Oltre venti opere – alcune inedite, altre nate negli ultimi anni del percorso artistico di Edoardo Aruta – abitano la Andrea Nuovo Home Gallery come presenze silenziose, componendo un viaggio che attraversa tensioni politiche, memorie collettive e trasformazioni.
La mostra si sviluppa come una lenta traversata dantesca. Si scende negli inferi dell’avidità e del potere, tra immagini che parlano di dominio, sopraffazione e desiderio di controllo; si attraversa poi una sorta di purgatorio contemporaneo, fatto di resistenza, disillusione e ostinata ricerca di un ideale possibile. E infine si risale, verso uno spazio più aperto e rarefatto, dove al posto delle stelle appaiono nuvole: forme mutevoli, leggere, senza confini né appartenenze, ultimo respiro di una visione ancora libera. Anche la materia accompagna questo movimento verso l’alto. Le opere sembrano affiorare dalle profondità della terra: dal bitume e dalla grafite, dense e oscure come tracce sedimentate della memoria, fino al bronzo e all’ottone, materiali trasformati dal gesto umano e dal tempo. Nelle ultime sale, però, il peso della materia si dissolve gradualmente. Le opere approdano alla carta, alla cellulosa, superficie leggera e porosa che trattiene il segno come un respiro, dove ogni lavoro sembra tendere silenziosamente verso il cielo.
Partiamo dal titolo: introduce e sintetizza immediatamente il senso della mostra, mettendone in evidenza il carattere critico e il tema centrale. Non promette certo una rassicurante Belle Époque, ma richiama piuttosto un immaginario ambiguo, dove il confine tra verità e manipolazione si fa instabile. La frase nasce da una citazione de La fattoria degli animali di George Orwell, lucida parabola contro i regimi autoritari e, in particolare, contro la deriva della Russia post-rivoluzionaria. Nel romanzo, lo slogan originale viene progressivamente alterato per piegare l’autorevolezza del messaggio a un nuovo sistema di controllo sociale e politico. A questa citazione si aggiunge poi un gesto provocatorio e cinico: le parole good e bad vengono barrate, sospendendo l’assioma iniziale e trasformandolo in una domanda aperta.
Le porte della casa-galleria di Andrea Nuovo si aprono e ci riceve Fernarda García Marino. Lo spazio accoglie e, allo stesso tempo, mette subito in allerta: davanti allo sguardo emergono cinque opere che interrogano il potere, il dominio e le forme attraverso cui continuano a manifestarsi nel presente. Aruta osserva il contemporaneo come si osservano le rovine di qualcosa che continua a ripetersi: frammenti storici, dinamiche sociali, ideologie e derive collettive tornano ciclicamente, mentre l’uomo – fragile nella memoria – sembra dimenticare ogni volta ciò che è già accaduto.
Ècdisi (2026) e Attenti al cane (2026) si fronteggiano come presenze silenziose. Le opere evocano pratiche di spoliazione e appropriazione, ricordando le mute lasciate dagli animali: resti di un passaggio, tracce di una trasformazione. Inoltre, la finta pelle di coccodrillo è cosparsa di una superficie dorata, volutamente artificiale, diventa un dispositivo critico: simula il valore, ne imita il prestigio e smaschera quel meccanismo attraverso cui il potere costruisce la propria autorevolezza tramite l’apparenza e l’ostentazione. Richiamano le logiche predatorie del colonialismo, dove corpi, pelli e oggetti diventavano simboli di prestigio e dominio, ma anche metafora ambigua del cambiamento: trasformarsi non significa necessariamente evolvere. A volte è solo un travestimento, un modo per nascondersi. Perché la Storia, dopotutto, cambia pelle continuamente. Cambiano i volti, cambiano i linguaggi, ma spesso resta intatta la natura più profonda del potere. A confermarlo è A spada tratta (2026). La spada, emblema di sopraffazione e violenza, appare corrosa, consumata dal tempo come la coscienza umana che l’ha impugnata. Non è sollevata in battaglia: giace deposta, immobile. Forse perché non c’è più nulla da difendere. O forse perché gli ideali stessi si sono dissolti. La domanda rimane sospesa, ma sembra trovare un possibile approdo al piano superiore.


La negazione di questo ordine superiore prende forma attraverso rivoluzioni silenziose, disseminate nelle strade del mondo e raccolte da Aruta come tracce di un’umanità che continua a resistere. L’artista le fotografa, le registra, poi le traduce in grafite su carta, sottraendole alla loro inevitabile scomparsa. I disegni della serie Paesaggi sociali o Babele custodiscono proprio questa tensione. Sono frammenti di attraversamenti umani: slogan, scritte, parole urlate sui muri o lasciate ai margini delle città, tentativi fragili ma ostinati di incrinare l’ordine dominante. Messaggi spesso destinati a essere cancellati dal tempo, dalla pioggia o dal potere stesso. Eppure, nel gesto di Aruta, quelle frasi sopravvivono. La grafite le rende permanenti, le trasforma in memoria condivisa, in testimonianza viva e incancellabile. Non più soltanto segni urbani, ma reliquie di un dissenso collettivo. Ogni opera porta come titolo il luogo e la data dello scatto originario, quasi fosse un archivio emotivo e politico del presente: coordinate precise di un’umanità che continua a cercare una possibilità diversa.
Questo desiderio di utopia riaffiora anche in Quando gli asini voleranno (2026) e When pigs fly (2026). Le piccole sculture in ottone sembrano incarnare l’assurdità di ciò che viene comunemente ritenuto impossibile. Asini e maiali, simboli di un’impossibilità proverbiale, diventano qui presenze sospese tra ironia e speranza. Un faro ne proietta l’ombra sulle pareti, amplificandone la forma oltre la loro reale dimensione. È nell’ombra che l’opera sembra compiersi davvero: il corpo minuto della scultura genera una presenza monumentale, quasi visionaria. Come se il sogno, pur fragile e improbabile, potesse ancora espandersi nello spazio. La luce allora non illumina soltanto l’oggetto, ma rende visibile la possibilità stessa dell’utopia.

Le ultime opere che si incontra sono tra cielo e terra (2024). Il progetto nasce dalla richiesta formale avanzata allo Stato italiano di introdurre una nuova serie di francobolli: non volti celebri, eroi nazionali o simboli istituzionali, ma immagini di nuvole, fotografate dall’artista durante i loro mutamenti nel cielo. Aruta sottrae così il francobollo – strumento per eccellenza dell’identità nazionale e della rappresentazione ufficiale di un Paese – alla sua retorica più consueta. Nessun monumento, nessuna figura storica, nessuna celebrazione della patria. Solo il cielo: mobile, indefinibile, impossibile da delimitare. Le nuvole attraversano i territori senza appartenergli mai davvero, ignorano i confini, sfuggono alla propaganda e a ogni tentativo di possesso. La provocazione è sottile ma radicale. Attraverso un gesto apparentemente semplice, l’artista mette in discussione i meccanismi con cui si costruisce l’immagine collettiva di una nazione e il modo in cui il potere decide ciò che merita di essere ricordato, rappresentato e tramandato. Come in molte delle sue opere, anche qui emerge la volontà di riattivare uno sguardo critico e una coscienza civile, invitando chi osserva a interrogarsi sui dispositivi simbolici che definiscono appartenenza e identità.
Il linguaggio di Aruta attraversa liberamente scultura, disegno e installazione, intrecciando materia, luce, suono e immagine in opere stratificate ma immediate, dense di riferimenti eppure profondamente leggibili. Il suo immaginario nasce spesso da ciò che ci è più vicino: oggetti quotidiani, dettagli marginali, elementi così abituali da diventare invisibili. L’artista li recupera e li trasforma in strumenti di riflessione, restituendo loro una nuova tensione simbolica. Per Aruta, l’arte è prima di tutto uno “spazio di pensiero”: un luogo fragile ma necessario, in cui la coscienza può ancora attivarsi. Le sue opere attraversano le strutture del potere, le incrinano, le smontano e le restituiscono sotto forma di immagini sospese, ironiche e talvolta amare. Tra superfici corrose, parole, ombre e luci, lo spettatore viene invitato a sostare in quella zona instabile dove memoria individuale e collettiva si incontrano, lasciando intravedere, forse, la possibilità di una diversa forma di libertà.

