Castelbasso - Progetto Genesi
Apokalupsos
Ritratto di Simone Mannino. Foto Rossella Puccio

A un anno dalla scomparsa di Philippe Berson APOKALUPSOS. Intervista a Simone Mannino 

A Palermo l’Atelier Nostra Signora ospita APOKALUPSOS pour Philippe Berson, progetto espositivo di Simone Mannino, ideato a un anno dalla scomparsa di Philippe Berson, scultore francese e cofondatore dell’ Atelier Nostra Signora.

L’opera di Berson, sempre potente, crudele e sincera si “riattiva” e si itera con quella di artisti, poeti ed intellettuali dando vita ad un percorso espositivo prodigioso, musicale, libero.

“Non c’ è bellezza senza una certa irregolarità” scriveva Baudelaire parafrasando Poe. E sempre richiamandoci a Baudelaire mi piace guardare alla mostra come ad un repertorio ferino di Fiori sparsi. La ferocia innesca un’ immersione nel sé più profondo, una meditazione intima, coinvolge lo spettatore, lo ferisce, lo sintonizza in maniera istantanea con lo spirito antico, notturno, animale di Berson: uno spirito che è al contempo tra il mistico e l’appestato, tra il furente e l’apollineo anelato. Mi colpisce, nello spazio principale del secentesco oratorio, una monumentale scultura che pare un toro bianco di Minosse, la cui terribilità viene alleggerita e resa irriverente da un’ aureola luminosa al neon.

Ma andiamo con ordine.

Apokalupsos si dispiega in due spazi, in due atti differenti. L’ex Oratorio in vicolo Sant’Orsola sede principale dell’Atelier Nostra Signora; e il Forno Berson, nel cuore della Vucciria, trasformato dall’artista francese in studio e fucina di produzione scultorea.

All’interno dell’ ex Oratorio il nucleo centrale è costituito da opere di Berson e dello stesso Simone Mannino; di quest’ultimo la produzione pittorica e scultorea è caratterizzata da un segno primitivo, da una poiesi incorruttibile, da universi di fantasticherie che sembrano scandagliare gli interstizi dell’inconscio restituendoci alla nostra fiamma originaria. Insieme a Berson e a Mannino incontriamo le poesie di Clément Roussier, i saggi critici e filosofici di Marcello Faletra, i disegni di Simona D’Amico, la scultura di Jesse Gagliardi, le pitture di Allegra Pedretti, il memento mori di Michele Ciacciofera e i ritratti fotografici di Gaetano Costa. Altresì un film inedito di Lorenzo Spinelli prodotto per l’ occasione.

All’ ex Forno -che continua a mantenere come sospesa l’ anima dell’ attività scultorea di Berson- troviamo invece un’installazione sonora a cura di Gaetano Dragotta e Ruth Kemna ed un lavoro in progress di Marika Pugliatti.

La mostra è accompagnata da un Public Program, che è un’espansione ideale della struttura e delle tematiche della mostra, a cura di Rossella Puccio. Il primo incontro si è tenuto in occasione della preview della mostra ed ha visto dialogare Mannino e la Puccio con Evelina De Castro, Direttrice RISO Museo Regionale d’Arte moderna e contemporanea di Palermo e Marcello Faletra, storico dell’arte e filosofo.
Apokalupsos è un evento nell’ ambito di Gibellina Off e XV Festival Settimana delle Culture.

Abbiamo intervistato Simone Mannino.

Come nasce Apokalupsos?

Apokalupsos nasce a un anno dalla scomparsa di Philippe Berson, artista, scultore e compagno di ricerca con cui ho condiviso oltre venticinque anni di lavoro tra arti visive, teatro e pratiche performative. Non volevo realizzare una commemorazione né una retrospettiva. Mi interessava piuttosto creare una situazione viva, capace di riattivare la presenza della sua opera nel presente.
Il termine greco Apokalupsos significa “rivelazione”: non la fine delle cose, ma ciò che emerge, che si manifesta e continua ad agire. La mostra nasce da questa idea. Non raccontare un’assenza, ma rendere nuovamente operativa una presenza.

Come si articola il percorso espositivo?

La mostra si sviluppa in due spazi distinti e complementari. Da un lato l’Ex Oratorio di Vicolo Sant’Orsola, dove le opere di Philippe Berson dialogano con una costellazione di artisti, scrittori, musicisti e performer che hanno condiviso con lui sensibilità, percorsi e immaginari. Dall’altro il Forno Studio Berson, alla Vucciria, antico forno trasformato negli anni in luogo di lavoro e sperimentazione.
Il percorso si organizza come una mappa drammaturgica suddivisa in capitoli — Kamikaze, Sant’Agata e Sebastiano, Vudù, Mon Amour, Colossi, Donna Mursi — dove ogni opera funziona come una soglia. Non esiste una lettura lineare: il visitatore è invitato a costruire il proprio attraversamento.

Come descriveresti l’arte di Philippe?

L’arte di Philippe sfugge alle definizioni semplici. Era una pratica profondamente fisica, costruita attraverso il contatto diretto con la materia: ossa animali, metallo, terra, pelle, materiali organici.
Nelle sue opere il sacro e il profano convivono continuamente. Non c’è mai compiacimento estetico, ma una tensione costante tra attrazione e inquietudine. Philippe aveva la capacità rara di trasformare materiali apparentemente morti in presenze vive. Le sue sculture non rappresentano qualcosa, ci obbligano a confrontarci con il corpo, con il tempo, con la memoria e con la nostra stessa fragilità.

Hai piacere di raccontare ai nostri lettori qualche aneddoto o qualche ricordo personale relativi a Philippe?

Più che un singolo aneddoto, penso a un’immagine che per me lo riassume.
Per anni ho visto Philippe lavorare nel suo studio. Poteva passare ore a osservare un osso, un pezzo di metallo o un frammento trovato per strada prima di intervenire. Non c’era mai fretta. Sembrava attendere che la materia gli rivelasse qualcosa.
Aveva una straordinaria capacità di vedere possibilità dove gli altri vedevano scarti. Credo che questa sia stata una delle lezioni più importanti che mi ha lasciato: imparare a guardare più a lungo, senza pretendere di comprendere tutto immediatamente.

Quali sono i prossimi progetti di Simone Mannino?

In questo momento sono impegnato nello sviluppo di diversi progetti che continuano a muoversi tra arti visive, teatro e pratiche performative.
Sto lavorando a nuove produzioni, tra cui uno spettacolo teatrale che debutterà a Tunisi alla fine dell’anno e una importante mostra realizzata con Berengo Studio in occasione della Biennale di Venezia 2026, che aprirà l’11 luglio. 
Parallelamente proseguo la mia ricerca pittorica e installativa, mentre Atelier Nostra Signora continua a sviluppare programmi espositivi e progetti interdisciplinari a Palermo, rafforzando il dialogo con artisti, curatori e istituzioni internazionali.
Dopo Apokalupsos, il desiderio è continuare a costruire spazi in cui teatro, arti visive e pratiche performative possano incontrarsi e contaminarsi reciprocamente, generando nuove forme di esperienza e di relazione con il pubblico.

Serena Ribaudo

Serena Ribaudo vive tra Palermo e Firenze. È saggista, storico dell'arte. Si occupa dell'organizzazione e del coordinamento curatoriale, scientifico e tecnico di mostre d'arte contemporanea presso organismi pubblici e privati. Ha dedicato la sua attività più recente alla curatela di mostre ed eventi artistici all'interno di sedi storiche al fine di una maggiore valorizzazione del dialogo tra arte contemporanea e patrimonio artistico-architettonico del passato

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