Alessandro Fonte, Le chiavi e la soglia, 2020. Castelbasso. Foto Roberto Sala.

Contro gli stormi dei pappataci

Di solito, quando si parla di nomine, come nel caso della Biennale di Venezia o della Quadriennale, in Italia si celebra un minuto di silenzio. Stavolta, però, qualcuno ha protestato. Ed è stato puntualmente redarguito. Ecco la cronaca – da spettatori ironici e neutrali, in attesa di sentire i diretti interessati – dei fatti più recenti riguardo la doppia nomina di Gian Maria Tosatti

Ricordo a memoria i versi di un poeta delle mie parti, Bartolo Cattafi: “Il nemico ti ascolta: taci. Potrebbe apprendere l’uso degli zampironi contro gli stormi dei pappataci”. Il riferimento va alla propaganda di regime nella seconda guerra mondiale, quando era realmente possibile che spioni patentati carpissero informazioni riservate. Chissà quali segreti sono stati, per faciloneria o ignoranza, sciattamente rivelati. Se non avessero imparato a difendersi dalle spietate succhia sangue, gli Alleati, possiamo starne certi, non avrebbero mai superato il “bagnasciuga”. Ma si sa, Elephas indus culices non timet: l’elefante indiano non teme le zanzare.

Ci vuole ben altro che una rivolta di proletari per cambiare l’ennesima, contestata decisione del Ministero della Cultura. Dopo Pompei e l’Archivio di Stato, il caso esplode nel mondo del contemporaneo. Nel giro di pochi giorni un artista, Gian Maria Tosatti, viene nominato prima unico destinatario dei grandi spazi del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia: scelta mai praticata dall’Italia (almeno nelle edizioni in cui l’Italia un padiglione ce l’aveva, cosa in sé non scontata), poi direttore artistico de La Quadriennale di Roma. È come se, per capirci, un tizio fosse invitato a cena in un ristorante stellato e subito dopo gli venisse affidata la responsabilità della cucina.

Apriti cielo: le attiviste e gli attivisti di Art Workers Italia, associazione di categoria che si propone di dar voce ai lavoratori del settore, hanno lanciato una petizione su Change.org in cui spiegano che “la notizia della designazione di un’unica figura per ricoprire un ruolo di primo piano in due delle maggiori istituzioni a partecipazione pubblica che producono e promuovono l’arte contemporanea in Italia ha provocato allarme generale e preoccupazione” e che “la doppia nomina comporta un accentramento di potere, materiale e simbolico. Questa genera un’inaccettabile sproporzione tra le risorse pubbliche – e l’indotto che ne deriva – affidate a una singola figura e quelle destinate all’intero settore dell’arte contemporanea”. In una parola, inciucio.

Con una serie nutrita di aggravanti: “il numero esiguo dei membri e la composizione quasi esclusivamente interna delle commissioni, sprovviste di membri invitati e garanti di un giudizio esterno sulle competenze dellə candidatə; – un’evidente riduzione, nel caso de La Quadriennale di Roma, dei prerequisiti richiesti allə candidatə nel bando 2021 rispetto al bando 2017, nonché la semplificazione del processo di selezione; – la mancanza di trasparenza delle graduatorie, sia per La Quadriennale di Roma che per il Padiglione Italia alla Biennale, oltre alla pubblicazione non consensuale dei soli nominativi dellə finalist​​ə del bando di La Quadriennale di Roma”. “Vista”, concludono, “la gravità di quanto esposto, il suo impatto sul settore dell’arte contemporanea italiana, nonché l’immagine che questa trasmette del Paese a livello internazionale, riteniamo doveroso avanzare le seguenti richieste:
– per quanto riguarda il bando di La Quadriennale di Roma, la pubblicazione da parte della commissione giudicatrice delle motivazioni della validità del progetto e del profilo selezionati, in conformità con i prerequisiti richiesti dall’avviso pubblico;
– la pubblicazione, previo consenso dellə altrə candidatə, della graduatoria finale de La Quadriennale di Roma;
– la pubblicazione, previo consenso dellə altrə candidatə e dellə curatorə coinvoltə, della graduatoria finale e dei progetti presentati per il Padiglione Italia;
– la rinuncia da parte del vincitore a uno dei due incarichi”.
Su quest’ultimo punto, mi permetto di aggiungere una modesta riflessione: un artista, come soleva ripetere Ungaretti, può fare stroncature o apologie. Il suo orizzonte primario, anzi il suo unico orizzonte, è il suo lavoro. Ne segue che le sue scelte saranno esclusivamente funzionali all’approfondimento di una ricerca: la propria. Il critico – e quindi anche il curatore, che non può non partire da una posizione critica – dovrebbe invece vivere di assoluto distacco. In ambito anglosassone viene considerato scorretto un critico che collezioni le opere dell’artista di cui parla. Io non credo che Tosatti non possa essere un buon critico. Ma dovrebbe rinunciare a fare l’artista. O viceversa.

Sia come sia, le nostre zanzare un contentino se lo sono guadagnato: hanno ottenuto un editoriale al curry del direttore di Artribune che, dopo aver bollato Art Workers Italia come “la solita reunion di nostalgici dei tempi dell’occupazione del liceo. Col tenero armamentario retorico da collettivo studentesco egoriferito”, ha dedicato mezzo articolo a una questione formale. La petizione, spiega, “risulta tragicamente illeggibile per la scelta di scriverla non adoperando maschili o femminili bensì un genere neutro inesistente in Italiano servendosi della ‘scevà’. Una specie di gagliardetto grammaticale di chi è convinto che i problemi (seri) della disparità di genere si risolvano inventandosi delle vocali e ostentandole a scapito della leggibilità e del rispetto della lingua. Pur da persone che badano al sodo, dovremmo persuaderci che, ogni tanto, la forma travalica la sostanza: un testo scritto in questa maniera non dovrebbe neppure essere analizzato, bisognerebbe arrendersi e fermarsi prima di sviscerarlo perché chi scrive e comunica così vuole solo provocare, dimostrare spocchia, gonfiare il petto, sentirsi superiore, più inclusivo, più avanzato di te povero miserabile che leggi e ancora non ti ribelli al fatto che il plurale neutro sia in italiano uguale al plurale maschile. Non c’è speranza alcuna di dialogo, di confronto o di autentico dibattito su chi pensa che a problemi seri si possa rispondere con soluzioni di facciata fatte di simboletti rovesciati o asterischi. Lungi dall’essere inclusivo, questo stile di comunicazione è estremista, settario, identitario nella accezione più gretta del termine”.

Lavoratrici e lavoratori uniti, avete capito? Le punture, passi. Ma la “purezza dell’idioma patrio” non si non si tocca. Chi usa il lei – sono parole di Savinio – ha qualcosa da nascondere. Perciò, Elsa Morante dixit, “Sia pace all’anima del lei”. Pardon, della scevà.