Dimorare al Museo Archeologico di Gennamaria a Villanovaforru

di Simone Mereu

Dimorare“, organizzata dall’Associazione Culturale Aequamente è ospitata negli spazi per le esposizioni temporanee del Museo Archeologico di Gennamaria a Villanovaforru, ubicato presso l’ex Monte Granatico, pregevole esempio di architettura civile sarda riqualificata, un tempo destinata al prestito di grano ai contadini bisognosi, i quali si impegnavano a restituirlo dopo il raccolto con una maggiorazione. La mostra, curata da Carmelo Cipriani, invita il visitatore a meditare proprio sul grano come archetipo del processo creazione/produzione, ispirandosi alle riflessioni sulla natura di Joseph Beuys e in particolare alla sua ultima opera Svecciatoio per la fame nel mondo: una vecchia macchina agricola in cui il grano è selezionato dopo il raccolto, ripartendo i chicchi in sette cassetti diversi, tanti quanti i giorni della genesi. Il tema beuysiano di sensibilizzazione ambientale trova forti nessi nelle tradizioni della Marmilla, territorio di Sardegna un tempo chiamato granaio di Roma e ancora centro di produzione cerealicola, caratterizzata da grani di alta qualità. Proprio pensando alla vocazione agricola del territorio, storicamente testimoniata da reperti rinvenuti nell’area del Nuraghe Gennamaria che segnano un diffuso culto di Demetra/Cerere in epoca romana, è stato scelto il titolo ”Dimorare”, quale risultato di una sovrapposizione consequenziale dei concetti di vita, abitazione, radicamento e comunità. I continui rimandi tra creazione e produzione accompagnano il percorso poiché, come ci avverte Cipriani “da un lato, attraverso l’architettura, rinvia al grano quale specificità produttiva del luogo, dotata di un precipuo potenziale economico e sociale, dall’altro, mediante le opere esposte, ne esalta il valore puramente spirituale, aprendo la riflessione alternativamente alla dimensione mitica e a quella esistenziale”. Ad accogliere il visitatore è l’installazione Alterità, di Constabile Guariglia, omaggio alla cittadina ospitante, che nel grano ha la sua intraprendenza e la sua operosità: su una distesa di grano è poggiata una moltitudine di scarpe usate fornite dai lavoratori del luogo e poste lungo il perimetro della stanza. Guariglia sembra voglia alludere alla comunità di Villanovaforru pur preservando l’unicità di ogni suo componente, che diviene attore del ciclo creazione/produzione, poiché ogni elemento della comunità poggia sul grano che coltiva e lavora e il cui frutto è per tutti prosperità. Il secondo spazio espositivo apre con Family di Pamela Napoletano, tre figure, due donne e un neonato, dalle forme in scale di grigi sono percorse da pennellate che riproducono la variabilità cromatica dello spettro. Il colore -nutrimento/grano- diviene flusso variabile che attraversa altre quattro tele di Pamela Napoletano, poste sulla stessa parete, rendendone visibile il portato memoriale: il grano non è rappresentato ma sottointeso, chiamato nella sua possibilità di essere nutrimento collettivo, che invade più luoghi e più individui. Nelle due restanti pareti della sala Maria D’Anna propone la spiga di grano coniugata attraverso varianti di colori e garze, volta ad una riduzione analitica del linguaggio: la spiga, ci spiega Cipriani, “in un evidente parallelismo grano-oro, emerge da un ritmo di minute trasparenze, esaltando la perfezione dell’elemento naturale, traslando la compiutezza iconica in equilibrio formale. Al contempo la tela si fa metafora del corpo da nutrire, preservare, curare e proteggere”. Il terzo ambiente, tutto dedicato alla donna quale generatrice di vita, vede di lato tre tele di Evita Andujar, che raccontano atteggiamenti spontanei, trance de vie, catturate da sapienti impasti di luce e colore, disposti in composizioni, contesti e ambienti di vita autentica, una sorta di comédie humaine, per dirla con Balzac. 

Dimorare – Museo Archeologico di Gennamaria a Villanovaforru – 2019
Dimorare – Museo Archeologico di Gennamaria a Villanovaforru – 2019

Donna e dea, simbolo stesso della Terra e della fertilità la Demetra di Helen Broms Sandberg si manifesta isolata sul muro di pietre della stanza con una grande foto che riproduce le fattezze dell’antica divinità con il volto in primo piano coronato da spighe di grano, suo attributo, simbolo di vita e prosperità. L’immagine, doppia, reale e speculare chiama la duplice vita della dea, resa sconsolata dall’assenza della figlia, rapita da Ade (inverno), oppure felice per la presenza di lei (estate), divise da quella sottile linea dell’infinito che dà il titolo all’opera. Nell’immagine dell’inverno le spighe perdono l’ordine della corona per galleggiare intorno al volto riportando alla memoria la suggestione dei fiori dell’Ofelia di Millais. Nell’altra parete breve della sala è Reteospective (Ages) di Karin Maria Pfeifer, un parallelo tra il ciclo della vita e il concetto grano-nutrimento attraverso una sorta delle tre età dell’uomo declinato al femminile, in cui tre donne – ordinate dalla più giovane alla più matura – con reciproci sguardi generano un concatenamento temporale, un trasferimento di esperienze in cui il cambiamento diviene meccanismo di ottimizzazione delle condizioni di vita, sviluppo e adattamento a nuove circostanze l’interpretazione che del grano fornisce 

La quarta stanza è occupata da La cerimonia della contemplazione di Gianfranco Basso, installazione composta da due figure filiformi, trasposizione spaziale del ricamo, suo consolidato mezzo espressivo, che richiamano le fattezze di Zeus e Demetra. I due dei ai lati di un mucchio di grano, lo contemplano e lo sorvegliano, lanciando un monito alla comunità che lo ha ricevuto. La visione ci riporta ad immagini consuete di ambito cristiano, alle rappresentazioni dei presepi, sovrapponendo pagano a cristiano facendo divenire il grano archetipo di Gesù, portatore della nuova salvezza, cibo per l’anima che rigenera.

In una sala separata l’opera di Sula Zimmerberger che per riflettere sul ciclo vitale, si concentra sulla pianta del grano non senza parallelismi all’esistenza umana: attraverso il video The Dropped one, tratto dall’omonima installazione fotografica composta da scatti autonomi ma complementari, l’artista parte dal seme, dai suoi meccanismi di proliferazione per giungere ad una riflessione più vasta sulle potenzialità generative della pianta, tra ciò che nasce, cresce e vive e ciò che non nasce e non genera, in altre parole, tra vita attuata e vita potenziale.

Gli artisti selezionati compongono un racconto contemporaneo che parla al territorio in una dimensione che va dal particolare all’universale, in grado di fondere le culture e la religiosità, che nel tempo si sono stratificate, intorno al mistero della vita e della sua rigenerazione.