Cronaca vera

Scrivo dunque di cose che non ho vedute, né sapute da altri, che non sono, e non potrebbero mai essere: e però i lettori non ne debbono credere niente. 

Così Luciano di Samosata principiando a narrare la sua Storia vera; e così Sciascia, in un articolo del sessantanove, citando Luciano. Il mio racconto l’ho letto invece l’altra sera sui giornali digitali. Sgarbi – incredibile dictu – è stato fatto oggetto di insulti disgustosi. Che mai avrà combinato? Vediamo. Sulla sua seguitissima pagina Facebook sventola, da qualche giorno a questa parte, una bandiera simile a quella sovietica, che mi ricorda di come, ai tempi dell’asilo, “sovietico” venisse definito chi, pur lasciandosi scappare una puzzetta, se ne stava tranquillo e imperturbabile. Non si tratta, a guardar bene, di un vessillo comunista, e neppure di una semplice bandiera; il titolo – Autentica Turca – svela anche a chi abbia scansato la naia l’essenza reale del lavoro incriminato. 

Ora, se non sapessi quanto Sgarbi adori l’arte contemporanea, coglierei nella pubblicazione dell’opera un implicito giudizio sugli autori della mostra che la Turca divulgava. Avrebbero dovuto irritarsi loro, mica i turchi! Ma così non è stato. 

La scultura, di Paolo Lelli, non era stata neanche collocata presso il museo archeologico di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, per I Mille di Sgarbi, quando in tanti, per lo più stranieri, vi hanno letto un insulto, un gesto di razzismo. E si sono inalberati. 

Vittorio, prontamente, ha commentato: “Questa è la degenerazione imposta dal cosiddetto ‘politicamente corretto’, in nome del quale si vuole adesso comprimere anche la libertà creativa dell’artista. Nel caso specifico l’artista credo abbia solo giocato con le parole, e il titolo dell’opera lo testimonia: Autentica Turca. Sì, la mezza luna è anche il simbolo dell’islamismo, ma è una mistificazione sostenere che io, esponendo l’opera, abbia voluto lanciare un messaggio politico o religioso, men che meno al Governo turco. Tra l’altro ho anche molta simpatia per Erdogan”. 

Capite? Erdogan a Vittorio sta simpatico, ma il sacro diritto dell’artista a fare ciò che vuole non si tocca. Perciò quando il sindaco del paese, preoccupato, gli chiede di rimuovere la Turca, risponde irremovibile: “Non se ne parla proprio. Semmai chiudo la mostra”. 

Come non approvare. Vado a letto, lo confesso, un po’ confuso ma felice del coraggio dimostrato. Al mio risveglio, alle nove di mattina, leggo sulla pagina Facebook di Sgarbi questo post: “Abbiamo deciso rimuovere la tanto contestata opera dell’artista Paolo Lelli. Come ribadito nel corso dell’inaugurazione, in quella scultura c’era solo un calembour, un banale gioco di parole, solo ironia. Non era certo una dichiarazione di guerra, men che meno un attacco al governo turco o all’Islam. C’è stata una evidente strumentalizzazione alla quale non intendiamo prestare il fianco. A riprova di ciò ho chiesto al sindaco d’invitare in città l’ambasciatore turco in Italia per il prossimo marzo. Non potrà certo essere una opera d’arte a incrinare i rapporti tra Italia e Turchia, paese, peraltro, che amo e nel quale mi sono più volte recato in visita, anche recentemente”. 

Tanto rumore per nulla, allora. O forse no. Nella cronaca di Sciascia si spiegava come, dalla testimonianza di un pugno di bambini, l’intera Palermo si fosse convinta – indagate pure, è un fatto vero – dell’arrivo dei marziani. Qui di come in tanti abbiano creduto, ingannandosi, nel potere dell’arte, poco importa se violento o distruttivo. 

Senza la Turca, la mostra può continuare: “È solo un’opera d’arte, non una dichiarazione di guerra o un’azione blasfema”. È del suo utilizzatore che non possiamo proprio fare a meno.