Mustafa Sabbagh
Mustafa Sabbagh, Chat room, 2014

Mustafa Sabbagh. D’arte e di vita

Mustafa Sabbagh è riconosciuto come uno dei 100 fotografi più influenti al mondo. La sua opera d’altissima caratura trova il suo principio più profondo, la sua radice più organica in un intelletto creativo e poetico di purezza adamantina. La profonda modernità, cui Sabbagh approda, affonda senza tradimenti nel tempio della Bellezza e, parafrasando Mallarmé, negli “arcani rivelati” dei quali l’artista diviene appassionato officiante. Tanto più potente è l’opera sua, quanto più ci appare icastica, ardente, ignea, purificata. La sua attività immaginativa si amplia dalla celebre fotografia, che a volte pare scolpita nell’onice, alla sapiente produzione scultorea ed installativa, sempre sortendo esiti d’eccezionale coerenza e di lucida esattezza. Se, come sosteneva Leonardo da Vinci, la luce non può mai cacciare del tutto l’ombra, Mustafa Sabbagh è l’artefice di universi immaginativi slittanti e duplici, aspri e sacri, tormentosi e lenienti, intessuti della bellezza d’ombra del Notturno e di visioni dalla più abbacinante purità ialina.
Ho avuto il piacere di dialogare con lui d’arte e di vita.

Serena Ribaudo: Guardando alla tua intensa e tenace esperienza d’uomo e d’artista, quale ritieni sia stata ad oggi la tua più grande conquista?

Mustafa Sabbagh: Mah… C’è stato un momento in cui da più parti mi è stato attribuito il merito di essere riuscito a fare comprendere che la fotografia non era la sorella sfigata dell’arte contemporanea, ma nient’altro che una delle sue lingue, come la pittura, come la scultura. Quando ho sentito che il consenso nei confronti del mio lavoro era massimo in questo senso, ho mollato tutto e ho cominciato a lavorare sulla scultura. Sono uno che si annoia facilmente, e che altrettanto facilmente guarda con sospetto al consenso e agli allori. Ho vissuto con maggiore soddisfazione le censure nei confronti delle mie opere, a Bologna, a Roma, alla Biennale di Istanbul. A ben pensarci, quelle che ho sentito come le mie più grandi conquiste sono quelli che sono stati considerati i miei più grandi fallimenti.

S. R. : Diceva Rodin: “io vedo tutta la verità, e non soltanto quella della superficie”. È questo l’irriducibile ed eterno moto dell’artista?

M. S. : No, credo proprio di no, Serena, e lo stesso Rodin con la sua opera ha contribuito allo scardinamento dei canoni classici della scultura, che erano legati fino ad allora all’imitazione pedissequa della realtà. Credo che questa cosa della ricerca della verità da parte dell’arte sia decisamente sopravvalutata. Lasciamo la ricerca della verità alla cronaca e la sua previsione, eventualmente, ai profeti; a mio avviso l’arte non deve ricalcare né risolvere, l’arte semmai deve problematizzare, e l’irriducibile ed eterno moto dell’artista, come tu dici, per quanto mi riguarda non è circolare, ma assomiglia molto di più al tracciato di un elettrocardiogramma inquieto.

S. R. : Qual’ è l’essenza, l’ousia della fotografia?

M. S. : Esattamente la stessa dell’arte contemporanea, se mi stai chiedendo di fotografia contemporanea, perché l’essenza non può essere circoscritta a una tecnica. L’essenza di un discorso non è la lingua in cui lo declini. E l’essenza dell’arte contemporanea, dunque della fotografia, è per me in quello stracitato libretto di Agamben: contemporaneo è colui che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo, per percepirne non le luci, ma il buio.

S. R. : Cito una lettera di Alberto Giacometti a Pierre Matisse: “Nel 1914 ho fatto il mio primo busto dal vero continuando negli anni seguenti per tutto il periodo del collegio. Possiedo tuttora alcuni di quei busti, e guardo sempre al primo con rimpianto e nostalgia”. Che ricordo hai della tua prima scultura? Quale il filo che annoda fotografia e scultura?

M. S. : Amo profondamente Giacometti, l’uomo e l’artista, la continua tensione verso l’alto delle sue opere e l’umanissima condotta nel basso dell’esistenza. Nel profondo, nel basso. Scavava, Giacometti, scavava, e così si elevava. Tuttavia, pensando ai miei primi lavori, ho tutto fuorché rimpianto e nostalgia. Se devo essere del tutto sincero, Serena, non ricordo nemmeno quale sia stata la mia prima scultura. Credo di essere abbastanza risolto da questo punto di vista: non ho rimpianti perché se ho fatto qualcosa evidentemente l’ho voluto, e non ho nostalgia perché credo che domani sarà meglio, come quella poesia di Hikmet. Ogni singola opera è un passo del cammino, e non posso e non voglio avere nostalgia di un passo. Per quanto riguarda la tua seconda domanda, la scultura è per me la fotografia di cui vedi anche, come dire, il posteriore.

S. R. : I prossimi progetti di Mustafa Sabbagh?

M. S. : Questo mi fa sorridere, perché sto curando dal punto di vista architettonico il progetto di una fondazione, ho accettato con gioia l’incarico come direttore artistico di una pubblicazione culturale, e sto collaborando con una galleria portoghese alla realizzazione di una capsule con le immagini di alcune mie opere. L’architettura, l’editoria, la moda, sono esattamente i campi in cui ho mosso i miei primi passi, e ora ritornano perché interessati al mio gesto artistico. Ma io ho sempre lavorato in quel solco; è che tante volte un’etichetta è più rassicurante di un atto, e allo stesso tempo ti assicura tutta la libertà d’azione che, senza una definizione socialmente condivisa, non avresti avuto. Allora sorrido, mi metto al lavoro e penso a come fare per mettermi, ancora una volta e sempre, sotto scacco.

Mustafa Sabbagh
Mustafa Sabbagh, Candido [2016]