Vaccino Stefano Boeri

Per un’Italia più petalosa!

Saranno installati nelle piazze italiane i padiglioni per il vaccino disegnati dall’architetto Stefano Boeri. E ovviamente è nata la polemica

Sarò breve, rispettoso della letteratura “ufficiale” in materia, e spero non polemico, ma fuori luogo; ci tengo. La primula, dai petali geometricamente stupendi, i quali formano una corolla a rosetta, fiorisce quando la primavera dorme ancora. E poiché dorme ancora, e il freddo è minaccioso sulla superficie della Terra, sono pochissimi gli insetti coraggiosi che decidono di zampettare o svolazzare per i campi compiendo quel superbo disegno della natura che è la continuazione della vita. Di conseguenza ciò significa che, se gli insetti sono pochi, non tutte le primule riusciranno a partecipare al miracolo dell’impollinazione; lo afferma anche Shakespeare nel Racconto d’inverno, se non credi alle mie parole. 

Questi elementi, e tanti altri simili, hanno contribuito ad associare alla primula sì il simbolo di buona fortuna, ma sopratutto quello della precocità, della prima giovinezza o, più precisamente, quello dell’adolescenza, intesa però come perdita dell’infanzia: ovvero quel momento della nostra esistenza in cui raggiungiamo la saggia e malinconica consapevolezza d’essere entrati in un’età il cui destino è il declino, il cui sentimento è addolorarsi perché le cose periscono, e non il meravigliarsi di esse, non la crescita. Beh, chissà se la speranza c’entra.

Un grande studioso delle religioni, un torinese deceduto da anni, riporta in un suo libro una simpatica credenza popolare che non abita più nella mente della gente umile almeno dall’Ottocento. La credenza dichiara che «chi riesce a toccare con un mazzetto di primule una roccia della fate vedrà aprirsi davanti a sé la strada che lo condurrà al loro regno. Ma per riuscirvi deve prima indovinare il numero delle primule da adoperare per questo rito magico: se lo sbagliasse rischierebbe di essere colpito da sventure». 

In Italia, quel Belpaese più per tenerezza romantica che per un ragionato appellativo, le cose devono accadere sempre allo stesso modo, e cioè sempre circoscritte in una stabile e insostituibile sceneggiatura: c’è una tragedia, di qualsiasi entità; ci si perde nella confusione per mesi; montano chiacchiere e chiacchiere e chiacchiere politiche che scoppiettano nei salotti buoni come il popcorn nella padella; e poi qualcuno, un privato, gratuitamente sistema tutto. Si fa per dire. 

Oltre a quanto affermato sopra, il unico scopo è evitare una confusione simbolica che in questo regime dei media non possiamo permetterci, trovo di cattivo gusto che quelle strutture architettoniche circolari verranno installate nelle belle piazze dei centri storici delle città della Penisola. Lo spazio geografico, del resto, è un’invenzione recente di cui ancora dobbiamo capire l’utilità (lo capiremo quando la confusione cesserà, appunto). In aggiunta preciso anche, e lo faccio per gli inetti, che questo scritto non è una critica al piano vaccinazioni. È chiaro, è chiarissimo che si tratta di un commento sterile e di contenuto — mi auguro — approssimativamente semiotico. 

Ultima nota. Dello stesso architetto non mi ha mai persuaso il Bosco Verticale, a causa di personalissime convinzioni ecologiche che mi porto dentro fin da quando ero bambino, convinzioni che sono diventate — ahimè — “pregiudizi” leggendo pubblicazioni scientifiche in tema ambientale nel corso di quasi due decenni, e che volentieri illustrerei se qualcuno desiderasse ascoltarmi (rido, pensando che qualcuno voglia ascoltarmi). La scelta della primula, inoltre, mi allontana ancor di più da qualsiasi tentativo di condividere pure l’idea poco verosimile secondo cui l’Italia rinascerà come un fiore, come recita lo slogan della campagna identitaria. Prima dovremmo decidere in che modo favorire la sua rinascita, che direzione prendere, quali paradigmi abbandonare, e poi quale fiore o quale simbolo scegliere. Come dicono certi filosofi del paesaggio a me cari: prima connettiamo i vari elementi di un sistema, e alla fine pensiamo alla bellezza. 

Dario Orphee La Mendola

Dario Orphée La Mendola, si laurea in Filosofia, con una tesi sul sentimento, presso l'Università degli studi di Palermo. Insegna Estetica ed Etica della Comunicazione all'Accademia di Belle Arti di Agrigento, e Progettazione delle professionalità all'Accademia di Belle Arti di Catania. Curatore indipendente, si occupa di ecologia e filosofia dell'agricoltura. Per Segnonline scrive soprattutto contributi di opinione e riflessione su diversi argomenti che riguardano l’arte con particolare attenzione alle problematiche estetiche ed etiche.