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Sicily in Decay - Il Paradiso Perduto II

Sicily in Decay

La prima parte del colloquio di Andrea Guastella con Carlo Arancio, fotografo siciliano che ha trascorso gli ultimi anni a documentare l’eredità di antiche residenze siciliane in rovina, leggendone le tracce storiche ed estetiche in un libro e in una mostra itinerante. 

Passeggiando per Ibla, immerso in pensieri di odio per l’arte sollecitati, come sovente accade, dalla cura dell’ultima mostra (odiare l’arte è sempre meglio che odiare gli artisti, sebbene per il bombardamento del Golestan io abbia pianto, per gli artisti italiani esclusi dalla Biennale, proprio no) ho visto, in corrispondenza all’ingresso dell’Auditorium San Vincenzo Ferreri, una ex chiesa colma di stucchi che, prima di un imponente restauro, aveva perso il tetto per un crollo ed era stata persino inglobata in una scuola, un cartello con la scritta Sicily in Decay. L’accostamento del titolo a quel relitto del passato mi spinse a leggere persino il sottotitolo – Gattopardi, Leoni ed altri Siciliani – e, udite udite, ad entrare nella chiesa, dove trovai, oltre a un divano e a una coppia di poltrone, che avevano evidentemente la pretesa di ricostruire un ambiente familiare, una mostra fotografica dedicata appunto ai palazzi in rovina dei Gattopardi, cioè dei nobili siciliani decaduti, dei Leoni, cioè dei borghesi arrivisti, sovente in competizione coi primi, e infine al lavoro degli “altri Siciliani”, ossia i progettisti e le maestranze anonime che avevano reso possibile la creazione di quelle dimore. Fortunatamente c’era anche una specie di catalogo della rassegna e soprattutto per la sala si aggirava il suo autore, Carlo Arancio, con cui è nata questa lunga conversazione. Ecco la prima puntata. 

Come è iniziato questo tuo viaggio tra le rovine di Sicilia? C’è stato un momento preciso o un luogo particolare che ha scatenato l’esigenza di questo racconto?

Mi piace dire che non ci sia stato un vero e proprio inizio, mi ci son ritrovato. Quando ero un ragazzino mi intrufolavo spesso in una villa vicino casa, con infinita spensieratezza. Passavo lì interi pomeriggi. Poi per anni la dimenticai ed al mio ritorno, quasi dieci anni dopo, restavano poche stanze superstiti, molte erano del tutto crollate ed alcune non le ricordavo nemmeno. Inoltre mi trovavo in un momento complicato in cui le analogie e le empatie con certe architetture non mi erano leggere: fu per questo che iniziai a scattare, dapprima col telefono, poi via via con attrezzature migliori. Il mio interesse poi si spostò verso altri edifici, prima uno, poi un altro e così via… non ho mai smesso.

Da chi o da cosa ti sei fatto guidare nell’individuare i siti? Ti affidi a una ricerca storiografica, a mappe moderne o al puro istinto durante i tuoi spostamenti?

Da una forte passione e dal tempo speso nella Ricerca. Come da alcune competenze apprese durante i miei studi in Architettura: si setaccia il territorio tramite cartografie IGM e viste satellitari. Cerco di individuare prima siti di interesse, per poi spostarmi a Google Maps o Earth per “diagnosticare” l’abbandono fra tetti sfondati e vegetazione infestante. Per il resto si tratta di centinaia e centinaia di sopralluoghi. Non esiste una fonte unica dove reperire indirizzi, almeno, fino a meno di cinque anni fa di questi luoghi si trovava ben poco online o in altre fonti. È solo negli ultimi tempi che alcuni di questi luoghi son diventati di facile consumo al pubblico: tra scambi di indirizzi fra appassionati riuniti dai social, la comparsa di strumenti come Google Lens ed Ai, la ricerca della visibilità e la relativa produzione di contenuti video che rivelano accessi e facciate ha reso il “gioco” più facile. Si tratta della pratica dell’esplorazione urbana, veicolata dai social, inevitabile quanto dannosa nei confronti del patrimonio poiché implica una fruizione incontrollata e generalizzata di luoghi fragili, già presente in tutta Europa da più un trentennio: come tutte le mode sarebbe prima o poi arrivata anche qui!

Il tuo volume è intriso di citazioni e rimandi: in che modo la letteratura siciliana ha influenzato il tuo sguardo fotografico e quale autore senti più vicino mentre ti muovi tra questi silenzi?

È vero, nel libro ho inserito qualche citazione; non si tratta però solo di qualche estratto dal “Gattopardo”, accostamento quasi obbligatorio e che volentieri subisco. È forse impossibile individuare un autore unico al quale accostarmi: sono infatti andato a recuperare anche frasi attribuite ad artisti noti ed intellettuali operativi in Sicilia a cavallo fra XIX e XX secolo, al pari di iscrizioni tratte dalle facciate di alcuni edifici. L’intento della stesura era di lasciar parlare questi luoghi, aldilà di quello che le fotografie con colori, bianchi e neri possano fare: è stato dunque inevitabile aggrapparsi alla letteratura come alla storiografia, considerata la complessità e la natura del soggetto, ovvero la Sicilia ed i siciliani negli ultimi tre secoli. A voler scegliere una citazione, nel libro, c’è un estratto da un testo di Michele Amari, illustre palermitano, che esprime appieno la complessità storica e culturale che ho faticosamente cercato di descrivere dall’insolito punto di vista della Decadenza: non tanto il degrado in sé, piuttosto quello che la “patina multiculturale” siciliana sia capace di raccontare.

La tua è una raccolta esaustiva o, come temo, ci sono tante altre testimonianze di decadenza da scovare nell’isola?

È esaustiva solo se consideriamo tempi, mezzi umani e geografia siciliana; decisamente parziale se consideriamo tutto il potenziale del patrimonio architettonico isolano. Dopo quasi 14 anni so per certo che non finirò mai del tutto e che solo con grande ottimismo posso considerarmi ad un quarto del lavoro! Sono decisamente di più i luoghi che vorrei fotografare rispetto a quelli che ho già immortalato. Non basterà una vita! A volte mi piace immaginare che continuerò a farlo, come energia, anche dopo…

Nel tuo volume, diviso per temi e ricco di suggestioni, la provenienza delle immagini non è indicata: lo fai per preservare i siti da atti di sciacallaggio e vandalismo, per timore di denunce o per quale altra ragione?

Il silenzio, come l’oblio, sono elementi fondanti un luogo abbandonato, entrambi cooperano nel bene e nel male verso un lento, logorante raro equilibro, di origine antropica ma fatto di natura e tempo. Il mio lavoro è volto a custodirne la bellezza, svelare al pubblico indirizzi e provenienza significherebbe proprio rompere il silenzio, rompere un equilibrio e spezzare un incantesimo che poi favorirebbe solo un immediato sciacallaggio. Certo è che sarei anche più conosciuto se facessi il contrario, perché è questo che il pubblico, nel senso più ampio, vuole! Ma lascio questo piacere a youtuber e tiktoker: mi piace dire che questo sia uno dei pochi ambiti in cui l’omertà è tutela, per di più triplice: del luogo e della sua integrità; della ricerca e della sua replicabilità; ed anche della “pace” dei proprietari oltre che dell’incolumità di altri inevitabili emuli visitatori. Sperare che rompere il silenzio in maniera incontrollata, mostrando al mondo le vulnerabilità del nostro patrimonio, possa muovere prima la tutela dello sciacallaggio, è infatti cosa da sciocchi. Sono innumerevoli le evidenze raccolte in decenni a fronte di questa tesi, cui fanno indiretta testimonianza alcune mie fotografie, al pari di quelle di tutti i fotografi di luoghi abbandonati che si sono mossi in terreni dove questa pratica è massificata. Si tratta comunque di un problema inarginabile, dove coi principi si può arrivare anche a spalare l’acqua come col forcone.

Le tue opere valgono anche come prova a carico, come testimonianza visiva di reati contro il patrimonio. L’autorità giudiziaria o le istituzioni preposte alla tutela ti hanno mai contattato in seguito alla pubblicazione?

Sicuramente sono testimonianza e memoria ma non nascono con questo intento, a meno che non vengano impugnate così da terzi, ma fino ad oggi mai è successo: di solito le mie foto ritraggono uno stato di fatto conclamato o già in equilibrio da tempo almeno nei fattori umani: se sono entrato io probabilmente i ladri sono già passati da parecchio, lasciando un varco, o ad aprirlo è stata una longeva decadenza/incuria. È già piuttosto raro trovare anche solo un pavimento integro in certi contesti. È però successo, in alcune situazioni, di poter dedurre atti di sciacallaggio più recenti, o di documentare perdite importanti dovute al tempo. In questi casi, come sempre “il luogo fa le regole”: tendo a far segnalazioni anonime, anche tramite terzi o in via ufficiosa, solo se ne vale davvero la pena. Sono stato contattato poi da proprietari di qualche edificio, interessati alle foto più che ad una denuncia e sono sempre felice di fornire la mia testimonianza! Ho collaborato in maniera diretta solo una volta, di mia sponda, con un ispettore della Regione per la messa in sicurezza di una cripta cappuccina, divenuta un “luna park” dell’orrore poco dopo la sua condivisione social, segnalando il luogo, gli accessi e la relativa fruizione incontrollata. Ne parlo appunto nell’appendice del libro “la Cripta”.

(SEGUE)

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