DAMP Collective. Adriano Ponte, Alessandro Armento, Viviana Marchiò, Luisa de Donato

DAMP Collective: dal progetto ‘Vacuo’ all’indeterminazione spaziotemporale

Protagonisti del progetto partenopeo ‘Materia Viva’ a cura di Maria D’Ambrosio e Giovanni Petrone, con l’opera VACUO a Palazzo Fondi, i quattro artisti campani Luisa de Donato, Alessandro Armento, Viviana Marchiò e Adriano Ponte, noti come DAMP, per Segnonline si aprono ad una insolita riflessione

Il mondo dell’arte si dice sia piccolo, composto dai soli noti, etichettati ognuno secondo una ancestrale ed intoccabile griglia di parametri che pare non lasciare scampo a nessuno [di noi]. Ma il mondo dell’arte si rispecchia in dettagli ancora più piccoli come quando, lontano dalle terre natie o di residenza, si scopre che il fratello minore di una carissima compagna di scuola ha fondato insieme con altri tre artisti, uno dei collettivi più interessanti e colti del panorama odierno italiano. È perciò da anni che, con interesse, curiosità –  e un po’ di orgoglio sannita – seguo il lavoro del Collettivo DAMP, formato Luisa de Donato, Alessandro Armento, Viviana Marchiò e Adriano Ponte . Se qualche settimana fa hanno attraversato gli spazi della Raccolta Lercaro a Bologna – a poche decine di metri da casa mia – ma che ho perso per mancati incastri d’agenda, ecco che ho avuto modo, lo scorso 30 marzo, di seguire la diretta online dell’installazione VACUO, presentata a Napoli, presso Palazzo Fondi, oggi luogo di indagine per l’industria culturale, che insieme con F2Lab e Casa del Contemporaneo e la collaborazione del Comune di Marcianise, del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università della Campania, del Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II, l’Istituto ‘Caselli-De Sanctis’ e Real Fabbrica di Capodimonte, insieme con imprenditori, artisti e studiosi da diverse parti d’Italia, hanno dato origine al progetto corale MATERIA VIVA, a cura di Maria D’Ambrosio e Giovanni Petrone, cui il Collettivo DAMP ha avviato la concertazione con il pubblico.

Anticipo subito che questo articolo è piuttosto fuori dalle righe.

Si avvia da VACUO, l’opera che racconta attraverso il fare e l’azione della e sulla materia la commistione tra arte e impresa secondo una modalità che ha che fare con i processi di produzione in maniera quasi filosofica, ove alle stratificazioni materiche si interpongono quelle storiche, quelle del territorio, quelle che definiscono un dialogo tra parti spesso lontane a causa di inutili sovrastrutture. Un’opera che come affermato da DAMP “Il lavoro è ancora in visione ma, non essendoci nessuna data di apertura né di chiusura, può tranquillamente essere considerato come concluso” oppure no? Cari lettori, osservando il video dell’installazione, sarete come percettivamente ipnotizzati dalle immagini e dall’azione in atto, ove il potere astraente ed effimero si pone in contrasto ossimorico con il processo di stampa 3D, con la schiuma poliuretanica e una serie di meccanismi che portano in campo le professionalità di aziende campane come Silver Prince e Spaziality-3DPrinting Service. A latere delle fasi dinanzi alle quali i nostri occhi e la nostra mente sono posti, seguendone ogni istante, ecco che l’epifania di cui siamo protagonisti ci invita a riflettere ben oltre ciò che osserviamo e che si crea hic et nunc.

E proprio all’ombra di una tale epifania, siamo indotti a indagare le dinamiche del concetto di ‘vacuo’ che ci ricorda quello di effimero, di fatuo ma anche ad interrogarci sui meccanismi che hanno a che fare con la memoria, l’inconscio ed il complesso rapporto tra forma e sostanza, spesso fuse, spesso disgiunte ma sempre capaci di attivare un dialogo od uno scontro che nei sottesi immaginifici si cela, quelli della visionarietà possibile od inattuabile. VACUO, si legge nel comunicato ufficiale “sollecita chi la contempla a riconoscere nella forma data alla materia tutti i gesti che l’umanità compie quotidianamente e attraverso i quali disegna e dà forma alla materia e alle sue infinite possibilità, unendo la fatica e l’arte del fabbricare alla capacità visionaria del creare e dell’innovare. ‘Vacuo’ è l’opera che ci ricorda di tenere insieme le questioni della forma e della sostanza delle cose, di avere attenzione ai processi produttivi e alle scelte dei materiali e al loro impatto sul sistema produttivo e su quello sociale e ambientale. ‘Vacuo’ ricorda che ogni attività, artigianale, manufatturiera, meccanica, industriale, segna il territorio, genera un’area produttiva, lascia il segno nello spazio circostante che diventa paesaggio aperto allo sguardo e all’attraversamento.”

In tale transito, in una simile determinazione che, però, scompagina tutta quella serie di processi imprenditoriali che immaginiamo sempre lontani dall’Arte, errando dunque, VACUO e DAMP di_mostrano il senso delle innumerevoli quanto inattese possibilità che si sviluppano dalla interazione tra sistema produttivo e azione performativa, non fine a sé stessa. Nell’alveo della commistione tra creazione ed innovazione, VACUO occupa uno spazio immaginato come vuoto, che pure, d’un tratto, trova una propria identitaria attitudine. È una questione di paesaggio umano, generazionale che trova nella creazione artistica il proprio skyline e che, nell’insistenza maieutica, si appropria di nuove ragioni d’essere, radicate nella profondità della storia, della società ma pronte ad evolversi. Ma è anche quello “spazio intangibile e vacuo” di lucreziana memoria in cui assenza e azione reiterate descrivono un’attesa infinita, sostanziata, per ossimoro, dal vuoto. VACUO è eco di qualcosa che non esiste eppure agisce, o l’incontrario.

Tale diarchia del paradosso – il radicarsi nel futuro – ha funto da quid per indagare nella ricerca del Collettivo DAMP ponendo una domanda: “Vi chiedo di osservare a ritroso il vostro lavoro e indicarmi 4 opere ed il perché della scelta.”    – Lo so, un modo un po’ strano di trascorrere la giornata di Pasqua… I quattro artisti hanno accolto la mia richiesta e, fatto intrigante, non so – e non saprete neppure voi – quale opera è stata scelta in particolare da Luisa de Donato, Alessandro Armento, Viviana Marchiò e Adriano Ponte; abbiamo 4 opere, 4 motivazioni, 4 artisti. Una sorta di enigma causale più che casuale che insiste sulla fluidità del gruppo e non sull’egotico riflesso del singolo.

1. Pixel

‘Perché ogni elemento che compone l’opera contiene lo stesso potenziale informativo dell’insieme complessivo: il singolo piatto nel suo contenere un riflesso cangiante, a seconda della prospettiva, restituisce l’immagine nella sua totalità.’

2. Apolide

‘È un tentativo di risignificare concetti distorti quali nativo, alieno, apolide nel luogo governato dalle leggi del caso: l’acqua. Qui il senso della definizione viene meno per dare spazio all’indeterminato.’

3. Tautologia

‘Lo spazio è spesso al centro della nostra ricerca e, in Tautologia, viene traslato e duplicato nella bidimensionalità profondissima di uno schermo, dimensione altra, astratta eppure vicinissima.’

4. Uneventful Horizon

‘Uneventful Horizon è l’ultimo lavoro che abbiamo realizzato durante la nostra residenza a Rotterdam ed è la messa in pratica del concetto taoista (a noi molto caro) di non-azione, una forma di passività che non è sinonimo di inettitudine.’

Ciò che accade a chi osserva queste opere risulta essere una straniante fascinazione; se da un lato le preferenze, le scelte operate dal collettivo indicano determinate inclinazioni personali a noi, però, ignote, dall’altro designano un vettore ideologico e culturale inconsapevolmente correlato ad una tensione che tenta di ricodificare quanto avviene in noi ed attorno a noi. Il taglio antropologico della ricerca del Collettivo DAMP si avvale di un missaggio ontologico con lo spazio, con le sue manifestazioni e le sue singolarità. Ogni oggetto, ogni fenomeno, si trasformano in possibili habitat performativi di matrice percettiva da restituire all’altro da sé tramite una prospettiva sì concettuale ma anche tangibile – anche nel caso di intangibilità – e quel senso di fatuo che aleggia nell’opera VACUO si può ritrovare in nuce nell’intera produzione di DAMP.

È la metafora della simmetria ad essere scena dell’artificio umano, in cui lo scardinamento delle regole prende spunto dalle caratteristiche chimico fisiche della ‘umidità’ , in inglese ‘damp’ che, come sottolineano gli artisti “è in grado di amplificare la percezione termica, si condensa sulle superfici, annebbia l’aria, penetra le materie assorbenti. Il lavoro del collettivo assume lo stesso comportamento e genera analoghe conseguenze.”

Ed ecco che Pixel, Apolide, Tautologia e Uneventful Horizon non sono che la punta di un profondissimo iceberg, in una più ampia indagine portata avanti dai quattro artisti campani, nella quale si fondono presenze ed assenze, costanti ed instabilità, materia ed antimateria, in un raggio d’azione che compete ad un tipo di sperimentazione tesa a agire in una dimensione spaziotemporale capace di mostrare i misteriosi legami tra causalità ed azzardo, tra passato e futuro – agendo nel presente – e avente come fine il realizzare un simbolico percorso tale da profilare i rapporti tra uomo e tempo, immersi in un flusso catartico ma anche, talvolta, asincrono.

Osservando le titolazioni delle 4 opere scelte si intenderà il senso più intrinseco della volontaria significazione semantica legata alla parola prima che all’azione o all’immagine, restituendone non già e non solo un perimetro ontologico in cui sostare ma anche la costruzione di un codice capace di resistere agli urti della percezione e alla verità dei sensi. A noi, forse, non resta che tentare di sostare in quella non-azione filosofica citata da DAMP e tentare di ricominciare ad osservare lo spazio circostante in modo differente, ricostruendo l’osservazione mediante i concetti chiave espressi da Pixel, Apolide, Tautologia e Uneventful Horizon.

Ah… nello spazio effimero ed indeterminato caro al Collettivo ho dimenticato di dirvi una cosa: quando ho chiesto di scegliere ed indicare quattro opere non ho preteso che fossero quelle preferite, avrebbero potuto essere anche le quattro opere meno amate. Il dettaglio non è stato indicato ed anche tale assenza apre a nuove prospettive sperimentali che fanno della sospensione interrogativa una delle strade indicate da DAMP.


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Azzurra Immediato

Azzurra Immediato, storica dell’arte, curatrice e critica, riveste il ruolo di Senior Art Curator per Arteprima Progetti. Collabora già con riviste quali ArtsLife, Photolux Magazine, Il Denaro, Ottica Contemporanea, Rivista Segno, ed alcuni quotidiani. Incentra la propria ricerca su progetti artistici multidisciplinari, con una particolare attenzione alla fotografia, alla videoarte ed alle arti performative, oltre alla pittura e alla scultura., è, inoltre, tra primi i firmatari del Manifesto Art Thinking, assegnando alla cultura ruolo fondamentale. Dal 2018 collabora con il Photolux Festival e, inoltre, nel 2020 ha intrapreso una collaborazione con lo Studio Jaumann, unendo il mondo dell’Arte con quello della Giurisprudenza e della Intellectual Property.