Ci sono opere capaci di scardinare la natura puramente fisica del luogo che le ospita, convertendo lo spazio pubblico in un’esperienza interiore, in un diaframma lirico dove il tempo sembra sospendere il suo corso. L’opera Fontana che Ettore Spalletti installò nel 2004 nel piazzale antistante il Palazzo di Giustizia di Pescara appartiene a questa rara categoria di monumenti silenziosi, capaci di ridefinire l’ambiente urbano attraverso la forza dell’astrazione e della poesia. A distanza di ventidue anni dalla sua inaugurazione, e a seguito di un meticoloso intervento di restauro avviato nel gennaio 2024, questo capolavoro di geometria e luce è tornato a respirare, restituito alla città e al dibattito storico-artistico internazionale come un bene comune che appartiene intrinsecamente a chiunque vi posi lo sguardo.
La cerimonia di svelamento, svoltasi ieri, venerdì 27 maggio, ha visto una straordinaria e calorosa partecipazione di pubblico, a testimonianza del desiderio della comunità pescarese di vedere nuovamente l’opera “viva”. L’evento ha sancito la felice conclusione di un percorso istituzionale e corale, nato dal profondo desiderio dell’allora Presidente del Tribunale Angelo Mariano Bozza e della Dirigente Rosalba Natali. La rinascita di Fontana è stata resa possibile da una virtuosa sinergia che ha visto convergere il Comune di Pescara, il Ministero della Giustizia e la Fondazione “Ettore Spalletti”, sostenuti dal fondamentale mecenatismo di numerosi imprenditori privati.
Sotto la conduzione del direttore del quotidiano Il Centro Luca Telese, sul palco si sono susseguiti gli interventi delle massime autorità cittadine e giuridiche – dal Sindaco Carlo Masci all’attuale Presidente del Tribunale Luigi Cirillo – intervallati dalle parole commosse di Patrizia Leonelli Spalletti, custode sensibile dell’eredità del maestro. Tra la folla attenta si avvertiva la presenza di una nutrita rappresentanza del panorama culturale italiano e di numerose personalità di rilievo del mondo dell’arte contemporanea. Spiccava, in prima fila, la figura carismatica della gallerista Lia Rumma, legata a Spalletti da un sodalizio profondo; una presenza che ha ricordato il lungo e rigoroso percorso di promozione internazionale che la galleria, fianco a fianco con l’artista, ha tracciato nel corso dei decenni per contribuire a imporre la cifra stilistica del maestro abruzzese nel mondo.

Da un punto di vista formale e plastico, l’opera si offre agli occhi del passante come un’immensa ellisse di 15 metri per 9, interamente realizzata in granito nero assoluto dello Zimbabwe. Nella sua apparente radicalità minimalista, questo grande bacino scultoreo agisce in realtà come un raffinatissimo dispositivo di accoglienza atmosferica. Sulla superficie perfettamente levigata del granito scorre un velo d’acqua perenne, un flusso millimetrico che muta la pietra scura in uno specchio mutevole e vibrante. Il cielo adriatico, il transito delle nuvole, le variazioni della luce solare e il profilo geometrico del Tribunale vi si riflettono costantemente, smaterializzando la pesantezza della materia in un gioco di continue apparizioni e sparizioni.
Al centro di questa vasta estensione scura, emerge una fonte azzurra, di quella tonalità assoluta e intrisa di aria che costituisce la firma cromatica e spirituale di Spalletti. Questa matrice centrale racchiude in sé, per via di una sintesi geometrica quasi filosofica, tutte le direttrici dello spazio: l’orizzontale, la verticale, l’obliqua e la curva. Da questa cavità l’acqua tracima lentamente, aggiungendo colore al colore.
Nel pensiero dell’artista, l’elemento liquido perde la sua natura informe e casuale per farsi spessore cromatico, volume trasparente, scultura nella scultura che addolcisce l’austero rigore della pietra. L’artista stesso, d’altronde, amava descrivere l’installazione con parole intrise di una delicata e poetica malinconia, ricordando come quel disco nero, inizialmente percepito come “spaesato” nel piazzale antistante il nuovo tribunale, avesse il compito preciso di trattenere la luce della città, di scandire le ore e i giorni attraverso la variazione cromatica, sino a mutarsi, nel silenzio della notte, in una figura ellittica luminosa, simile a una luna caduta sulla terra. In questa immagine si avverte il senso profondo di un luogo di contemplazione laica, dove il movimento millimetrico dell’acqua mosso dalla brezza serale restituisce all’algido spazio urbano il suono primordiale e pacificante di un ruscello di montagna.
L’orizzonte teorico dell’opera ha trovato un momento di notevole densità speculativa nel contributo critico di Danilo Eccher, il quale ha proposto una lettura colta e suggestiva, istituendo un parallelo tra la ricerca di Spalletti e la Crocifissione dipinta nel 1475 da Antonello da Messina, oggi conservata al Koninklijk Museum voor Schone Kunsten di Anversa. Eccher ha evidenziato come nel capolavoro rinascimentale i due ladroni siano appesi ad alberi dai rami tortuosi, asimmetrici e legati al disordine naturalistico del mondo, mentre il Cristo è stagliato su una croce dalla geometria impeccabile, netta e inequivocabile. La croce di Antonello non è un mero dato oggettuale, ma un simbolo universale che ordina il caos del reale attraverso la purezza della forma. Allo stesso modo, la geometria di Ettore Spalletti non scivola mai nell’algido astrattismo o nella pura speculazione autoreferenziale; al contrario, le sue forme appartengono a una simbologia precisa e rigorosa che, pur prediligendo la scelta monocromatica, custodisce e traspone la memoria archetipica di paesaggi concreti. L’azzurro della fonte e il nero del granito non sono negazioni della realtà, ma la sublimazione del cielo, delle nubi e delle cime imponenti della Maiella e del Gran Sasso, territori amatissimi dall’artista e costantemente interiorizzati nella sua pittura-scultura. La geometria diventa così lo strumento intellettuale ed emotivo per dare corpo all’impalpabile, per rendere eterno l’effimero.
La cerimonia, suggellata dalle note vibranti del concerto dell’orchestra da camera Colibrì Ensemble nel loro intenso “Omaggio a Ettore Spalletti”, ha confermato come l’arte contemporanea, quando sa farsi interprete delle stanze segrete dell’anima, non sia un lusso per pochi, ma un patrimonio vivo e pulsante. Pescara si riappropria così del suo quadrante solare dell’infinito, un’opera restituita alla sua originaria purezza che continuerà a ricordare agli uomini la necessità del silenzio e della bellezza.


