Le mostre itineranti che accompagnano il libro sono visitate da migliaia di persone e alcune rimangono profondamente scosse. A me è capitato di vedere una donna piangere davanti a una tua foto: puoi azzardare qualche ipotesi – prescindendo dalla qualità tecnica delle immagini – per spiegare reazioni così viscerali?
Ormai dopo qualche anno posso dirlo, le mostre che ho organizzato sanno anche essere catalizzatori di forti emozioni e non è stato facile averci sempre a che fare. Non è in realtà cosa rara quella alla quale hai assistito; c’è chi prova una forte empatia verso gli edifici, me per primo, o chi proietta se stesso in quello che vede ed è inevitabile commuoversi. Ma le reazioni sono molteplici a pari intensità: c’è chi si infastidisce, chi resta meravigliato o incredulo, chi viene schiacciato dalla malinconia o chi si lascia trasportare dai sogni e dalle luci. E non c’è nulla di più bello che io possa ricevere dal pubblico; le emozioni dei visitatori delle mie mostre riportano la vita nei luoghi che fotografo, seppur in una sorta di eco indiretta. Ed è questo il punto! Cerco anche di rompere la “quarta parete” della foto per trasmettere di più, appoggiandomi a piccoli arredi o alle architetture che mi ospitano. Mi piace anche evitare le didascalie ed i testi per concedere meno appigli razionali al visitatore, lasciando alle emozioni le prime risposte da trovare. D’altronde la sorpresa, che è parte integrante del lavoro di ricerca, è anche sentore di autenticità oltre che di una esplorazione ben riuscita. Andando dunque oltre al progetto fotografico ma guardando l’esperienza della mostra, mi diverte poi pensare che, attraverso le mie foto si possa condurre il visitatore ad esplorare se stesso, o ad instaurare un dialogo, che permetta di focalizzare il punto, che faccia da spunto per altri moti interiori, che sia il degrado o la bellezza dimenticata, si tratta di elementi che stuzzicano il sentire comune di ogni essere umano, “svelando” anche le parti “abbandonate” o “resilienti” che ciascuno conserva di se.

Il gusto per le rovine nasce col romanticismo, un’era in cui il degrado era talora artificialmente prodotto o enfatizzato. Tra i tuoi scatti non mancano esempi di bellezza decadente, ma la maggior parte rappresenta rovine determinate da incuria: come vivi questo contrasto tra l’estetica del bello e la denuncia dell’abbandono?
Esploro questa relazione, fra architettura e natura nella sua accezione romantica, in uno dei primi capitoli del libro mostrandone anche qualche divertente esempio, abbandonato oggi e già in partenza volutamente decadente. Si tratta in genere di architetture “capricciose”, ad uso decorativo nei giardini delle ville padronali. Erano infatti tanto amate dai Borbone come dalla borghesia imprenditoriale del XX secolo, in Sicilia. Credo che proprio lì risieda la risposta: certe sono meravigliose così, altre andrebbero salvate. È sempre una questione di contesti: lo stesso edificio, perso in campagna come in un centro urbano, ha due destini diversi. Per il primo potrebbe anche essere inutile ogni sforzo, è “normale” che la storia lo abbia lasciato indietro ed oggi potrebbe avere una valenza “monumentale” da custodire, più che una funzione vera da espletare. Per il secondo invece la rinascita è auspicata e la lettura dello scatto potrebbe anche essere quella di una “denuncia dell’abbandono”. Voler tacere gli indirizzi e lasciare anonimi i soggetti è dunque una posizione chiara, da un lato, di non volersi sobbarcare il peso del giudizio e di lasciare al fruitore le proprie deduzioni, dall’altro di offrire uno sguardo documentaristico, a tratti “emotivo”, su tutto il patrimonio, sul quale comunque riporto l’attenzione con l’onestà di una finestra, corredata solo dall’attesa della giusta luce.
Ci sono stati casi in cui le tue foto hanno innescato un processo virtuoso di recupero, oppure hai riscontrato che la visibilità ha portato solo a ulteriori spoliazioni, confermando i tuoi timori sulla segretezza dei siti?
Forse solo in un caso, una delle mie foto più apprezzate, intitolata “il Paradiso Perduto”. Si tratta di una veduta napoletana del XX secolo dipinta a tempera in una saletta da pranzo, vandalizzata poi poco tempo dopo a seguito della condivisione social del luogo e del conseguente passaparola nella nicchia social degli “esploratori urbani”, fra i quali alcuni graffitari francesi. A seguito poi di un incontro casuale con i proprietari della villa, alla mia prima mostra, mi ritrovai a regalar loro la foto nell’ottica di un restauro fedele, che pare sia anche avvenuto da pochissimo! Fatta questa eccezione posso solo correlare, con causa ed effetto, solo la comparsa di nuovi graffiti, strettamente legata alla reperibilità online dei siti, via via maggiore, come anche lo spoglio di altari e pavimenti o la forzatura di serrature e portoni. Anche la comunità fotografica di nicchia, a scala internazionale, non è rimasta impassibile davanti a questa nuova sorgente di soggetti inediti, dal fascino unico, attirando una grande quantità di creator, dal fotografo di fama internazionale allo youtuber più marginale e che sicuramente, negli ultimi anni più che nel passato, anche grazie ad alcuni spunti dalla letteratura, han contribuito a generare un immaginario collettivo di una Sicilia che sì, è decadente oggi nei suoi lasciti, ma che è anche stata infinitamente ricca e colta in più di una dorata “Belle époque”.

Andando ancora più a fondo, non credi che la decadenza stessa, con il suo carico di storia e trasformazione naturale, sia un bene estetico da preservare così com’è?
Lo credo eccome, ma con la dovuta consapevolezza. La decadenza, oltre ad un valore estetico più o meno condivisibile ha un valore culturale oggettivo nella sua patina, quando parla di stratificazioni temporali, o etniche, o quando esprime identità e storicità. Non va avallata quando implica la perdita o il degrado in sé e per sé. Andrebbe arginata quando è possibile una rinascita e rispettata e “guidata” o rallentata dove invece la sorte è sfavorevole. In sintesi: non andrebbe tolta l’edera dalle casette della “cunziria” tanto non le abiterà mai più nessuno, ma dal palazzo Florio in via Catania a Palermo sì, è auspicabile, come trovargli una destinazione d’uso più consona. È sempre una questione di contesti. Ovviamente si parla di idee, la realtà è cosa ben diversa e risponde a dinamiche più grandi di me e dei miei giudizi. È proprio per questo che nel mio piccolo, scatto queste foto.
Il tuo lavoro è dedicato essenzialmente alla Sicilia. Hai mai pensato di spostare il tuo obiettivo su rovine “forestiere” per cercare analogie o differenze con il nostro territorio?
In realtà ho scattato parecchie fotografie di luoghi abbandonati anche in Francia, per quasi due anni, oltre che un po’ in Lombardia, in Piemonte e in Veneto. In Sud Italia mi sono spinto anche in Puglia, Calabria e Basilicata. Non si trattava però di una ricerca da “zero”; andavo a visitare luoghi già visti attraverso le lenti di altri, fatta qualche eccezione, in quanto i territori erano già più che conosciuti dagli amatori del settore. Non ho dunque molto interesse a farci mostre o pubblicazioni in quanto mi sentirei come un turista alternativo che si vanta dei propri viaggi insoliti. Preferisco di gran lunga far parlare la mia terra e tracciare una strada nuova, seppur con i suoi pro ed i suoi contro. Potrei capirlo, e lo capisco perché capita, è capitato e continuerà a capitare, se si trattasse di eccelsi fotografi, grandi nomi della fotografia d’architettura, ansiosi di dire anche la loro, con giusto virtuosismo sul patrimonio siciliano, che tanto affascina, come compendio di un contributo geograficamente più esteso ma, per forza di cose, meno profondo e dettagliato della mia proposta; allo stesso modo, superficiale o forse scontato, potrebbe sembrare poi il mio sguardo fotografico se volto al di fuori dell’isola.
A cosa ti stai dedicando ora e quali saranno i tuoi prossimi progetti fotografici?
Nulla di nuovo sul fronte, sto lavorando alla prossima mostra, tornerò a Catania a palazzo Scammacca del Murgo in estate, dove è incominciata la mia avventura espositiva nel 2021; sto studiando un modo per movimentare un po’ l’allestimento. Se tutto va bene ci sarà una sorpresa! Riunirò comunque le stampe delle due mostre che ho tenuto in primavera, a Ragusa Ibla e Palermo e ne aggiungerò di nuove. Per il resto sono tentato sia dal terminare gli studi che dall’esportare la mostra oltre i confini dell’isola. Non ho le idee chiare ma una cosa non esclude l’altra. Quando ho tempo e posso, scatto nuove foto. Mi piacerebbe avere sufficiente autonomia per spostarmi e scattare ovunque nell’Isola, sempre a caccia di nuovi soggetti. Anche se lo ammetto, col tempo sto diventando sempre meno spericolato!


