ArtVerona 2026
Nicola Verlato
Nicola Verlato, Judith, 2018. Olio su tela, 170×130 cm

Nicola Verlato. Ovvero dell’Eccezionale

Serena Ribaudo incontra Nicola Verlato per la sua rubrica Incontri

Dialogare con Nicola Verlato è un immenso piacere. Uomo colto, di una cultura non univa, singolare nel lampo della sua ispirazione, portatore di un codice che coniuga senza disarmonie maestria della tradizione, conoscenza dello spirito e spettacolo esistenziale contemporaneo, egli è come un vero peintre de la vie moderne, citando il da me amato Baudelaire che tornerà presto anche lui protagonista in questo Incontro con Verlato. È Nicola Verlato, artista che rinnova costantemente la contemporaneità di codici, di verità estetiche, di immagini che ci consentono di cogliere la sua vocazione di artista straordinario, di artista di espressione potente nell’uso della pittura e della scultura.  Mi colpisce nella sua narrazione poetico-artistica la flagranza della manifestazione, la sapienza di un mito invisibile che governa la sua mano, il senso quasi sonoro della sua pittura (e qui torneremo con Baudelaire). Se l’impeto o il tragico si compiono quasi come Ananke nel suo racconto pittorico e artistico, essi comunque vengono sigillati con maestria in una costruzione rigorosa, che si concede spesso l’ebbrezza funambolica di diagonali audaci, in una forma che pare spesso scalpellata. Rimaniamo inchiodati dinanzi alle denunce delle corruzioni e delle ottusità contemporanee ammantate in forme che sembrano provenire direttamente da una luminosa fonte artistica archetipica e mitica. Nicola Verlato pare vivere nell’eudaimonia con la pittura, con una Forma intellegibile, profetica. Ho avuto il piacere di dialogare con lui.

S.R.: Scriveva Baudelaire in uno dei suoi più preziosi Fiori: “Spesso la musica mi porta via come fa il mare. Sotto una volta di bruma o in un vasto etere metto vela verso la mia pallida stella. Petto in avanti e polmoni gonfi come vela scalo la cresta dei flutti accavallati che la notte mi nasconde (…). Nicola, la tua formazione musicale è un’essenza invisibile che impregna la tua arte. Dove ti porta la musica? Quale ritmica, quale melodia dirige la tua vocazione? Verso quale direzione metti vela quando dipingi, scolpisci, disegni?

N.V.: In realtà non ascolto musica quando dipingo, o quando lavoro in generale. Non credo nemmeno che sia la musica a guidarmi in nessun luogo, ma che siano state le arti plastiche a guidarmi nella scelta del tipo di musica che ho studiato. A partire dall’800, il secolo di Baudelaire, siamo entrati nella logica per cui la musica e’ il pneuma, il soffio che spinge tutte le cose. Si tratta di un dato tipico della cultura romantica e nord europea in particolare. Io ascolto soprattutto un tipo di musica molto diverso da quello della musica di matrice classico-romantica la quale è un tipo di musica tutta legata al fluire lineare del tempo. La musica che ho studiato, e che ascolto prevalentemente, è quella rinascimentale, che è una musica che definirei “spaziale”, molto stratificata in senso polifonico e contrappuntistico e che ha poco sviluppo nel senso lineare e temporale. È una musica che mostra dello spazio le sue caratteristiche sonore, direi. È quindi la pittura e le arti plastiche che mi orientano nella scelta della musica e non il contrario. In questi giorni ascolto Striggio e Palestrina, qualche mese fa mi ero fissato con la musica inglese per “consort of viols” di compositori come Byrd e Ferrabosco. Quando trovo il tempo suono musica per liuto di Albutio e Bakfark oppure di Alberto da Ripa e Lorenzino.
Sono tutti compositori poco conosciuti, a parte Palestrina o Ferrabosco, proprio perché la nostra cultura è ancora impregnata della prevalenza del tempo nelle arti e quindi della musica romantica che ha dominato negli ultimi due secoli. Io credo che la mia sia una mentalità tutta legata allo spazio, mi piacevano questi musicisti fin da bambino e non mi interessavano i romantici. Oggi, però, che con l’età mi sono mi sono un pò rammollito, devo ammettere che qualche volto ascolto pure loro…

S.R.Una domanda che mi piace porre sempre: cosa è per te la Bellezza?

N.V.: La Bellezza, nelle arti plastiche, è il momento in cui la forma emerge attraverso un processo dialettico dai limiti postigli dalle narrative che è chiamata a rappresentare. Al termine di questo processo, che non puo’ essere evitato se si vuole produrre Bellezza, essa mostra la sensatezza delle cose, anche delle più orribili. Pensiamo per esempio a tutti i quadri raffiguranti martirii orribili e raccapriccianti. Ma è proprio la forma raggiunta dall’artista attraverso la messa in opera di un rapporto dialettico complesso fra la narrativa che vuole/deve rappresentare e la necessità della forma di manifestarsi, che li rende osservabili, e contemplabili, come nel caso per esempio del martirio di S. Erasmo di Poussin dove al santo vengono cavate le viscere con una macchina. È il tenersi insieme dialettico dei diversi fattori che determina la bellezza e la sua insondabilità che ci lascia “senza parole” che cioè arresta il potere del logos che invece separa cio’ che la bellezza mostra come unità. La forma rappresentata in sé è noiosa, inutile, un dato di fatto che non ha bisogno di essere rappresentato, e lo stesso il reale di per sé. L’arte astratta e la fotografia. Le due cose messe insieme invece ci mostrano che esiste un senso nell’apparente insensatezza delle cose.

S.R.Rimango sempre ammirata dinanzi alla possanza della tua opera. Dichiaro di avere un’ ebbrezza speciale dinanzi alla tua pittura. Una pittura che pare scoppiare, che pare animata dalla mano di un Dio Padre. Ci vedo il daimon di un Buonarroti, di un Pontormo, di un Michelangelo Merisi da Caravaggio. Quali sono gli artisti da te più amati e che hanno contribuito a formare la tua visione?

N.V.: Quelli che hai citato senz’altro, a questi potrei aggiungerne altri che potrebbero apparire meno scontati come Bellini, Raffaello e Durer per esempio. Ho molto amato Grunewald da bambino e anche Cosmè Tura per esempio, non credo però che la loro influenza sia direttamente osservabile nei miei quadri ma sono sicuro che anche loro hanno contato nel formarmi.

S.R.Sosteneva Wind: “Sia logicamente sia casualmente, l’elemento decisivo è l’eccezionale, perché esso introduce (per quanto strano possa sembrare) la categoria più ampia”. Eccezionale e ultra-realismo convivono straordinariamente, senza dissonanze bensì in un codice maturo, nel tuo stile narrativo. Qual è il tuo rapporto con l’eccezionale?

N.V.: L’eccezionale è l’evento che scompagina l’ordine dato, è ciò che ci chiama a fare lo sforzo di dar senso alla deflagrazione della quale siamo testimoni. La ricerca della forma nell’inatteso, di una forma nuova e’ credo il motivo principale per il quale dipingo. La complessità del reale sembra diventare sempre più inestricabile e soverchiarci. È proprio per questo che si rende necessario trovare il senso nell’apparente insensatezza per ricondurlo al cospetto del’umano. Per renderlo com-prensibile, per poterlo prendere con sé. Io credo che sia lo sforzo più tipico di ogni civiltà, la creazione di modelli dove la realtà anche più complessa assume una forma chiara. Wind parla giustamente dell’ampliarsi della cognizione del reale grazie all’evento dell’eccezionale. Questo ampliamento introduce una necessita’ di produrre modelli iconografici, e compositivi, operazione che trascende i singoli individui e che attraversa le generazioni. Un evento cosmico cme il Giudizio Universale, trova nella versione di Michelangelo, la sua forma compiuta. Esso ha dietro di se, però, una storia secolare che sicuramente è iniziata perlomeno due secoli prima con Giotto e che passa Da Beato Angelico, forse anche Van Der Weiden e poi sicuramente Signorelli. Cosa è successo in quel dato evento, è possibile riportare ad una misura lo smisurato? Ciò che eccede la nostra comprensione, l’eccezionale in una forma che la rende di nuovo comprensibile? Trovare la forma di un evento deflagrante segna il passaggio di epoche intere.

S.R.: Prossimi progetti di Nicola Verlato?

N.V.: Sono molti, anzi moltissimi, alcune mostre in gallerie, progetti museali e commissioni monumentali, vedremo se sopravviverò…

Serena Ribaudo

Serena Ribaudo vive tra Palermo e Firenze. È saggista, storico dell'arte. Si occupa dell'organizzazione e del coordinamento curatoriale, scientifico e tecnico di mostre d'arte contemporanea presso organismi pubblici e privati. Ha dedicato la sua attività più recente alla curatela di mostre ed eventi artistici all'interno di sedi storiche al fine di una maggiore valorizzazione del dialogo tra arte contemporanea e patrimonio artistico-architettonico del passato

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