«I virus sognano gli uomini» di Marco Palladini con una post-fazione di Plinio Perilli

Questa sera nella Capitale del Covid-19,insieme a Lafcadio Wluiki, leggerà una poesia Nando Mericoni: apparteniamo ad un solo genere, il Nostro, quello della catastrofe Semio-Pandemica!

Ai più grandi maestri della Catastrofe Mondiale, le etichette da sempre vanno strette. Lafcadio si rifiuta. Lafcadio si sottrae dall’essere catalogato come Padre della Decadenza Pandemica contemporanea, così come Mericoni, un suo fidato doppio amico-antagonista, un gaio «amico-nemico-anfibio», un contento sollazzatore di storie linguistiche paradossali, che evade dall’accettazione dell’appellativo di semio-distruttivista laureato. Non fanno eccezione gli alter-Ego di Lafcadio 1 e Mericoni 2, stasera ospiti dell’ennesimo lockdown, dove si strisceranno in pubblico due cartine colorate di coca e di scritture tossiche.

Nulla importa che siano universalmente riconosciuti il primo come il fondatore di Psico-virus, il secondo come il doppio psicovirus più travestito d’Europa e di maggior successo al mondo.

“Oggi il genere virus-sogno, ipercinquantenne veterano di alcuni dei pilastri del Rimorso-Sognato, è diventato un’etichetta che fa parte della «cultura pop-lessica», ma così non era quando ha cominciato a disegnare una vetrina di sogni sui muri della Capitale. Quando ad uno scrittore si incolla addosso una sigla, allora capisci che egli ha chiuso, inizia ad essere venduto nel settore della cronaca a buon prezzo, come interprete dei Virus-Sogni più estremi. È dello stesso parere Marco Palladini, narratore e poeta, nonché drammaturgo, regista, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca. Suoi testi in versi e teatrali sono tradotti in moltissime lingue del mondo. Ha scritto e allestito una quarantina di testi, spettacoli e performance teatrali e poetico-musicali, realizzando anche con I. La Carruba il videofilm Fratello dei cani (2013). Tra le ultime pubblicazioni ricordiamo le sillogi Attraversando le barricate (2013), È guasto il giorno (2015) e De-siderata (2018); il romanzo Stecca, mutismo e rassegnazione (2017), Strasognando Fellini (attraverso nove stazioni/ stagioni filmiche) (2019), e la raccolta di racconti Nomi Veri Falsi (2019, da me recensito in segnonline, https://segnonline.it/marco-palladini-nomi-veri-falsi/). Lo scrittore totale romano osteggia, dunque, ogni facile schematizzazione ed ha le idee chiare sulle influenze del sé politico stimato in gioventù sul sé visionario e viceversa. L’attenzione che Marco Palladini nelle sue storie pone verso i cambiamenti tecnologico-ambientali e le terribili conseguenze che essi hanno avuto per la società, nonché la descrizione di mondi virali e tumorali del capitale, l’hanno spesso fatto accostare a tutti gli autori che cita. Ma Palladini non prende le distanze in modo diplomatico, così come appare nel suo abito militante e nei suoi atteggiamenti molto engage, lo  dà da fare, in maniera cresposa, populista, poppista, gaddiana e pasoliniana, alla lessia virale reloaded. La fanta-realtà, il surd-realismo, la «provocazione teatrematica» sono stati elementi fondanti anche per il doppio “personaggio sognato dal virus”, poi mossi verso lidi sempre più paradossali, tra grottesco e satira sociale, con dosi massicce di non-sense, violenza e fantasia psicodinamica, il Mostro viene assimilato dalla apparente dolcezza estetica del Virus linguistico. “Per me Se il Grano non muore, i Diari del 14-27 di Gide, sono un grande laboratorio, molto importante – immaginiamo che Palladini possa dire di questa scrittura – ma gli preferisco I sotterranei del vaticano, che in una stessa frase  sono capaci di essere lo scrittore migliore e peggiore del mondo. La metafora gidiana che più mi ha influenzato è la paradossalità dei doppi”. 

Al giorno d’oggi, l’importanza di un autore si misura spesso attraverso la quantità di opere trasposte sul grande schermo. Nulla di più sbagliato se si considera il rapporto che Palladini ha avuto ed ha con il cinema, il video sperimentale e soprattutto con il teatro. Il critico teatrale, il performer Palladini non nasconde il suo apprezzamento per i live act che venivano programmati per la “pratica critica delle pratiche” e rivela che tramite l’uso della parola viva non corre oggi buon sangue con il conflitto mediale. “È indubbio – ammette – che io sia stato influenzato dal teatro e dall’oralità del reading di poesia, anche se ad esso ho sempre preferito la forma della scena nuda, cruda, che spazia nel romanzo. In particolare dall’orrore della pandemia e dalla suspence del rituale funereo della fera paradossale, fera di morte, fatta con una ricchezza di sceneggiature e contro-sceneggiature, racconti che esplodono nel micro-racconto, testualizzo ciò che si muove in un live act scritturale. Oggi il teatro e la critica teatrale saccheggiano volentieri il living, ma non sono molte le trame in cui compare il soggetto reale, la verità potrebbe essere anche il ritornello della pièce”. 

Per Marco Palladini, la situazione non è più rosea e così lineare. “La malattia fantasma imperversa e si coagula con l’infezione linguistica. Non molti pezzi di scrittura-orale – ironizza – hanno un rapporto legittimo con ciò che scrivo. Paradossalmente le trasposizioni migliori sono quelle in cui mi ha contattato l’alter ego di Lafcadio Morriconi e i suoi specchi psicofilosofici e poetici: il sacerdote, il regista, il medico condotto, l’amico segaiolo ed erotomane, la psicologa online”. Potrebbe sembrare strano parlare di estetica del post-leviatano, a proposito de I virus sognano gli uomini, cioè di un doppio che avrebbe dedicato più di una quarantena della sua vita storico-letteraria, al problema dell’inquietudine del presente. Una polmonite originariamente anomala, in grado di attualizzare la nozione globale di invisibile, in una città della Cina Centrale, molto abitata ma non così conosciuta, dà vita ad un nuovo concetto segnico-astratto, in grado di minacciare la fuffa dei meme. Una notizia, tutto sommato piccola, trasforma l’immagine che c’eravamo fatti del grande continente cinese, leggendo e aggiornandoci con contributi come quello di Giovanni Arrighi, Adam Smith a Pechino: genealogie del ventunesimo secolo (2008), in qualcosa di invasivo e contagioso. Un’angoscia mista a dubbio e farraginoso sospetto, che cresce giorno per giorno, toccando alti e bassi. Intanto, nuovi contagi in tutto il paese. Morti, immagini drammatiche sui social network cinesi: ospedali al collasso, persone che chiedono aiuto dal balcone. Sembra un fenomeno isolato, ma un giorno di fine febbraio è l’Italia il primo paese ad accorgersi che il nuovo coronavirus fa molto più male di una normale influenza, così come un romanzo  di lessìe virali è molto più incisivo di un articolo di cronaca. In un batter d’occhio, ospedali e angoscia si riempiono. L’Italia diventa il nuovo epicentro del virus che, come una febbre leviatanica, si sposta da una zona del globo terracqueo all’altra, si sposta insieme ai media, quelli che in una totale riconversione post-copernicana hanno restaurato i tolemaici dello schermo fisso, bloccando il movimento di persone e l’economia, come non succedeva dalla Seconda Guerra Mondiale. Il Lafca, Albertone nazionale, il burino della governance, che nel frattempo è diventato globale, non ha mai  smesso di elaborare l’angoscia da virus. L’arsenale cronachistico della pandemia gli è apparso da allora come la materializzazione dell’assoluto catastrofico strisciante, di un assoluto negativo, come la possibilità concreta dell’annientamento di ogni forma di vita; come un potenziale, la cui presenza stravolge, e deve stravolgere tutte le nostre priorità, tutte le nostre categorie vitali, morali, politiche, confermando e reagendo con una ironia da guerra fredda (a distanza) e da trattato di scienze politiche, un’ironia e un’intelligenza come antidoto all’impatto sociale dell’evento pandemico, glossato a margine da Plinio Perilli.

Il Covid-19 è appunto l’immagine simbolica della lotta nichilista contro il male inespugnabile ed anche contro la separazione e l’esilio interno o esterno: è l’epidemia perenne e invisibile, in filigrana il fanatismo mercantile e la malattia neo-liberista. I diversi piani si sovrappongono a proposito, ma sempre rispettando quella chiarezza e limpidità dello stile che le vittime del Covid considerano la vetta dello status quo e del qui et ora. L’insegnamento viene dai grandi spettri classici della letteratura mondiale, che costruiscono la consanguineità delle trame attorno al solo plot di Marco Palladini. Procedimento certo sperimentale: concezione e al tempo stesso principio di una collassata economia e di una specie di monotonia appassionata del pericolo. È al tempo stesso creatrice e meccanica. Essere spudorato, è ripetersi in I Virus sognano gli uomini. Questa oggettività polemica è una vittoria, commenta ancora Marco Palladini, i limiti che scorgono nei romanzi (istant-book) sono sempre stati stabiliti intenzionalmente. «Le roman du virus» (le roman à l’intérieur du virus), parte proprio da questa premessa stilistica.

L’adozione di un apparentemente invisibile e distanziato «stile impersonale», schermaticamente indifferente, è del resto sottolineato dal Passaggio dall’Io di Lafcadio, prima figura personale che vorrebbe essere il simulatore egotico dell’universale,  fino alla terza persona del Covid. Infatti sembra che M.P. richiami lo spettro del colera. In una pubblicazione collettanea che si interroga sulle sorti de La letteratura nell’era dell’informatica che ci ha visto, insieme, a confrontarci sulle derive della «letteratura portatile a futura memoria», Marco scrive che: “La letteratura all’epoca – non del colera – ma della globalizzazione (magari è la stessa cosa). Der terrestrischen Globalisierung, ci spiega il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, non è un fenomeno degli ultimi decenni, ma un impulso, quasi un entelechia, che sommuove l’umanità fin dalle epoche più remote”(2006). La visione estremisticamente soggettiva è abolita di fronte ad un mondo che, prima di essere eventualmente interpretato e giudicato, deve essere restituito nella sua complessa medialità morfologica del beffardo contagio microbiologico. Ecco perché M.P. ricorre al tradizionale espediente della cronaca, della storia in corso, del sarcasmo “sui tempi attuali”: solo alla fine del petit roman sapremo che la narrazione parte dai suoi deliranti taccuini teatronautici. La genesi de I Virus sognano gli uomini è veloce, scorrevole e metacronachistica, una cronaca che prende in giro la cronaca e i suoi attori: giornalisti perversi ed assassini. Ricordiamo la frase, in quel pezzo di Walter Benjamin su Gide, siglato 31 ottobre 1929, che si fa emblematica: “C’è un’affermazione di Sainte-Beuve che sembra una profezia figurata ad André Gide. Egli parla della differenza fra intelligence glaive e intelligence miroir, intelligenza-spada e intelligenza-specchio. Gide mostra entrambe nella loro compiuta unità. L’io e la sua spada, e il suo scudo è talmente lucido che su di esso compare il mondo intero, come sullo scudo di Achille”.

Se per Palladini, trasduttore eretico di Kundera-Céline-Borges, la romanzolatria non è mai stata un’attività conciliante, o magari un esercito di consolazione, dopo la pandemia o dentro la pandemia, l’evento della nostra epoca, è diventata una storia nelle storie paradossale, che elegge sul volto espressivo della facies Ippocratica e degli uomini di oggi il segno di una radicale discrepanza fra le facoltà umane, tra i prodotti della sofferenza e la sua facoltà di com-prenderli (cum-prendere). Si potrebbe dire che, per Palladini, non sempre “verum et factum convertuntur”. Questa insistenza, ossessiva, sul Corpus Hippocraticum della realtà, virante e dirimente, della Pandemia, sulle sue conseguenze attuali e potenziali, è diventata negli anni coestensiva alla verbalità di Marco Palladini, fino a valergli le definizioni di «Cassandra della segnicità post-Leviatanica; rimuginatore di eventi epidemici; dickiano infodemico; viaggiatore ipermediatico di liminalità precipitate».

Per quanto dolorosa possa essere, credo che M.P. approverà senza difficoltà questa caratterizzazione del proprio ruolo, che riflette l’immagine multipla del suo essere «prosatore virale». In questo modo, tuttavia, si corre il rischio di riportare la scrittura narrativa (o narrata dalla realtà) al gesto della centralità lukacsiana, ovvero del Lucaks di fine carriera, quella del post festum dell’Ontologia dell’essere sociale del 1973.  Certo, un profeta strano, che spera e dispera sghignazzando e adombrando di non aver ragione, ma di non avere neanche torto. Ma il lato profetico di M.P. non è forse necessariamente chiuso al dialogo dalle parole, che indicano nella tecnica tout court il nuovo soggetto dell’attualità pandemica, della lessia virologica? È possibile distinguere un M.P, profetico, o farmacologico (mi riferisco al termine nella sua accezione originale), della satira mordace, da un M.P. critico? La critica di M.P. implica l’esperimento, l’incessante variante sul distanziamento e immaginare forme di vita e di pensiero tragico, da cui può anche nascere una dottrina; ma quest’ultima, per quanto coraggiosa e lodevole possa essere, non è già la fine dello sguardo oppositivo, il silenziamento dello scetticismo, la morte del sospetto che «stramazza» sotto il ventre ambiguo del Covid-19?

Ora, se ci si chiede che cos’è questa dimensione di scontro-assenso, si arriva al cuore della contrapposizione visionaria di M.P.: una fotografia che, si vedrà, è (anche) un’estetica. E non lo è perché si occupa di una lingua del “romanzo potenziale”, di dramma-farsa o di altra immagine di disastro annunciato, ma piuttosto perché mette in primo piano la necessità del qui et ora, per comprendere la morte della politica, il declino della cultura, di ricorrere a condizioni non soltanto logiche, ma anche immaginative e sentimentali. Lungo questo percorso cercheremo anche di chiarire come il gioco tra il distanziamento realistico del qui et ora e il distanziamento leviatanico, pandemico-metaforico, se non può condurre alla catastrofe annunciata, non sia però così diverso da una prognostica letteraria di uno “stadio di urgenza terminale”. Questo problema è del resto strettamente legato a quello della colpevolezza generale e personale della parola, dell’uso delle scritture.

Alcuni personaggi de  I Virus sognano gli uomini, e tra i doppi più significativi, sono torturati da un’ansia di giustificazione, o almeno di essere giudicati da un giudice universale: assillo che si manifesta attraverso le innumerevoli immagini di  giudici e giudizi sfuggenti, processi “arterati”, testimonianze castigate dall’ombra della malattia invisibile, che emergono ad esempio dalla bocca del protagonista. Ma su che cosa fondare la giustizia? La lotta si limita ancora a combattere l’ingiustizia: Ni victimes ni bourreaux, potrebbe essere il titolo di una nota serie di glosse a margine di articoli che M.P. sulle pagine di FB pubblica nell’immediato postumo delle lessìe Covid-19 e del suo stesso romanzo. Ma come sfuggire all’immobilismo pandemico e mediatico, che paralizza l’azione e che ha riportato il mondo schermatico alla riconversione tolemaica? Quali sono i limiti del dissenso? Siamo in pieno nel clima di una persona in rivolta costretto a confrontarsi anche con l’opportunismo gentrificazionale, che continua a spargere contraddizioni fine a se stesse. Rispetto al problema dei valori, I virus sognano gli uomini mette M.P. di fronte ad una scelta difficile: se l’azione di una malattia invisibile può essere il gene post-umano che vivifica il comune degli altri simili, su cosa fondare questo accordo disperato se non su un «valore glossematico»? Ma un valore è qualcosa che fa necessariamente appello ad una visione trascendente o almeno gerarchizzata del mondo. E come affidare il destino umano a dei principi che lo superano? Questa evasione assomiglierebbe allora a quella della speranza inedita. Se succede una catastrofe, come il Covid-19, se succede una catastrofe “che sta accadendo”, se succede una reazione invisibile che ci ritrasporta a Tolomeo, le persone devono accordarsi contro di essa. Come lo faranno, ecco il problema! L’insidia, affacciandosi al precipizio, riconosceva tuttavia spontaneamente che l’esistenza dei valori supponeva qualcosa di certo. Ma non vedeva in che cosa potesse consistere questa stessa certezza.