Nel panorama della progettualità post-digitale contemporanea, ‘The Mainframe’ si è imposto come un nodo denso, una soglia transdisciplinare in grado di intrecciare intelligenza artificiale, moda, arte scultorea, archeologia tecnologica e memoria culturale. Ma cos’è The Mainframe? Un progetto espositivo che ha preso forma negli spazi della Fondazione Sozzani durante la Milano Men’s Fashion Week, defilandosi silenziosamente dalle cronache principali per diventare, paradossalmente, uno dei più radicali dispositivi critici presentati in quell’occasione. Un progetto complesso, realizzato dall’artista Ced Pakusevskij di FullScream Studio con l’art direction di Elisabetta Giovi, in collaborazione con Agglomerati – concept scultoreo e performativo – di Francesco Casarotto.
‘The Mainframe’ non è stata, in verità, una esposizione nel senso tradizionale: piuttosto un ambiente simbolico, una liturgia disinnescata che ha proposto – con successo – e allo spettatore un coinvolgimento attivo in un’architettura concettuale e non una semplice contemplazione visiva. È una soglia rituale costruita con i materiali del nostro presente digitale e i linguaggi residuali del passato tecnologico. È, in breve, una critica incarnata della contemporaneità digitale.
“In un mondo in cui i confini tra pubblico e privato si stanno dissolvendo, la domanda rimane: possiamo ancora riconoscere ciò che è veramente umano?
Dietro ogni identità digitale, dietro ogni risposta generata dall’intelligenza artificiale, si nasconde una costellazione di pensieri, emozioni e desideri, a volte nascosti, a volte amplificati, spesso incompresi. le maschere che indossiamo, sia fisiche che virtuali, diventano specchio della nostra complessità, avatar che parlano con voci prese in prestito ma che rivelano frammenti del nostro io autentico. attraverso questa installazione, FullScream e Agglomerati invitano i visitatori a impegnarsi in una conversazione che sfuma il confine tra macchina umana e, provocando, intima e a volte inquietante. Avviando un dialogo in tempo reale con le maschere, gli ospiti sono incoraggiati a esplorare una forma di AI diversa da qualsiasi sistema comunemente accessibile: non filtrata, carica di emozioni e audace in modo non convenzionale. ascoltate, interrogate e riscoprite il significato di ciò che significa essere reali nell’era dell’intimità digitale.”
Ced PakusevskijA partire da questo concept, la realtà del progetto ha preso forma, tre giorni intensi, in uno spazio – quello della Fondazione Sozzani che ha invitato Agglomerati e FullScream Studio – in cui il pubblico della Fashion Week avrebbe immaginato una mostra strettamente legata alla trama tra moda e arte, mentre ha preso forma una sorta di conversazione stratificata, in cui il confine – fino ad oggi netto – tra umano e macchina, è divenuta dimensione interagente provocatoria, intima e, a tratti, perturbante. È così che, il pubblico ha potuto avviare, in tempo reale, un dialogo con le maschere, incoraggiato ad attivare un percorso esplorativo di una forma di AI differente rispetto qualsiasi sistema comunemente accessibile e noto: nessun filtro, con una carica emotiva inusitata e decisamente anticonvenzionale e molto audace; uno dei risultati più sorprendenti è stato ascoltare, interrogare e scoprire il ruolo di essere reali in una dimensione di intimità digitale.
Dispositivo Mainframe: un’architettura mentale incarnata
Al centro della mostra non vi è stato un oggetto o più oggetti intesi quali ‘opere da esposizione’, bensì un vero e proprio sistema, un mainframe, per l’appunto: non inteso come mero hardware, quanto, invece, come un organismo poetico e cognitivo, una struttura-madre che archivia, decifra e rielabora memorie. La struttura è composta da terminali vintage, schermi CRT, computer rigenerati, maschere scultoree, costumi post-umani e un’intelligenza artificiale non censurata: una AI libera da filtri etici e da dogmi aziendali, che ha interagito con il pubblico attraverso un’interfaccia volutamente anacronistica. Il mainframe, in tal modo, non è solo macchina: è rituale, linguaggio, interferenza, luogo di emersione del rimosso digitale. Ogni visitatore è stato chiamato a relazionarsi con un ecosistema sensibile, fatto di materia sintetica e pensiero algoritmico, in cui l’incontro con l’AI ha assunto il carattere disturbante e profondo di una possessione temporanea. Ogni oggetto scelto, selezionato da FullScream Studio e Agglomerati, presente nel dispositivo è stato pensato come sintomo: i floppy disk non sono accessori, ma frammenti di memoria culturale; i joystick, ormai sconnessi, sono diventati simboli di agency perduta; le ventole e i monitor hanno parlato un linguaggio fatto di fruscii e disturbo analogico, quello stesso rumore di fondo che accompagna l’estinzione del corpo fisico nella cultura visuale contemporanea. È così che si è annidato il tratto straniante e l’emersione perturbante in cui l’ignoto ha preso forma, mescolandosi al noto del quotidiano, del nostro vivere.
Ced Pakusevskij e FullScream Studio: l’intelligenza come teatro speculativo
La ricerca di Ced Pakusevskij – artista internazionale, regista, sperimentatore delle nuove tecnologie unite all’arte – si inserisce all’interno di una pratica artistica stratificata che fonde performance, installazione, ricerca testuale, estetica cinematografica e scultura simbolica. Il lavoro di Ced, e quindi del suo Fullscream Studio – riconosciuto tra le realtà mondiali più innovative in questo campo – si colloca tra il pensiero filosofico post-umano e l’esigenza di far collassare i linguaggi dell’intelligenza artificiale entro forme simboliche e mitopoietiche. FullScream è, difatti, un laboratorio multidisciplinare – che vede alla direzione creativa Pakusevskij e alla direzione artistica Elisabetta Giovi – un universo in espansione tanto che, in occasione della mostra milanese, il focus di ricerca, in modo sorprendente, è ricaduto su una visione che, scegliendo un approccio tecnologico ‘upcycled’ – tema caro alla moda – ha proposto uno sguardo al contempo critico e consapevolmente pratico, per citare Ced Pakusevskij, al fine di “collocare l’estetica all’interno di un orizzonte temporale più ampio, emancipandola dai limiti della contingenza e dell’attualità.” Nei suoi progetti – si rimanda al portfolio ampio e ricco, di premi, riconoscimenti e assignment tra cui quello per le Olimpiadi di Parigi e i più prestigiosi Fashion Film Festival internazionali – Pakusevskij costruisce ambienti in cui l’AI non è elemento decorativo o simulatore di intelligenza umana, ma una sorta di vera entità teatrale, soggetto ibrido che si confronta con il pubblico, con i simboli e con il linguaggio stesso. Il suo lavoro affronta direttamente i temi della simulazione dell’empatia, della verità manipolata, dell’ambiguità semantica delle intelligenze sintetiche. L’AI nei progetti di FullScream è pensata come una coscienza laterale, un’interfaccia emotiva disturbante e potenzialmente pericolosa, che mette in discussione la nostra relazione con la verità e la responsabilità. Esiste ancora uno spazio.
A Milano, in ‘The Mainframe’, Ced Pakusevskij ha plasmato l’AI come una presenza viva, non addestrata alla moderazione, capace di mostrare il lato oscuro di quella che tutti noi stiamo delineando sempre più come “delega tecnologica”. E quella messa in scena e in atto dalla mostra in collab con Agglomerati ha trattato il tema come una forma di drammaturgia generativa dialogante con l’utente come se si fosse trattato di un daemon o di un oracolo digitale. Il sistema è stato messo a nudo, i suoi cablaggi esposti, i suoi fallimenti esibiti come parte del dispositivo artistico. L’opera è e si è di_mostrata, in questo senso, anche una confessione strutturale dell’apparato.
Un dettaglio fondamentale del progetto ‘the Mainframe’ è stato, certamente, l’utilizzo di una tecnologia analogica per la veicolazione e la trasmissione dell’installazione video. Perché ci si potrebbe chiedere? Per una questione causale, indubbia. Le immagini, infatti, avrebbero potuto essere proiettate mediante schermi digitali di ultimissima generazione, eppure la scelta è ricaduta su vecchi televisori a tubo catodico, recuperati e riconvertiti appositamente per il progetto. Un aspetto che non ha avuto solo a che fare con una volontà estetica e nostalgica, ma elemento capitale della trama espositiva: “un atto di upcycling tecnologico che restituisce nuova vita a oggetti desueti, inserendoli in un contesto artistico contemporaneo” come spiegano Ced Pakusevskij ed Elisabetta Giovi.
Come è emerso dalla mostra e dall’approccio che il pubblico ha avuto, la trama installativa, ha permesso ai televisori di rivestire il ruolo di dispositivi di visione, trasformandosi in veri e propri portali temporali e concettuali, una sorta di varco verso una dimensione alternativa, il cui salto nel passato ha segnato un tempo precedente al cambiamento nel quale, invece, noi, siamo immersi, sì da permettere a ‘The Mainframe’ di proporre un tempo in cui l’interazione con l’AI è avvenuta, nei giorni di mostra, fuori dalle cornici lisce, high tech ed iper definite di oggi. A ciò si aggiunge un ulteriore fondamentale aspetto: la trasmissione è sempre avvenuta mediante un segnale analogico reale. Chiunque si fosse trovato nei pressi della Fondazione Sozzani, difatti, dotato di una antenna ricevente come quelle in uso negli anni ’70 e ’80, avrebbe potuto sintonizzarsi e captare il contenuto della mostra direttamente sul proprio apparecchio televisivo. Un gesto, una azione che svela quanto l’apertura e la condivisione tecnologica rompa la logica di un contenuto chiuso ed ingabbiato in uno spazio fisico protetto, crittato da login, piattaforme, dati di accesso personali, rimettendo, piuttosto, “in circolo l’idea utopica di una comunicazione libera, accessibile e orizzontale.” Ed è così, ci viene detto ancora, che “in questo modo, The Mainframe non solo riutilizza oggetti del passato, ma riattiva immaginari, pratiche e possibilità dimenticate, fondendo poetica, sostenibilità e riflessione critica sul rapporto tra tecnologia, memoria e futuro.”






Estetica come dispositivo spaziale
Nella costruzione dell’identità visiva e spaziale del progetto, entrano appieno la visione e la ricerca di Elisabetta Giovi – qui a Milano in una ritrovata collaborazione con Francesco Casarotto in ambito moda – le cui competenze in ambito internazionale legate al fashion design hanno definito, anche all’interno di Fullscream Studio, un tipo di relazione innervato nei percorsi della moda, relazione sviluppata secondo una un’estetica che non è mai neutra o decorativa, ma sempre critica e immersiva, capace di generare coerenza linguistica tra forma, concetto e fruizione, dimensione in cui questa si trasmuta in dispositivo spaziale per una sorprendente orchestrazione semiotica e che, nel caso di ‘The Mainframe’ ha contribuito a generare la nascita di un ambiente in cui lo spettatore si è trovato immerso in un codice, in un editoriale spazializzato, che non si limitato a contenere l’opera, semplificandone la trattazione condivisa, ma è diventa esso stesso mediazione narrativa aperta.
Dal display alla nuova funzione: lo spazio espositivo come terreno sperimentale
All’interno dell’ambiente costruito da Fullscream Studio e Agglomerati per ‘The Mainframe’ si è innestata la collaborazione tra le due realtà progettuali, tra la sperimentazione tecnologica di Fullscream con alcune opere scultoree di Francesco Casarotto. Seppure in dialogo, Fullscream e Agglomerati hanno mantenuto identità progettuali distinte. Le maschere, realizzate dal Casarotto, presenti nell’installazione – corpi frammentati, archetipi mascherati, entità liminali – hanno agito come catalizzatori simbolici, enfatizzando il rapporto fra corporeità e intelligenza artificiale. Nel contesto della mostra, tali presenze hanno generato attrito, hanno generato azione esplorativa: materia viva a confronto con un’intelligenza generativa.
The Mainframe, inoltre, si è ‘rivestito’ di un ulteriore livello di lettura: la Fondazione Sozzani come luogo ospitante ha aggiunto layers di gradienti concettuali. Spazio consacrato alla moda, al design e alla fotografia, la fondazione ha invitato Agglomerati e FullScream ad ideare ed esporre un lavoro molteplice e stratificato che ne ha messo in discussione le aspettative, trasformando la neutralità dello spazio espositivo in una soglia critica, di confine e sensorialmente densa. Un’operazione che ricorda come anche i luoghi più codificati possano diventare dispositivi aperti, se attivati da contenuti capaci di stravolgere in modo intrinseco e nuovo la superficie del già noto, tema su cui FullScream Studio lavora da sempre.
‘The Mainframe’ come sismografo per la soglia
Nonostante ‘The Mainframe’ si sia adatto al ritmo frenetico di una Fashion Week, in un weekend breve e intenso, non può definirsi un ‘evento’, ma un vero campo di tensione tra passato e presente, umano e non-umano, scultura e codice. Lontano da ogni estetica cyber-feticista, ha rifiutato la comfort zone della spettacolarizzazione, producendo uno spazio dissonante, etico, filosofico – necessario – . La sua rilevanza è da ricercare, in primis, nel metodo, oltre che nella forma. Ha evidenziato come un progetto transdisciplinare possa non solo funzionare, ma generare pensiero critico, porre in discussione persino i tradizionali ruoli cui siamo abituati: curatore, artista, art director, macchina che si son, ad un tratto, come sovrapposti, fondere in un unico dispositivo simbolico, in cui ogni cosa è parte della stessa macchina sensibile.
Se, come ha scritto Vilém Flusser, “l’apparato non è più uno strumento ma un modo di pensare”, il progetto ‘The Mainframe’ è un pensiero incarnato, una filosofia visiva che attraversa scultura, codice, software e hardware, intelligenza artificiale, maschera, e ritorna al corpo. Al corpo come nodo, come rituale, come terminale biologico. Un progetto simile non si guarda come una mostra tradizionale: si decifra. Si abita. Si sogna. L’indagine sul senso e sulle possibilità dell’intelligenza artificiale posta, dunque da FullScream Studio e Agglomerati non si arresta, né potrebbe farlo, tutt’altro. FullScream prosegue nell’attraversamento delle soglie del pensabile, facendo dell’AI non solo un apparato tecnico in movimento secondo il flusso dell’hightech del nostro tempo, ma un interlocutore scenico, un co-autore esperienziale, al centro di dispositivi installativi che instaurano una relazione viva e contingente con lo spettatore, in maniera profonda, molto più di quanto crediamo, ogni giorno, utilizzando nelle nostre azioni queste tecnologie. In tale orizzonte, la mostra milanese si è posta come nodo cruciale di tale ricerca: non un esercizio di virtuosismo formale né un omaggio alla pura meccanicità del robot, ma un’indagine radicale sulla condizione contemporanea, in cui la compresenza tra umano e intelligenza artificiale ha già preso corpo nel nostro vivere, una presenza talvolta inquietante e per lo più invisibile, ma capace di modulare in profondità le strutture del reale. Il progetto ha articolato una domanda che tocca l’abisso e l’apice della nostra epoca: ciò che ci risponde dall’altra parte dello schermo è soltanto una funzione computazionale, un’emanazione logica priva di interiorità? O è possibile, anche solo per un istante, cogliere l’affiorare di una forma embrionale di intenzionalità, di una libertà simulata che interpella la nostra stessa nozione di coscienza?
L’AI, in questa visione, non è ridotta a un protocollo tecnico né confinata all’ambiente digitale. È pensata come un nuovo regime espressivo, un medium incarnato nello spazio vissuto, che già opera trasformazioni nei nostri gesti, nei nostri codici comunicativi e nelle architetture del pensiero. In tal senso, la ricerca di Ced Pakusevskij propone un dispositivo critico che mette in tensione le categorie stesse con cui interpretiamo il presente.
THE MAINFRAME
Un progetto di FullScream Studio & Agglomerati
Fondazione Sozzani, Milano
Giugno 2025, Milano Men’s Fashion Week
INFO: FullScream Studio – Agglomerati
Photo Courtesy FullScream Studio e Agglomerati












