Non è raro che i quadri si rivoltino contro gli effigiati. Prima di venire a Malta, Caravaggio aveva dipinto un’opera che, a detta del Baglione, gli valse la nomina a cavaliere, precisamente a “cavaliere dell’Obbedienza Magistrale” (il rango più basso: quelli più alti erano riservati ai nobili, e il pittore non era di famiglia aristocratica): un ritratto in armatura di Alof de Wignacourt, Gran Maestro dei Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme. Sulla destra un valletto, Alessio Costa, figlio di quell’Ottavio banchiere che fu a sua volta committente del Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, gli porge l’elmo, a completamento della vestizione. Il quadro in armi, anche se da parata, vuol quindi esaltare il Wignacourt, potente incarnazione del “Miles Christianus”. Ci si potrebbe aspettare di incontrare il dipinto da qualche parte a Malta. E invece no. Il pezzo viene spedito in fretta e furia in Francia, dove lo si ritrova, nel 1670, nelle collezioni di Luigi XIV e dove tuttora risiede presso il Museo del Louvre. Per quale ragione? Probabilmente il proprietario avrà voluto liberarsene dopo l’espulsione di Caravaggio dai Cavalieri, membro “putrido e fetido”, a pochi mesi di distanza dall’ammissione all’Ordine per cui il Wignacourt aveva garantito. E dire che il nobiluomo era venuto proprio bene. Certo l’armatura, come la posa, è un po’ antica, ma il suo volto, con gli occhi rivolti al cielo, è gioioso e sorridente, in complice dialogo col giovane che non si limita a porgergli l’elmo: guarda verso di noi, presenti nella stanza ad assistere alla scena. Che non è affatto guerresca. Sotto l’armatura si vede la camicia, come se il cavaliere, dopo anni di inerzia – Wignacourt aveva combattuto nel Grande Assedio di Malta nel 1565 e a Lepanto nel 1571, mentre il dipinto è del primo decennio del Seicento – si fosse deciso, più che per necessità per gioco, a vestirsi da soldato. Strano destino. La familiarità, la naturalezza che il ritratto tradisce, che per il committente era fonte di grande imbarazzo, è oggi il maggior pregio del dipinto. Se ne ricordino gli alfieri del politically correct – di cui, in un certo senso, Wignacourt è il precursore – sempre pronti a giudicare le opere non per ciò che esse sono – creature autonome, viventi vita propria – ma per ciò che essi credono di potervi trovare.



