonalità ocra, sabbia e grafite restituiscono una materia calda e antica, simile a quella di un reperto o di un’immagine riaffiorata dalla memoria. I soggetti non raccontano una storia precisa, ma evocano una dimensione interiore fatta di silenzio, metamorfosi e distanza. Nello spazio vuoto che li circonda, questi volti diventano presenze enigmatiche: intime e insieme inaccessibili, come figure incontrate in sogno o appartenenti a un tempo impossibile da collocare.

È proprio questo il paesaggio costruito da Valentina Artone in Animali degli Specchi: immagini che non chiedono di essere decifrate, ma attraversate lentamente, come si attraversa un sogno di cui, al risveglio, resta addosso soltanto una sensazione precisa e indecifrabile.

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